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Redazione di Dominio Pubblico

Il potere politico della Videocarne


Quello che è successo è terribile. Spiego subito perché, oltre al motivo principale della critica della violenza. Berlusconi ha guadagnato consenso. Il primo livello del consenso consiste nella ratificazione materiale delle sue ossessioni, nella realizzazione vittoriosa del suo incubo (e della sua finzione) di essere perseguitato, del suo restituire un’immagine di sé martirizzata, esposta, eroica.

Ma c’è un altro livello oltre a quello che deriva dall’essere assurto finalmente a vittima in carne ed ossa di continui attacchi, ed è una cosa molto più importante del consenso volontario, e cioè l’eliminazione del dissenso.
Chiunque oggi si permetta di dire anche solo una parola in più rispetto all’espressione della solidarietà, entrando nel merito della sua storia, precedente all’attimo dell’aggressione (come Di Pietro e Rosy Bindi), è assimilato, simbolicamente e politicamente, a chi ha compiuto l’aggressione.

Da grande esperto della comunicazione iconografica, B, scioccato, sanguinante, barcollante dal dolore, ha mostrato la sua grande consapevolezza epica: ha avuto la lucidità di rialzarsi e uscire di nuovo tra la folla. Per vedere? No: per farsi vedere. Sapeva che la sua immagine sanguinante sarebbe stata in grado di trasmettere un messaggio mille volte più potente delle parole che aveva urlato poco prima sul palco, conscio che la sua faccia, il suo visus, finalmente vestito del tragico sul cui filo lui ha sempre camminato, apparteneva alla classe delle immagini potenti, quelle in cui il pathos è veicolato dallo spettacolo, al pari delle immagini dell’esplosione delle torri gemelle e di tutte le figure in cui la bellezza tragica esonda dal corpo in rovina e allaga, indirizzandole, le percezioni di chiunque.
Icona Videodromica per eccellenza, il suo viso in serigrafia è già, poche ore dopo, entrato dentro la nostra percezione estetica e politica.

E qui veniamo alla seconda motivazione del terribile: il fatto che l’aggressore fosse uno psicolabile può essere inteso in un doppio, affilatissimo, senso. Si potrebbe dire (è questa la linea seguita da Capezzone e da altri esponenti del Pdl) che poiché quella persona era fragile è stata più sensibile di altre alla campagna d’odio messa in atto contro il premier dalla sinistra, dalla stampa, dai magistrati. Questo vuol dire che l’opposizione politica, il dissenso popolare e la legalità sono strumenti, ormai, eversivi, che agiscono esclusivamente nell’ottica di procurare il massimo danno a B, e non nel rispetto delle regole. E che è solo per l’incrollabile amore che lega le masse alla persona del Premier che episodi del genere non avvengono quotidianamente.

D’altra parte, il fatto che il gesto sia stato compiuto da un “folle”, da un malato, giustifica l’idea secondo la quale l’episodio parla di un caso isolatissimo, patogeno, anomico, di dissenso violento, dal quale ognuno di noi è costretto, dalla propria sensibilità e dal proprio senso etico, a dissociarsi.

Non a caso, B manda a dire dall’ospedale due cose: la prima è “non pensavo ci fosse tanto odio”, come se non ci fosse un dissenso “sano” nel paese contro la sua persona e il suo operato, perché se ci fosse ormai potrebbe manifestarsi solo nelle forme violente dell’aggressione fisica. Questo chiaramente lo rende intoccabile, incriticabile.

L’altra cosa che B manda a dire è: “sono miracolato”. Ecco l’altra violenza, quella linguistica, l’atro livello in cui si esprime il terribile del suo senso della politica: B riguadagna il terreno pericoloso della terminologia sacra, carismatica (l’unto dal Signore), magica, riassumendo in pochi minuti l’abito del martire, di colui che lotta contro tutto e tutti, invincibile, emissario diretto della volontà popolare attraverso la quale si esprime Dio.

La sua immagine potente agisce come una droga: non si può non guardarla e schierarsi. Restare intrappolati al primo livello – e cioè pietà contro sadismo, gruppi di Facebook pro o contro l’aggressore – è l’inganno a cui bisogna sfuggire, perché non permette di vedere la totalità della realtà del rischio politico a cui questo avvenimento espone il paese.

Per fortuna, l’aggressione non ha leso l’occhio o, peggio, altri organi vitali. Per fortuna per l’ovvio motivo umano, ma anche per il motivo razionale che politicamente sarebbe stata l’apoteosi della videocrazia, il trionfo di un’ideologia mortifera della rappresentanza popolare: rabbrividisco pensando al grottesco di un premier con la benda nera, in piedi alla presidenza di un Consiglio ormai ridotto a puro organo di ratificazione della sua volontà, con l’opposizione azzerata, come si vuole fare in Iran, ma in più forte del potere del suo corpo invincibile, sempre più violento, incattivito, un Dottor Stranamore tragicomico che guida le sorti di un Paese spingendo un bottone con la mano guantata, un O’Blivion totale.

Autobus


A chi non è capitato di prendere un autobus di corsa. Io, nella mia vita, ne ho presi a decine così. Ho trovato spesso autisti gentili che mi hanno aspettato e aperto le portiere. Ci sono anche quelli scortesi. Ne ricordo uno che mi ha chiuso le porte in faccia in seguito a una mia richiesta di informazioni.
Di sicuro, la gentilezza degli autisti non è la stessa per tutti. La gentilezza nei miei confronti, probabilmente, è dovuta all’aspetto di ragazza perbene, all’abbigliamento formale, all’aria di impiegata in ritardo per il lavoro. Non è di certo la stessa nei confronti del ragazzo di pelle scura, con una grande borsa piena di mercanzia. Ma si tratta solo di gentilezza.
Ieri ho letto che a Bologna un’autista ha intimato a due pachistani di sedersi in fondo all’autobus perché puzzavano. L’episodio è stato denunciato da una signora italiana presente sul mezzo. In questo caso, però, non si tratta solo di gentilezza.
Il sindacato ha difeso la conducente dell’autobus dicendo che era sotto eccessiva pressione lavorativa. Molte possono essere le pressioni che hanno portato a questo increscioso episodio. Qualunque sia l’origine delle pressioni è l’esito che è deplorevole. Soprattutto in un paese che, dalla metà dell’ottocento fino agli anni ’70 del novecento ha avuto oltre 30 milioni di emigranti.
La signora che ha denunciato l’episodio, ha invitato i ragazzi pachistani a tornare ai loro posti nella parte anteriore dell’autobus. Ma essi non hanno voluto. Pare che l’atteggiamento di molti immigrati sia quello di scegliere posti separati dagli italiani sui mezzi pubblici, per evitare sguardi sprezzanti e per non dare adito a spiacevoli episodi. Una sorta di apartheid volontaria. La parità di diritti, coniugata però a una disparità di fatto, sembra aver portato ad un annullamento della coscienza delle persone, della consapevolezza della propria dignità. Viene in mente il discorso di Martin Luther King, “I have a dream”. Il sogno, oggi, è ancora più grande. Non si tratta di un desiderio di libertà concrete, ma di un cambio di atteggiamento, di cultura. Di una gentilezza uguale per tutti, indipendentemente dal colore della pelle, dal luogo di nascita. Pare che negli Stati Uniti siano riusciti in questo cambiamento, hanno eletto un presidente di colore. Chissà se un giorno ci riusciremo anche noi.

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Il bambino autistico e la società handicappata


Accogliamo tra le pagine di Dominio Pubblico l’appello di una madre umiliata, il cui bambino autistico è stato vittima di una vergognosa discriminazione presso il supermercato Carrefour di Assago, in provincia di Milano.
Non conosciamo i dettagli dell’accaduto più di quanto non ce li abbia indicati questa madre ferita nel suo sito web e che riportiamo di seguito. Ci auguriamo, tuttavia, che il Carrefour possa presto darci una risposta su un fatto presumibilmente così vergognoso e chi vuole può cercare direttamente delle risposte al servizioclienti@carrefour.com. Fatto sta che situazioni inaccettabili come quella accaduta al Carrefour di Assago, purtroppo non sono fatti unici, ma si verificano quotidianamente nei confronti dei più deboli e sono lo specchio di una società che va perdendo la propria identità sociale e civile. Sono lo specchio di un’umanità perduta nella soddisfazione immediata e contingente dell’interesse individuale, incapace di inserirsi in una visione più globale della vita e del mondo, ma sempre più atrofizzata in sè stessa e incapace di aprirsi all’accoglienza del diverso che non è necessariamente solo un bambino autistico o un extracomunitario, ma lo siamo tutti noi in quanto persone umane, riconosciuti e valorizzati nella nostra diversità. Ecco perchè l’accoglienza di un bambino autistico non può nemmeno essere solo ridotta a un atto solidale o filantropico, ma dev’essere la stessa accoglienza carica di amore e protezione che si dovrebbe riservare a tutti i bambini del mondo. Il vero handicap al Carrefour quel giorno non era il bambino autistico, felice e capace di aprirsi agli altri, ma tutti gli altri incapaci di accogliere lui e probabilmente di accogliersi perchè fondamentalmente incapaci di confrontarsi ed entrare in relazione con il mondo: un ben più grave  handicap questo, che purtroppo apre le porte le porte a un bullismo sociale diffuso, fatto di piccole e grandi sopraffazioni e discriminazioni quotidiane.

Alla CA. Gentile Direzione Carrefour di Assago

Mi chiamo Barbara e sono la mamma orgogliosa di un bambino autistico di quattro anni.
Nel Vostro sito, leggo della Vostra missione e soprattutto del Vostro impegno nel sociale.

“La nostra capacità di integrarci con il territorio in cui siamo presenti, di comunicare con le istituzioni locali e di sostenere progetti sociali e associazioni umanitarie si riscontra attraverso azioni concrete: finanziamento della ricerca contro alcune malattie del XXI secolo, sostegno alla giornata nazionale indetta dal Banco Alimentare per la raccolta di generi alimentare, sostegno di iniziative umanitarie di vario tipo”

Lasciatemi dire che oggi nel punto vendita di Assago avete sfiorato la discriminazione punibile per legge.
Era previsto un evento che mio figlio aspettava con ansia: il tour delle auto a grandezza reale del film Cars.
Vestito di tutto punto con la sua maglietta di Cars, comprata DA VOI, oggi l’ho portato, emozionatissimo, ad Assago. Vista la posizione di Saetta, ci siamo avvicinati per fare una foto. Click, click, click, bimbo sorridente a lato della macchina. Avevate previsto un fotografo, sui sessant’anni, sembrava un rassicurante nonno con una digitale da 2000 euro, collegata a un pc dove un quarantacinquenne calvo digitalizzava un volantino carinissimo con le foto dei bimbi di fronte a Saetta, stampate all’interno della griglia di un finto giornale d’auto. Una copertina, insomma, che i bimbi chiedevano a gran voce e avrebbero poi incorniciato in una delle costose cornici in vendita nel Vostro reparto bricolage. Chiaramente, il mio biondino, che purtroppo per la sua malattia non parla (ancora), mi ha fatto capire a gesti che gli sarebbe piaciuto. Per quale ragione non farlo? Semplice, lo avrei capito dopo poco.
Attendo il turno di mio figlio, con estrema pazienza, e senza disturbare nessuno. Ci saranno stati una ventina di bambini, non di più. Non cento, una ventina.
Arriva il turno del mio piccolo, e non appena varca la transenna, resta il tempo di ben DUE SECONDI girato verso il suo idolo a grandezza naturale, invece di fissare l’obiettivo del fotografo. Mi abbasso, senza dar fastidio alcuno, scivolo sotto la corda e da davanti, chiedo a mio figlio di girarsi. Il fotografo comincia ad urlare “Muoviti! Non siamo mica tutti qui ad aspettare te” Mio figlio si gira, ma non abbastanza secondo il “professionista”. Gli chiedo “Per favore, anche se non è proprio dritto, gli faccia lo stesso la foto…” “Ma io non ho mica tempo da perdere sa? Lo porti via! Vattene! Avanti un altro, vattene!” Un bambino a lato urla “Oh, mi sa che quello è scemo” e il vostro Omino del Computer, ridendo “Eh, si! Vattene biondino, non puoi star qui a vita!” Mio figlio, che non è SCEMO, non parla ma capisce tutto, sentendosi urlare dal fotografo, da quello che digitalizzava le immagini e dalla claque che questi due individui hanno sollevato ed aizzato, si mette a piangere, deriso ancora dal fotografo che lo fa scendere dal piedistallo di fortuna che avete improvvisato davanti alla macchina, facendolo pure inciampare. A nulla valgono le imbarazzate scuse della guardia giurata,che poco prima aveva tranquillamente familiarizzato con mio figlio. L’umiliazione che è stata data dai Vostri incaricati, che avrebbero dovuto lavorare con i bambini, a un piccolo di quattro anni che ha la sfortuna di avere una sindrome che poco gli fa avere contatto visivo con il resto del mondo e non lo fa parlare, è stata una cosa lacerante. In lacrime, con il torace scosso dai singhiozzi, umiliato, deriso, leso nella propria dignità di bambino non neurotipico. Una signorina, con la Vostra tshirt, mi si è avvicinata per chiedermi cosa fosse successo. Alla mia spiegazione, dopo averle detto che il piccolo aveva una sindrome autistica, mi ha detto “Ma se non è normale non lo deve portare in mezzo alla gente“.
Son stata talmente male da non riuscire a reagire, ho dovuto uscire all’aria aperta, con il bambino piangente, per prendere fiato dopo tanta umiliazione.
Ho pianto. Dal dolore.
Questo è l’articolo 2 comma 4 della legge 67 del 1 Marzo 2006, a tutela dei soggetti portatori di handicap:

Sono, altresì, considerati come discriminazioni le molestie ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi connessi alla disabilità, che violano la dignità e la libertà di una persona con disabilità, ovvero creano un clima di intimidazione, di umiliazione e di ostilità nei suoi confronti.

Vorrei sapere come intendete agire, se con una scrollata di spalle come i Vostri dipendenti, di fronte a un trauma che avete fatto subire ad un bambino che già dalla vita è messo ogni giorno a dura prova.
Manderò questa mail in copia alla segreteria dell’onorevole Carfagna, e alla redazione di Striscia la Notizia, oltre a pubblicarla sul mio sito personale.

Tacere non ha senso, e ancora minor senso hanno le umiliazione che io e mio figlio abbiamo subito oggi.

Firma.

Il clima del futuro: conseguenze dell’effetto serra


In migliaia di anni di storia, solo da duecento anni, ossia con l’inizio dell’Era Industriale, le attività umane hanno iniziato a produrre massicce quantità di sostanze a effetto serra, che non esistevano prima nell’atmosfera, o che vi si trovavano in quantità assai minori e, oggi, le sostanze a effetto serra prodotte dall’uomo moderno determinano un sensibile aumento della temperatura terrestre. Come cambierà, di conseguenza, il clima sulla Terra durante il XXI Secolo?
Ce lo spiega Giancarlo Favero, ordinario al Dipartimento di Scienze Chimiche dell’Università di Padova e membro autorevole dell’Unione Astrofili Italiani,  sulla base della più recente diagnosi effettuata dalla comunità scientifica col rapporto 2007 del GIEC, il Gruppo Intergovernativo sull’Evoluzione Climatica, creato nel 1988 sotto gli auspici congiunti di due organismi dell’ONU: il PNUE (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) e l’OMM (Organizzazione Meteorologica Mondiale).

L’effetto serra aumenta a causa delle attività umane e il clima si riscalda. Da sole, queste due realtà non sono sufficienti per dimostrare una relazione di causa ed effetto. Per convincersi, non c’è bisogno di risalire alle grandi glaciazioni, è sufficiente ricordare che variazioni dell’ordine di quelle osservate nel corso del XX secolo sono state documentate anche nel corso dell’ultimo millennio, periodo che viene, tra l’altro, qualificato come stabile dal punto di vista climatico. Cambiamenti altrettanto notevoli, o addirittura di maggiore portata, sono ben noti anche in Europa: più tendenti al freddo, nell’epoca della piccola era glaciale che il nostro continente ha conosciuto tra la metà del XV e la fine del XIX secolo e più tendenti al caldo nel momento dell’optimum climatico attorno all’inizio del secondo millennio. Queste fluttuazioni, del tutto naturali, hanno avuto, tra le loro cause principali, la variazione dell’attività solare e quella dell’attività vulcanica.
Com’è stato possibile stabilire, quindi, che le attività umane sono veramente all’origine del riscaldamento che il nostro pianeta ha conosciuto nel corso degli ultimi decenni? Gli scienziati del GIEC, interrogati spesso in merito alla questione, hanno messo questa domanda al centro della loro diagnosi e la risposta si è evoluta nel corso dei rapporti successivi.
Nel 1990 gli esperti dichiararono la loro incapacità a prendere posizione: “l’importanza del riscaldamento osservato è grossolanamente coerente con le previsioni dei modelli climatici, ma è anche compatibile con la variabilità naturale del clima”. Un assenza di diagnosi revisionata nel rapporto successivo del 1996, per quanto ancora estremamente prudente: “un insieme di elementi suggerisce che vi sia un’influenza percettibile dell’uomo sul clima globale”. Nel 2001 gli argomenti divennero più convincenti e il rapporto mise in evidenza che “prove più recenti e più conclusive permettono di dire che la maggior parte del riscaldamento osservato nel corso degli ultimi 50 anni è dovuto alle attività umane”. Dai “non si sa” del 1990, si giunse quindi al “probabile” del 2001. Oggi, il recente rapporto presentato a Bruxelles nell’aprile 2007 non ha lasciato dubbi, invece, sul ruolo dell’attività umana nell’aumentare l’effetto serra durante gli ultimi anni: l’attribuzione alle attività umane del riscaldamento climatico recente è stata possibile grazie a nuovi e numerosi dati accumulati durante gli ultimi 15 anni e a un miglioramento costante dei modelli climatici che hanno permesso di stabilire che questo riscaldamento non può essere spiegato tenendo conto delle sole forze naturali.

Senza voler trascurare l’impatto di altre componenti sull’evoluzione futura del bilancio energetico della Terra, è necessario constatare che questa dipende in gran parte dalle emissioni di gas carbonico, causa prima dell’effetto serra che ha inoltre la proprietà di persistere a lungo nell’atmosfera.
Tra il 2000 e il 2005 sono state liberate in media ogni anno 7,2 miliardi di tonnellate di carbone (GtC) sotto forma di anidride carbonica derivante dal bruciamento dei combustibili fossili. Anche se una parte è stata assorbita dall’oceano (2,2 GtC/anno) e dalla vegetazione che, malgrado la deforestazione, costituisce un importante serbatoio di carbone (0,9 GtC/anno), più della metà si è accumulata nell’atmosfera.
C’è da chiedersi quale possa essere lo scenario futuro. Il rapporto del GIEC, con la consulenza di economisti, illustra una quarantina di scenari differenti stabiliti tenendo conto delle differenti possibilità offerte dallo sviluppo demografico ed economico futuro e dai progressi tecnologici che si possono ragionevolmente prevedere.
Lo scenario al quale sono associate le emissioni più alte vede combinati insieme uno sviluppo economico rapido e un’utilizzazione privilegiata dei combustibili fossili. Per contro, le emissioni più deboli corrispondono a un’economia di servizi e di informazione, con una ricerca ottimale di tecniche pulite e di alta efficienza energetica. Nello scenario massimo le emissioni annue di CO2 sarebbero moltiplicate per 4 da qui al 2100 mentre, nello scenario minimo esse sarebbero, in media, un po’ sotto il loro livello attuale.
Più le emissioni saranno importanti, più cresceranno le concentrazioni in atmosfera, anche se si tiene conto dell’assorbimento da parte degli oceani e della vegetazione. Lo scenario massimo ci porterà verso una triplicazione delle concentrazioni di CO2 in rapporto al livello pre-industriale, ossia, tenendo conto degli altri gas a effetto serra, verso un aumento di 9 W/m2 nel bilancio energetico. Anche lo scenario minimo ha delle conseguenze notevoli, che nel 2100 prevedono delle concentrazioni di CO2 vicine a 500 ppm (parti per milione) contro le attuali 380 ppm circa.

Tenendo conto dei differenti scenari possibili, i modelli climatici prevedono aumenti della temperatura compresi fra 1,4 e 5,8°C. Le incertezze, importanti, hanno due cause principali. La prima è la nostra conoscenza imperfetta del sistema e l’imprecisione dei modelli matematici utilizzati. La seconda è la difficoltà di prevedere i nostri comportamenti futuri. Ciò che ne consegue, in ogni caso, ha le dimensioni di un vero e proprio sconvolgimento climatico: basti ricordare che dall’ultimo massimo glaciale fino ad oggi, la temperatura media della Terra è aumentata solo di 5-6°C, e questo in più di 5000 anni: non in meno di un secolo! La quasi totalità delle terre emerse conoscerà un riscaldamento più rapido della media mondiale, in particolare in inverno, a latitudini elevate dell’emisfero nord. Così un riscaldamento medio di 3°C potrebbe diventare di 8 o 10°C in certe regioni dell’Artico, e le previsioni fatte con differenti modelli indicano che, per l’Europa dell’Ovest, questo riscaldamento potrebbe essere dell’ordine di 4°C e l’estate eccezionale del 2003 diventerebbe, dopo il 2050, la norma .
Si prevedono variazioni delle precipitazioni intorno a 5-20%, con degli aumenti in tutte le stagioni alle latitudini elevate dell’emisfero nord, e una diminuzione in estate in regioni del Sud Europa e nei dintorni mediterranei. Infine, il riscaldamento sarà accompagnato da una regressione generalizzata della copertura nevosa, delle superfici continentali gelate in modo permanente e della superficie dei ghiacci marini che, nell’Antartico, potrebbero già sparire nel 2100, o forse anche prima.
Una conseguenza sarà l’innalzamento del livello del mare. Studi recenti hanno mostrato che la componente legata alla dilatazione, cioè circa 40 cm da qui alla fine del secolo, è stata sovrastimata nel passato, mentre il contributo della fusione delle grandi calotte, in particolare della Groenlandia, potrebbe essere stata sottostimata.

Nel lungo termine la stabilizzazione dell’effetto serra passa obbligatoriamente per quella della CO2. Stabilizzare l’effetto serra è l’obiettivo che si è prefissato la Convenzione sul Cambiamento Climatico firmata nel 1992 nel quadro del Congresso Mondiale di Rio. Ratificata da tutti i paesi membri delle Nazioni Unite, compresi gli Stati Uniti, questa pone come obiettivo ultimo “di stabilizzare le concentrazioni dei gas serra nell’atmosfera a un livello che impedisca ogni perturbazione antropica pericolosa del sistema climatico”.
Affinché la concentrazione del gas carbonico si stabilizzi, bisogna che le emissioni siano controbilanciate dagli assorbimenti dell’oceano e della biosfera. Quale che sia la concentrazione prevista, bisogna che in un certo momento nel futuro le emissioni annuali ridiscendano al di sotto del loro valore attuale, per raggiungere dei valori da 2 a 3 GtC/anno, o inferiori.
Riguardo a quale sia il livello di stabilizzazione previsto, la Convenzione Climatica si limita a indicare che “converrà raggiungerlo entro un tempo conveniente perché gli ecosistemi possano adattarsi naturalmente ai cambiamenti, affinché la produzione alimentare non sia minacciata e che lo sviluppo economico possa continuare in maniera durevole”.
Tutto fa pensare che bisognerebbe evitare che il riscaldamento medio superi i 2°C, cosa che si otterrebbe stabilizzando il gas carbonico a 450 ppm. Secondo questa ipotesi, dal 2020 le emissioni dovranno diminuire per ritornare ai valori attuali nel 2050 e discendere a meno di 3 GtC/anno alla fine del secolo.
Un ulteriore aspetto rilevante nel terzo rapporto del GIEC riguarda l’inerzia del sistema rispetto alla temperatura e, ancora di più, al livello del mare. Anche dopo che le concentrazioni di gas serra saranno state stabilizzate, la temperatura media del pianeta continuerà ad aumentare di circa mezzo grado e il livello del mare continuerà a salire in modo quasi lineare per parecchi secoli e di parecchi metri.

Il clima del futuro

Anche dopo che, nei prossimi 100 anni, l’emissione di CO2 sarà ritornata a valori non preoccupanti, la variazione del livello del mare resterà importante per almeno un millennio.

Il protocollo di Kioto, valido nel periodo 2008-2012, è un primo passo in questa direzione, finché i paesi in via di sviluppo e gli Stati Uniti non lo avranno ratificato. Tutti gli sguardi sono rivolti al 2012 e agli sforzi che bisognerà allora mettere in opera su scala planetaria per stabilizzare l’effetto serra. È sperabile che per allora i responsabili politici riescano a comprendere correttamente il messaggio che viene dalla comunità scientifica.

Perchè difendo l’Ordine dei Giornalisti


Gli obiettivi dei promotori dei referendum “grilleschi” sono concretamente questi: eliminare i finanziamenti ai giornali (compresi quelli di partito), alle tv e alle radio; lasciare le tv e le radio senza leggi e i giornalisti in balia del mercato (ma resteranno soltanto gli “ordini” degli editori). Con l’abrogazione della legge n. 69/63 si otterrebbe unicamente una mutilazione nella tutela della libertà del giornalista, della sua dignità professionale ed in ultima analisi, della libertà di informazione. Deve perciò ritenersi che la proposta di referendum non sia ammissibile, ai sensi del secondo comma dell’art. 75 della Costituzione, in quanto mirante all’abrogazione di una legge costituzionalmente vincolata. I Consigli dell’Ordini sono giudici disciplinari anche rispetto al Codice di procedura penale (artt. 114 e 115) e al “Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica” (Allegato A del Dlgs n. 196/2003-Testo unico sulla privacy).
Senza la legge sulla professione di giornalista (69/1963) i cronisti diventerebbero degli impiegati del computer e di internet. Questa affermazione si comprende SOLTANTO se si tiene presente che le regole della professione in Italia sono fissate per legge e, quindi, formano un vincolo che obbliga tutti a determinati comportamenti. L’anomalia italiana nasce dalla Costituzione, che vuole un esame di Stato per accedere alle varie professioni intellettuali. L’esame di stato presuppone un percorso formativo determinato sempre dalla legge. Nessuno disconosce che quella dei giornalista sia anch’essa una professione intellettuale. Se è così, deve rispettare gli stessi vincoli delle altre professioni. L’Europa vuole che le professioni intellettuali regolamentate si possano esercitare a patto che gli interessati abbiano una laurea almeno triennale.
La legge professionale 69/1963 (con gli articoli 2 e 48 dedicati alla deontologia) fissa delle regole ed esalta dei valori, che possono riassumersi così:

  1. la libertà di informazione e di critica come diritto insopprimibile dei giornalisti;
  2. la tutela della persona umana e il rispetto della verità sostanziale dei fatti principi da intendere come limiti alle libertà di informazione e di critica;
  3. l’esercizio delle libertà di informazione e di critica ancorato ai doveri imposti dalla buona fede e dalla lealtà;
  4. il dovere di rettificare le notizie inesatte;
  5. il dovere di riparare gli eventuali errori;
  6. il rispetto del segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse;
  7. il dovere di promuovere la fiducia tra la stampa e i lettori;
  8. il mantenimento del decoro e della dignità professionali;
  9. il rispetto della propria reputazione;
  10. il rispetto della dignità dell’Ordine professionale;
  11. il dovere di promozione dello spirito di collaborazione tra i colleghi;
  12. il dovere di promozione della cooperazione tra giornalisti ed editori. Le “regole” fissate dal legislatore sono il perno dell’autonomia dei giornalisti: l’editore non può impartire al direttore disposizioni in contrasto con la deontologia professionale.

La parola Ordine significa riconoscimento giuridico di una professione, nel caso particolare della professione di giornalista. L’Ordine, inoltre, è la deontologia. Nel caso specifico le “regole” fissate dal legislatore sono il perno, come afferma il nostro contratto di lavoro, dell’autonomia dei giornalisti. I Consigli degli Ordini sono per legge i giudici disciplinari e in questo campo fanno la loro parte, certamente con alti e bassi.
E’ da sottolineare l’importanza strategica per una società democratica del nuovo diritto fondamentale dei cittadini all’informazione (”corretta e completa”), costruito dalla Corte costituzionale sulla base dell’articolo 21 della Costituzione e dell’articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (che è legge “italiana” dal 1955). Questo nuovo diritto fondamentale presuppone la presenza e l’attività di giornalisti vincolati a una deontologia specifica e a un giudice disciplinare nonché a un esame di Stato, che ne accerti la preparazione come prevede l’articolo 33 della Costituzione.
Le considerazioni sopra esposte consentono di risalire alle ragioni che hanno spinto il Parlamento nel 1963 a tutelare la professione di giornalista. L’eventuale abrogazione della legge n. 69/1963 sull’ordinamento della professione giornalistica comporterà questi rischi:

  1. quella dei giornalisti non sarà più una professione intellettuale riconosciuta e tutelata dalla legge.
  2. risulterà abolita la deontologia professionale fissata negli articoli 2 e 48 della legge professionale n. 69/1963.
  3. senza la legge n. 69/1963, cadrà per giornalisti (ed editori) la norma che impone il rispetto del “segreto professionale sulla fonte delle notizie”. Nessuno in futuro darà una notizia ai giornalisti privati dello scudo del segreto professionale.
  4. senza legge professionale, direttori e redattori saranno degli impiegati di redazione vincolati soltanto da un articolo (2105) del Codice civile che riguarda gli obblighi di fedeltà verso l’azienda. Il direttore non sarà giuridicamente nelle condizioni di garantire l’autonomia della sua redazione.
  5. Il Contratto non avrà il sostegno deontologico della legge professionale vincolante anche per gli editori, che oggi non possono impartire al direttore e al collettivo redazionale disposizioni in contrasto con quella legge.
  6. una volta abolito l’Ordine, scomparirà l’Inpgi. I giornalisti finiranno nel calderone dell’Inps, regalando all’Inps un patrimonio di 3mila miliardi di vecchie lire (immobili e riserve).

Governo e Parlamento devono preoccuparsi di riformare le leggi sugli ordini e i collegi nonché di tutelare i saperi dei professionisti. La formazione e gli esami per l’accesso devono essere delegati a un altro soggetto (l’Università) anche per garantire il rispetto del principio costituzionale dell’imparzialità. Non possono essere i professionisti a giudicare chi debba entrare nella cittadella delle professioni. E’ condivisibile, infatti, quella parte del decreto legislativo 300/1999 sul riordino dei ministeri che affida l’accesso alle professioni - e quindi anche della professione giornalistica - all’Università. Oggi deve essere tolto agli editori il potere che hanno dal 1928 di “fare” i giornalisti. I giornalisti devono nascere soltanto in Università.
Non bisogna dimenticare:

  1. che l’Ordine ha cercato di liberalizzare la professione creando 21 scuole di giornalismo;
  2. che i suoi minimi tariffari non sono vincolanti (come vuole l’Europa);
  3. che l’Europa, con la direttiva 36/2005 (“Zappalà”) ha dato disco verde gli Ordini e ai Collegi italiani. Quella direttiva e poi il dlgs 30/2006 (“La Loggia”) hanno stabilito che le professioni intellettuali si possono svolgere sia in via autonoma sia in via dipendente. Vogliamo rimanere professionisti e non tornare alla stagione mortificante del “mestiere”. Senza Ordine, infatti, rimarranno soltanto gli ordini degli editori.

Bisogna smetterla, una volta per sempre, di confondere l’ordinamento repubblicano della professione di giornalista con quello fascista. L’articolo 7 della legge 2307/1925 – che prefigurava la nascita di un Ordine dei Giornalisti – non è stato mai attuato dal regime, perché intervenne la legge 563/1926 sull’organizzazione sindacale di tutte le professioni. A questa disciplina giuridica fondamentale si adeguò necessariamente il Regio decreto 384/1928, che determinò la nascita dell’Albo (non dell’Ordine) dei giornalisti, Albo gestito da un comitato di 5 giornalisti operante all’interno dei sindacati regionali fascisti dei giornalisti. L’Ordine dei Giornalisti è nato nel 1963 su iniziativa di due eminenti personalità della democrazia repubblicana, Aldo Moro e Guido Gonella. Conclusione: riforma dell’Ordine sì, abrogazione no!

    Pubblichiamo la parte conclusiva della sentenza 11/1968 con la quale la Corte costituzionale ha riconosciuto la legittimità dell’Ordine dei Giornalisti nato con la legge 63/1969:

      Considerato in diritto

      4. - Ciò posto, la Corte osserva che per un’esatta valutazione del fondamento della questione sottoposta al suo esame occorre tener presente che la legge impugnata, realizzando un proposito espresso fin dal 1944 dal legislatore democratico (art. 1 del D.L. Lt. 23 ottobre 1944, n. 302), disciplina l’esercizio professionale giornalistico e non l’uso del giornale come mezzo della libera manifestazione del pensiero: sicché è esatto quanto sostengono sia la difesa dell’Ordine di Sicilia sia l’Avvocatura dello Stato, che essa non tocca il diritto che a “tutti” l’art. 21 della Costituzione riconosce. Questo sarebbe certo violato se solo gli iscritti all’albo fossero legittimati a scrivere sui giornali, ma è da escludere che una siffatta conseguenza derivi dalla legge. Ne costituisce riprova, oltre l’oggetto stesso del provvedimento, l’esplicita disposizione contenuta nell’art. 35: il quale, in quanto subordina l’iscrizione nell’elenco del pubblicisti alla prova che il soggetto interessato abbia svolto un’”attivita’ pubblicistica regolarmente retribuita per almeno due anni”, dimostra che la stessa legge considera pienamente lecita anche la collaborazione ai giornali che non sia ne’ occasionale ne’ gratuita. Senza che ci sia bisogno di affrontare questioni di interpretazione non essenziali per la presente decisione, appare certo che l’art. 35 circoscrive la portata del divieto sancito nell’art. 45, limita l’estensione dell’obbligo di iscrizione all’albo e, in definitiva, conferma che l’appartenenza all’Ordine non è condizione necessaria per lo svolgimento di un’attività giornalistica che non abbia la rigorosa caratteristica della professionalità.
      5. - Questa conclusione, tuttavia, non esaurisce la questione sottoposta alla Corte. L’esperienza dimostra che il giornalismo, se si alimenta anche del contributo di chi ad esso non si dedica professionalmente, vive soprattutto attraverso l’opera quotidiana del professionisti. Alla loro libertà si connette, in un unico destino, la libertà della stampa periodica, che a sua volta è condizione essenziale di quel libero confronto di idee nel quale la democrazia affonda le sue radici vitali. E nessuno può negare che una legge la quale, pur lasciando integro il diritto di tutti di esprimere il proprio pensiero attraverso il giornale, ponesse ostacoli o discriminazioni all’accesso alla professione giornalistica ovvero sottoponesse i professionisti a misure limitative o coercitive della loro libertà, porterebbe un grave e pericoloso attentato all’art. 21 della Costituzione. Sotto questo secondo profilo della questione, che di certo e’ il piu’ delicato, la Corte deve in primo luogo accertare se l’istituzione stessa di un Ordine giornalistico e l’obbligatorietà della iscrizione nell’albo non costituiscano di per se’ una violazione della sfera di libertà di chi al giornalismo voglia professionalmente dedicarsi.
      La Corte ritiene che a tale interrogativo si debba dare una risposta negativa.
      Chi tenga presente il complesso mondo della stampa nel quale il giornalista si trova ad operare o consideri che il carattere privato delle imprese editoriali ne condiziona le possibilità di lavoro, non può sottovalutare il rischio al quale è esposto la sua libertà né può negare la necessità di misure e di strumenti a salvaguardarla. Per la decisione della presente questione - alla quale resta estranea la rilevanza degli ulteriori profili di pubblico interesse (fra i quali quello inerente all’osservanza del canoni della deontologia professionale) soddisfatti dalla legge - è in vista di tale finalità che va valutata la funzione che l’Ordine può svolgere. Il fatto che il giornalista esplica la sua attività divenendo parte di un rapporto di lavoro subordinato non rivela la superfluità di un apparato che (secondo l’avviso della difesa del ricorrente) si giustificherebbe solo in presenza di una libera professione, tale il senso tradizionale. Quella circostanza, al contrario, mette in risalto l’opportunità che i giornalisti vengano associati in un organismo che, nei confronti del contrapposto potere economico del datori di lavoro, possa contribuire a garantire il rispetto della loro personalità e, quindi, della loro libertà: compito, questo, che supera di gran lunga la tutela sindacale del diritti della categoria e che perciò può essere assolto solo da un Ordine a struttura democratica che con i suoi poteri di ente pubblico vigili, nei confronti di tutti e nell’interesse della collettività, sulla rigorosa osservanza di quella dignità professionale che si traduce, anzitutto e soprattutto, nel non abdicare mai alla libertà di informazione e di critica e nel non cedere a sollecitazioni che possano comprometterla.
      Si deve tuttavia ribadire che questa conclusione positiva è valida solo se le norme che disciplinano l’Ordine assicurino a tutti il diritto di accedervi e non attribuiscano ai suoi organi poteri di tale ampiezza da costituire minaccia alla libertà dei soggetti. E in questa ulteriore direzione va ora rivolta l’indagine affidata alla Corte.
      6 - Il divieto posto nell’art. 45, come si e’ detto, condiziona all’iscrizione nell’albo il legittimo esercizio della professione giornalistica, ed esso, a causa del disposto contenuto nell’art. 36, si risolve in un divieto assoluto per gli stranieri che siano cittadini di uno Stato che non pratichi il trattamento di reciprocita’. Da cio’ scaturisce la necessita’ di accertare se esso non sia in contrasto con l’art. 21 della Costituzione che a tutti, e non ai soli cittadini, garantisce il fondamentale diritto di esprimere liberamente e con ogni mezzo il proprio pensiero.
      La Corte - anche richiamando quanto esposto al n. 4 - ritiene che, in se considerato, il presupposto del trattamento di reciprocità per l’accesso alla professione giornalistica non sia illegittimamente stabilito, e cio’ perche’ e’ ragionevole che in tanto lo straniero sia ammesso ad un’attivita’ lavorativa in quanto al cittadino italiano venga assicurata una pari possibilita’ nello Stato al quale il primo appartiene. Questa giustificazione, pero’, non puo’ estendersi all’ipotesi dello straniero che sia cittadino di uno Stato che non garantisca l’effettivo esercizio delle liberta’ democratiche e, quindi, della piu’ eminente manifestazione di queste. In tal caso, atteso che ad un regime siffatto puo’ essere connaturale l’esclusione del non cittadino dalla professione giornalistica, il presupposto di reciprocita’ rischia di tradursi in una grave menomazione della liberta’ di quei soggetti ai quali la Costituzione - art. 10, terzo comma - ha voluto offrire asilo politico e che devono poter godere almeno in Italia di tutti quei fondamentali diritti democratici che non siano strettamente inerenti allo status civitatis.
      Limitatamente a questa parte, dunque, l’art. 45 deve essere dichiarato costituzionalmente illegittimo.
      7. - Passando all’esame delle norme che disciplinano l’accesso all’albo, devono essere presi in considerazione gli artt. 29, 33, 34 e 35 della legge, che formano oggetto dell’impugnativa ritualmente proposta dal pretore di Catania.
      Ad avviso della Corte, i dubbi di costituzionalità manifestati dal giudice a quo non appaiono fondati.
      L’art. 29 richiede per l’iscrizione nell’elenco del professionisti, fra l’altro, l’iscrizione nel registro del praticanti e l’esercizio della pratica per almeno diciotto mesi: dal combinato disposto di questa norma e degli artt. 33 e 34 discende, secondo il pretore, che l’accesso al registro del praticanti e, mediatamente, all’albo è rimesso alla completa discrezionalità degli editori, del direttori e degli altri giornalisti già iscritti. La Corte osserva che, se è vero che ove il soggetto interessato non trovi un giornale che lo assuma come praticante egli non potrà mai intraprendere la carriera giornalistica, è altrettanto vero che neppure il giornalista iscritto può svolgere la sua attività professionale se non trova un editore disposto ad assumerlo: il che dimostra che ci si trova di fronte a conseguenze che non derivano dalla legge in esame, ma dalla struttura privatistica delle imprese editoriali, nell’ambito della quale la non discriminazione può essere assicurata soltanto dalla concorrenza della molteplicità delle iniziative giornalistiche.
      Neppure può dirsi che il secondo comma dell’art. 34, in quanto richiede che lo svolgimento della pratica sia comprovata da una dichiarazione motivata del direttore del giornale, all’arbitrio di questi rimetta la valutazione di un presupposto per l’iscrizione nell’elenco del giornalisti. In effetti, poiché non risulta che l’Ordine abbia il potere di esprimere un giudizio di ammissibilità basato sull’apprezzamento del modo in cui l’interessato ha esercitato la pratica, si deve concludere che la motivazione del direttore deve avere ad oggetto solo gli elementi formali del rapporto (durata, continuita’) e non può mai tradursi in un sindacato sul pensiero espresso dal praticante.
      Non si vede, infine, in che modo il Consiglio dell’Ordine possa esercitare poteri arbitrari in ordine all’iscrizione nell’albo: chiamato a verificare la sussistenza di elementi tassativamente indicati dalla legge ed a prendere atto del giudizio positivo delle prove di esame predisposte per un accertamento tecnico, il Consiglio non può neppure liberamente valutare la buona condotta (art. 31, secondo comma) del richiedente, ma deve accertarla sulla base di fatti, secondo canoni elaborati in base ad una consolidata tradizione e con l’esclusione di ogni apprezzamento di atteggiamenti che costituiscano estrinsecazione delle libertà garantite dalla Costituzione. Val la pena di aggiungere che la legge impone che i provvedimenti di rigetto della domanda siano motivati (art. 30) e predispone su di essi il controllo giurisdizionale (art. 63), assicurando in tal modo la repressione di ogni abuso.
      Del pari non fondata è la questione relativa al primo comma dell’art. 35, impugnato nella parte in cui stabilisce che al fine dell’iscrizione nell’elenco dei pubblicisti il richiedente deve offrire la dimostrazione di aver svolto attività retribuita da almeno due anni. Il timore espresso dal giudice a quo che questa norma consenta un sindacato sulle pubblicazioni non ha ragione di essere, perché la certificazione dei direttori e la esibizione degli scritti sono elementi richiesti solo al fine di consentire che venga accertato se l’attività sia stata esercitata né occasionalmente ne’ gratuitamente e per il tempo richiesto dalla legge, e non anche allo scopo di imporre o di permettere una valutazione di merito capace di risolversi, come afferma l’ordinanza, in “una forma larvata di censura ideologica”.
      8. - Poiché l’ordinanza denunzia che l’obbligatorietà dell’iscrizione nell’albo, sancita dal denunziato art. 45, rimette alla piena “discrezionalità altrui” l’esercizio del diritto riconosciuto dall’art. 21 della Costituzione, con conseguente violazione anche dell’art. 3, la Corte non può sottrarsi al compito di esaminare altre disposizioni della legge che possano incidere sul diritto all’iscrizione nell’albo, e ciò non per esercitare un controllo su norme che, per quanto si é detto al n. 2, non sono state ritualmente impugnate, ma solo per accertare se il loro contenuto sia tale da determinare l’illegittimità dell’art. 45.
      Sotto questo profilo ed a questi limitati effetti vengono in esame l’art. 24, che attribuisce al Ministro per la grazia e giustizia l’alta sorveglianza sui Consigli dell’Ordine, e le disposizioni che conferiscono ai Consigli poteri disciplinari che sull’iscrizione all’albo possono incidere in via temporanea (art. 54) o definitiva (art. 55).
      La Corte osserva che il potere del Ministro, corollario del pubblico interesse al regolare funzionamento dei Consigli, ha per contenuto i provvedimenti indicati nel secondo e nel terzo comma dello stesso art. 24, sicche’ nessuna ingerenza e’ consentita all’esecutivo sulla attivita’ amministrativa relativa agli iscritti, salva la implicita possibilita’ di segnalare fatti che ai sensi dell’art. 48 possano giustificare il promovimento dell’azione disciplinare: nel che non si puo’ riscontrare, in verita’, nessun rischio di abuso.
      La Corte ritiene, del pari, che i poteri disciplinari conferiti ai Consigli non siano tali da compromettere la libertà degli iscritti. Due elementi fondamentali vanno tenuti ben presenti: la struttura democratica del Consigli, che di per se’ rappresenta una garanzia istituzionale non certo assicurata dalla legge precedentemente in vigore (D.L. Lt. 23 ottobre 1944, n. 302), in base alla quale la tenuta degli albi e la disciplina degli iscritti sono state affidate per circa venti anni ad un organo di nomina governativa; e la possibilità del ricorso al Consiglio nazionale ed il successivo esperimento dell’azione giudiziaria nei vari gradi di giurisdizione. L’uno e l’altro concorrono sicuramente ad impedire che l’iscritto sia colpito da provvedimenti arbitrari. Essi, tuttavia, non sarebbero sufficienti a raggiungere tale scopo, se la legge stessa prevedesse, sia pure implicitamente, una responsabilità del giornalista a causa del contenuto dei suoi scritti e ammettesse una corrispondente possibilità di sanzione, perché in tal caso la libertà riconosciuta dall’art. 21 sarebbe messa in pericolo e l’art. 45 - norma di chiusura dell’intero ordinamento giornalistico - risulterebbe illegittimo. Ma la legge non consente affatto una qualsiasi forma di sindacato di tale natura. Se la definizione degli illeciti disciplinari, come è inevitabile, non si articola in una previsione di fattispecie tipiche, bisogna pur considerare che la materia trova un preciso limite nel principio fondamentale enunciato dalla stessa legge nell’art. 2. Se la libertà di informazione e di critica è insopprimibile, bisogna convenire che quel precetto, più che il contenuto di un semplice diritto, descrive la funzione stessa del libero giornalista: è il venir meno ad essa, giammai l’esercitarla che può compromettere quel decoro e quella dignità sui quali l’Ordine è chiamato a vigilare.

      Più di quaranta le adesioni all’appello del sen. Polito in favore di Renzo Guolo


      Sono ormai quarantadue i parlamentari che hanno aderito all’appello di solidarietà, promosso dal sen. Antonio Polito, per Renzo Guolo lo studioso dell’islam rinviato a giudizio per le sue idee e la sua ricerca intellettuale. Le firme provenienti da diverse parti politiche (Ulivo, Forza Italia, An, Udc, Rifondazione Comunista, Verdi, Autonomie, gruppo Misto, Lega Nord) appartengono a: Giorgio Benvenuto, Romolo Benvenuto, Gerardo Bianco, Marco Boato, Paolo Bodini, Slavatore Bonadonna, Margherita Boniver, Annamaria Carloni, Paolo Cento, Franca Chiaromonte, Armando Cossutta, Sergio D’elia, Enrico Farinone, Francesco Ferrante , Maurizio Fistarol, Paolo Giarretta, Sandro Gozi, Franco Grillini, Mria Leddi Maiola, Donata Lenzi, Massimo Livi Bacci, Antonio Lo Presti, Calogero Mannino, Pietro Mercenari, Marco Follini, Andrea Martella, Riccardo Miglioni, Andrea Orlando, Carlo Pegorer, Oskar Peterlini, Guglielmo Picchi, Edoardo Pollastri, Ermete Realacci, Massimo Romagnoli, Simonetta Rubinato, Maurizio Sacconi, Marina Sereni, Giusi Servodio, Stefano Stefani, Giorgio Tonini, Nicola Tranfaglia, Valerio Zanone.
      ” E’ davvero sorprendente - aveva dichiarato Polito- che un uomo dell’onestà intellettuale e della competenza di Guolo possa essere inquisito per le sue idee e dunque condizionato nella libertà della sua ricerca storica. C’è un limite oltre il quale nessuna società democratica e aperta può andare: e quel limite è la libertà di parola e di pensiero. Nessun fondamentalismo religioso può intaccare questa essenziale libertà europea.”

      Dibattito alla Camera dei Deputati sull’interpellanza presentata dall’on.Colasio in merito alla vicenda Guolo


      Pubblichiamo di seguito il testo ufficiale del dibattito avvenuto alla Camera dei Deputati sul caso Guolo lo scorso 7 giugno, con il resoconto dell’intervento dell’on.Colasio, la risposta a nome del Governo del sottosegretario Modica e la replica di Khaled Fouad Allam, Deputato di religione islamica e membro della Consulta per l’islam in Italia presso il Ministero dell’Interno.
      L’interpellanza urgente è stata presentata dall’on.Colasio il 4 giugno scorso, firmata da 44 deputati.

      Seduta n.166 del 7 giugno 2007

      Iniziative per garantire il diritto alla libertà della ricerca scientifica e alla diffusione dei suoi risultati - n. 2-00572

      PRESIDENTE. Il deputato Colasio ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00572 (vedi l’allegato A - Interpellanze urgenti sezione 10).

      ANDREA COLASIO. Signor Presidente, rinvio al testo dell’interpellanza, molto analitico, che intendo in questa sede sviluppare, a fronte della molteplicità di colleghi - circa una cinquantina - che hanno ritenuto opportuno rimarcare un aspetto veramente problematico.
      Ringrazio innanzitutto il Governo, il Ministro Mussi e il sottosegretario Modica per aver dato una risposta oltremodo sollecita, considerato che l’interpellanza è stata depositata pochi giorni fa. Ciò denota la consapevolezza del punto di criticità assoluto che stiamo affrontando. Cercherò, nel tempo a mia disposizione, di soffermarmi su alcuni aspetti, sia puntuali, sia di carattere più analitico e generale.
      Veniamo ai fatti: nel 2003 il sociologo Renzo Guolo, studioso oltremodo apprezzato di sociologia delle religioni, pubblicava un volume per gli editori Laterza, Xenofobi e xenofili: gli italiani e l’islam. L’11 dicembre 2004 lo stesso Guolo veniva citato per diffamazione e vilipendio della religione da Adel Smith e l’11 aprile 2007 veniva imputato da un pubblico ministero della procura di Bari del reato di diffamazione e vilipendio della religione islamica, per avere offeso la reputazione di Smith, presidente dell’UMI (Unione musulmani italiani), e perché - si dice nel decreto - così facendo offendeva la stessa religione islamica.
      Credo sia un caso emblematico. Stiamo affrontando una vicenda le cui implicazioni sono profonde e attengono a sfere concernenti non solo la libertà di pensiero o di ricerca, ma la stessa possibilità che ambiti disciplinari del nostro mondo accademico possano affrontare questioni che attengono al conflitto sociale. È evidente che, qualora si desse conseguenza logica, in via giudiziaria, ai capi di imputazione, si verrebbero a delimitare dei territori franchi rispetto alla ricerca scientifica.
      Devo fare una piccola premessa metodologica. È evidente che quando si affronta il problema delle scienze sociali - va anche detto come nel nostro Paese si sconti già un ritardo per via dello storicismo - vi sono scuole di pensiero e metodologie. C’è l’approccio quantitativo e l’approccio qualitativo. Almeno dagli inizi del secolo, nella scuola di Chicago, negli Stati Uniti, c’è un approccio attento alla dimensione qualitativa, cioè alle rappresentazioni degli attori in campo. Thomas e Znaniecki scrissero un libro, intitolato Il contadino polacco, costruito sulle lettere.
      Tale metodologia di ricerca, che poi ha avuto altri filoni - come l’etnometodologia o l’interazionismo simbolico -, costruisce delle rappresentazioni del sociale a partire dal vissuto, dal narrato, dalla dimensione simbolico-relazionale degli attori in campo. È una metodologia di ricerca oltremodo foriera di risultati da un punto di vista analitico. A voler essere ancora più chiari, è dall’inizio del secolo che il dibattito sul metodo, la differenza tra spiegazione e comprensione ha posto il problema della particolarità delle scienze sociali rispetto ad un laboratorio che non è un laboratorio asettico, ma la società. Quando quest’ultima viene analizzata, evidentemente ci si confronta con la dimensione linguistica, con la dimensione simbolica, con l’incrocio degli attori. Ciò appartiene al patrimonio consolidato della comunità scientifica: vi sono regole, protocolli, metodologie e tecniche di ricerca condivise dalla comunità stessa. Una cosa è la valutatività, un’altra cosa è l’obiettività.
      Il professor Guolo, all’interno di tali discipline di ricerca, rappresenta un esempio rigoroso di obiettività. La comunità scientifica riconosce in Guolo uno studioso oltremodo rigoroso e attento agli attori in campo. Come ha proceduto il professor Guolo? Lo esporrò prima di soffermarmi sui capi di imputazione, e su una loro «ermeneutica», perché il punto che stiamo osservando è veramente drammatico.
      Il professor Guolo scrive: «La strategia adottata da Smith per far diventare l’UMI il perno dell’aggregazione islamica è innanzitutto mediatica. Privo di una rappresentatività reale, l’UMI cerca di sfruttare quella virtuale. Nella società dei mezzi di comunicazione di massa Smith, leader senza seguito, si legittima grazie alle sole apparizioni in video». E continua (questo è un passaggio oltremodo importante): «Quanto alle altre organizzazioni «- e questo è un punto significativo della ricerca di Guolo: egli non vuole analizzare il fenomeno religioso, che gli interessa in senso lato, gli interessa semmai l’Islam organizzato -», nel nostro Paese esiste una dimensione ideologica simbolica organizzata dell’Islam». L’obiettivo del volume di Guolo è questo: fare una mappa di quello che definisce il «campo verde»; ricostruisce quindi in modo rigoroso e analitico quelle che egli definisce, e i sociologi chiamano, le «rappresentazioni degli attori in campo». Non affronta solo l’immagine, quindi, la rappresentazione che l’opinione pubblica italiana ha dell’Islam, o meglio dell’Islam organizzato, cioè della religione musulmana mediata dalla veicolazione ideologica di esso, ma - ed è il punto dirimente - anche le modalità concrete con cui, nel conflitto, essa si rappresenta, perché Guolo dimostra che l’Islam politico organizzato, il «campo verde», come lui lo definisce, non è una realtà monolitica ma è attraversata da conflitti e linee di frattura.
      È evidente che, per fare ciò, lo studioso ricorre ad una ricostruzione attenta del dibattito tra le varie realtà organizzate, ed è anche evidente - consegue dall’analisi - che ad un certo punto egli ricostruisce il processo del conflitto e il tentativo di ogni singola organizzazione di essere competitiva rispetto all’altra, anche ricorrendo a modalità di delegittimazione del concorrente. Nel far ciò la tecnica prescelta non può essere che quella della narrazione, delle rappresentazioni reciproche in conflitto degli attori.
      Voglio essere chiaro: vediamo il capo di imputazione. Quel che risulta anomalo è che egli viene imputato perché - e ciò è riportato nel decreto di citazione diretta -, contrariamente a quanto dichiarato dal predetto Smith, Guolo afferma che egli sarebbe privo di rappresentatività reale, leader senza seguito, leader musulmano del tutto virtuale, boicottato dalla stessa comunità islamica. Inoltre lo farebbe riportandosi al pensiero di altri, ma - qui vi è un punto abbastanza enigmatico - con sostanziale condivisione. Qui nasce il problema, perché a pagina 34 del suo volume Guolo scrive: «Quanto alle altre organizzazioni, Palazzi, leader dell’AMI, che è un’altra associazione islamica, ritiene - sottolineo tale «ritiene» - che l’UMI (che sarebbe l’associazione di Smith) abbia più a che fare con il mondo dell’estrema destra antisemitica che con la comunità islamica, posizione testimoniata dalla lettera aperta - ripeto, dalla lettera aperta - che il segretario dell’AMI scrive a Carlo Pelanda, l’uomo che ha schiaffeggiato Smith, esprimendogli solidarietà per l’aggressione subita da parte di due demenziali pregiudicati come Smith e Zucchi».
      Si tratta evidentemente della citazione di dichiarazioni di attori in conflitto, che vengono riportate fra virgolette - il testo lo esplicita - allo scopo di attestare l’esistenza di tale conflitto all’interno dell’Islam organizzato (in altri termini, si riporta quel che Palazzi ritiene dell’UMI).
      Ciò detto, quel che è emblematico e problematico - poiché, lo ripeto, ha implicazioni sulla libertà di ricerca scientifica nel nostro Paese - è questa idea della «sostanziale condivisione»: è evidente, infatti, che, per uno studioso attento e rigoroso come Guolo, che applica una metodologia di tipo qualitativo, riportare l’autorappresentazione degli attori in campo costituisce un aspetto della metodologia di ricerca.
      Se dunque si dovesse dar seguito a tali imputazioni, si aprirebbe un problema enorme per la libertà di ricerca scientifica nel nostro Paese. Diciamolo con chiarezza: non solo abbiamo delimitato territori assolutamente avulsi dalla possibilità di fare ricerca ma ancor di più, metteremmo in atto quella che un epistemologo definirebbe una «rottura epistemologica», una rupture épistémologique, cioè l’introduzione di un nuovo paradigma. Così facendo, però, diverrebbero territori a rischio l’antropologia culturale o politica, la sociologia di tipo qualitativo, perfino la storia contemporanea: tutte discipline cui sarebbe impedito nel nostro Paese di affrontare temi e questioni di interrogazione ed indagine secondo categorie analitiche condivise dalla comunità scientifica che si occupa di questi ambiti. Credo che sarebbe davvero un colpo gravissimo alla libertà di ricerca e al progresso della scienza nel nostro Paese e oggi più di qualche studioso si sta interrogando sull’opportunità di mettere in campo determinate ricerche con determinate metodologie.
      Ma vi è un ulteriore aspetto che lascia perplessi. Credo che - nel rispetto assoluto dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, poiché è evidente che stiamo parlando anche di questo - sarebbe però sbagliato non porre alcuni quesiti alla magistratura, con tutte le conseguenze del caso. La scienza giuridica ha un proprio statuto deontologico ed epistemologico: ebbene, la stessa scienza giuridica, in un processo per diffamazione così delicato, deve attenersi a protocolli disciplinari.
      Mi spiego meglio. Nel decreto di citazione si legge: «(…) inoltre, riportandosi al pensiero di altri», sempre con questa improbabile «sostanziale condivisione» da parte di Guolo, si attribuisce «all’UMI la volontà di opposizione ad una legge sulla libertà religiosa in realtà mai manifestata». In questo caso, sarebbe stato sufficiente andare a leggere - cosa che il magistrato avrebbe dovuto fare - pagina 35 del testo di Guolo, dove si legge: «La critica di Palazzi» - e dunque non è l’UMI, è l’AMI - «investe anche la Chiesa, accusata per la sua propensione al dialogo interreligioso; da qui la palese contestazione al dialogo da parte dell’UMI». È evidente, insomma, che si tratta di un refuso tipografico: si sta parlando non dell’UMI, ma dell’AMI. Questi, però, mi sembrano dettagli marginali.
      Quel che mi sembra assolutamente improbabile è che uno studioso rigoroso come Guolo possa essere accusato - proprio lui, studioso attento ai processi di integrazione e che ha portato un contributo importante alla conoscenza dell’Islam nel nostro Paese, attraverso una ricerca modulata secondo criteri di grande obiettività e rigore - non solo di avere offeso la reputazione di Smith, ma anche, così facendo, di aver offeso la stessa religione islamica. Si inferisce però in questo modo che Smith sia un ministro di culto, il che non è, per il semplice motivo che non vi è alcun atto normativo che riconosce l’imam come ministro di culto: si tratta di una sorta di imam autoproclamatosi. Di conseguenza, davvero non si comprende come sia possibile imputare a Guolo di aver offeso, avendo messo in discussione la rappresentatività politica di Smith, la stessa religione islamica.
      Penso che vi siano ambiti molto delicati, dove bisogna muoversi con grande attenzione, rigore e intelligenza. La nostra sensazione è condivisa - voglio dirlo - con i colleghi parlamentari sottoscrittori dell’interpellanza urgente, i quali appartengono ai più disparati gruppi politici: ciò denota che vi è una comune consapevolezza, perché la posta in gioco è oltremodo pericolosa. Il nostro Paese - lo ripeto - è caratterizzato da grande apertura alla ricerca scientifica, da grande libertà, da capacità inclusiva e libertà di accoglienza. È però evidente che questo problema ci pone interrogativi pressanti.
      Perciò, vogliamo interpellare al riguardo il Ministro dell’università e della ricerca, che rappresenta colui che deve dare declinazione politica e costituzionale agli articoli 21 e 33 della nostra Costituzione, che da un lato definiscono la libertà di pensiero e dall’altra la libertà di ricerca, anche perché non vi è solo la libertà di ricerca, in quanto è evidente che un giornalista che dovesse riportare, recensire o narrare parte di questo volume, a sua volta incorrerebbe nel rischio di una querela per diffamazione.

      PRESIDENTE. Onorevole Colasio, la prego di concludere.

      ANDREA COLASIO. Pertanto, vogliamo sapere, signor sottosegretario, se, come e con quali modalità il Ministro intenda intervenire per dare concreta attuazione al diritto costituzionalmente sancito a proposito della libertà di ricerca e della sua diffusione.

      PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per l’università e la ricerca, Luciano Modica, ha facoltà di rispondere.

      LUCIANO MODICA. Sottosegretario di Stato per l’università e la ricerca. Signor Presidente, desidero premettere che intervengo in qualità di rappresentante del Ministero dell’università e della ricerca e pertanto non sono in grado di dare risposta a quella parte dell’interpellanza urgente dell’onorevole Colasio che peraltro, a titolo esclusivamente personale, condivido pienamente; tuttavia non posso rispondere alla domanda che riguarda la situazione del procedimento giudiziario di cui si parla nell’atto di sindacato ispettivo.
      In relazione ai contenuti dell’interpellanza presentata dall’onorevole Colasio ed altri, il Ministero dell’università e della ricerca concorda totalmente con le considerazioni espresse in merito alla necessità che siano attuati, senza limitazione alcuna, i principi costituzionali affermati negli articoli 21 e 33 della Costituzione, che costituiscono il presupposto ineludibile per lo svolgimento dell’attività di ricerca scientifica libera da condizionamenti e per la conseguente diffusione dei risultati conseguiti.
      La tutela di tali diritti è garantita dalle norme costituzionali e deve essere impegno comune evitare che vengano posti in essere, sul piano sia politico sia legislativo, provvedimenti che limitino la portata delle disposizioni richiamate.
      Per quanto riguarda il caso del professor Guolo, si deve rilevare che è stato iniziato un procedimento penale, come del resto affermato nella medesima interpellanza e ben noto a tutti, che dovrà ormai concludersi secondo le procedure previste. Il Ministro della giustizia interpellato ha infatti confermato, sulla base delle indicazioni ricevute dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Bari, che in data 11 aprile 2007 il pubblico ministero ha esercitato l’azione penale nei confronti del professor Guolo, citandolo a giudizio dinanzi al giudice monocratico, il quale ha fissato l’udienza dibattimentale il 10 luglio 2007.
      Non si ritiene, pertanto, opportuno entrare oggi nel merito della questione, in quanto al momento non si può che attendere l’esito del processo, che dovrà fare chiarezza e accertare se sia sostenibile l’imputazione del reato di diffamazione e vilipendio della religione islamica nonché di offesa alla reputazione del presidente dell’Unione musulmani italiani e imam Adel Smith, per la quale la procura di Bari ha ravvisato i presupposti.
      Il Ministero dell’interno ha comunicato che la figura dell’imam, nella religione musulmana, non è preventivamente ordinata da un’autorità superiore, ma qualunque fedele può svolgere la funzione di guida spirituale.
      La tematica della provenienza e della formazione degli imam è al centro di un vivace dibattito in molti Paesi europei, ivi compreso il nostro, tanto da essere stata inserita nell’ambito dei lavori della Consulta per l’Islam italiano, che, come è noto, è un organismo presieduto dal Ministro dell’interno, che svolge funzioni consultive, esprimendo pareri e formulando proposte in ordine a questioni riguardanti l’integrazione della popolazione di cultura e religione islamica in Italia.
      Lo stesso Ministro Amato, peraltro, ha sottolineato la necessità di addivenire ad una regolamentazione della materia, mediante un’intesa con la confessione religiosa, ovvero attraverso una specifica normativa che permetta di sottoporre ad una verifica i ministri di culto di qualsiasi religione, auspicando, nel contempo, una rapida approvazione del disegno sulla libertà religiosa, attualmente all’esame di questo ramo del Parlamento.
      Ovviamente, la libertà dei ricercatori di esprimere il proprio pensiero deve comunque essere esercitata nel rispetto delle convinzioni altrui, come si ritiene che sia avvenuto nel caso del professor Guolo citato dagli interpellanti, a cui il Ministro ha fatto giungere pubblicamente la sua solidarietà personale.
      Solo in questo modo è possibile mantenere alla ricerca scientifica il connotato di libera e rigorosa argomentazione razionale che le compete e assumere iniziative a sua tutela.
      Si segnala anche che l’università di Torino ha notato con preoccupazione come la querela in questione rimandi - lo ha fatto anche l’onorevole Colasio - al più generale problema della legittimità o meno di condurre un’attività di libera ricerca su problemi di carattere religioso o socio-religioso.
      Il Ministero reputa questa legittimità indubbia ed essa deve realizzarsi in un clima di confronto intellettuale aperto e rispettoso evitando, fin dove possibile, il ricorso a strumenti giudiziari, poco adatti alla natura dell’attività di ricerca.

      PRESIDENTE. Il deputato Fouad Allam, cofirmatario dell’interpellanza, ha facoltà di replicare.

      KHALED FOUAD ALLAM. Signor Presidente, mi ritengo soddisfatto dell’esauriente risposta in una materia che indubbiamente è anche complessa ed inedita dal punto di vista epistemologico.
      Mi sembrano particolarmente importanti due aspetti che emergono dal suo ragionamento e dalla sua risposta. Il primo è che mi pare evidente che le ricerche sull’Islam, in Italia e in Europa, si confrontano con dei soggetti non passivi, ma attivi (io stesso sono anche sociologo del mondo musulmano e collaboro con Renzo Guolo sul quotidiano la Repubblica).
      Mi pare evidente che tali ricerche si confrontano con linee di tensione e tipologie che, talvolta, sono anche ideologiche che il ricercatore non può fare a meno di considerare nella sua ricostruzione teorica e nella sua riformulazione a livello scientifico, e dunque la narrazione di un discorso sull’Islam contemporaneo in Italia e in Europa prende parte a tali linee di tensione.
      Il secondo aspetto, che mi sembra fondamentale e che costituisce un problema estremamente complesso e difficile che deve essere risolto in Italia e in Europa, è la grande questione dell’autorità nell’Islam (chi fa cosa ed in nome di chi).
      Dal punto di vista del diritto musulmano appare evidente - e tutti lo sanno oramai - che nell’Islam sunnita il concetto di autorità è inesistente. Storicamente l’autorità si è definita in funzione dei tempi storici utilizzando un concetto del diritto musulmano che si chiama igma (del consenso). Il consenso era o quello globale della comunità o quello dato dai sapienti. Mi sembra evidente che molti utilizzano la categoria di imam quando, in realtà, non lo sono assolutamente.
      Su tale situazione credo che il nostro Paese e l’Europa in generale dovrebbero fare un po’ di ordine e aiutare molto di più la grande questione, in un certo senso, di un’autonomia dell’Islam in Europa e della nascita di un Islam di tipo europeo consonante, ovviamente, con i principi di libertà di riunione, ma anche di libertà e di ricerca scientifica. Ringrazio il sottosegretario.

      “E’ ancora possibile parlare di religioni?”. Contributo video dell’incontro.


      Lunedì scorso si è tenuto al Cinema Concordi di Padova, l’incontro: E’ ancora possibile parlare di religioni? Diritto di critica e libertà di ricerca accademica. Presentiamo di seguito un estratto video delle riflessioni più rilevanti emerse dagli interventi Stefano Allievi, Renzo Guolo e della costituzionalista Lorenza Carlassare.

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      Incontro a Padova, 11 giugno 2007
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      Riprese:
      Marco Businaro, Anna Law Gana
       
      Montaggio:
      Marco Businaro, Cristiano Polato

      Diritto di critica e libertà di ricerca, si può ancora parlare di religioni? Incontro a Padova con Allievi e Guolo.


      Stefano Allievi, docente dell’Università di Padova, e Renzo Guolo, già sociologo nell’Ateneo patavino e ora a Torino, sono tra i più noti studiosi di Islam del nostro paese che si sono distinti nel campo della ricerca accademica, in un periodo di islamofobia mediatica a volte nevrotica, per la pacatezza e l’equilibrio del loro approccio.
      Entrambi sono stati querelati dall’esponente islamico Adel Smith in una legittima contrapposizione tra libero esercizio di opinione e lesione di un diritto personale che il nostro ordinamento giurisprudenziale garantisce sempre e comunque alle parti.
      La sentenza emessa (sei mesi di reclusione) nei confronti di Stefano Allievi per diffamazione aggravata a mezzo stampa è risultata sorprendente a molti in termini di entità della pena, tanto da suscitare una campagna di solidarietà cui hanno aderito accademici ed esponenti di diverse confessioni religiose tra cui anche islamici.
      Per Renzo Guolo l’accusa invece è di vilipendio della religione islamica.
      La questione però non è solo giurisprudenziale: le due vicende toccano alla radice la libertà di ricerca accademica, quella di manifestare le proprie opinioni e il diritto di critica specie se il campo di analisi è quello della religione.

      Per approfondire questi temi, lunedì 11 giugno alle 12.15 al Cinema Concordi di via San Martino e Solferino 95 (Padova) si tiene il dibattito dal titolo “È ancora possibile parlare di religioni? Diritto di critica e libertà di ricerca accademica” che vede la partecipazione del Rettore, VINCENZO MILANESI, STEFANO ALLIEVI, RENZO GUOLO, LORENZA CARLASSARE, costituzionalista, VINCENZO DURANTE, giurista, e FLAVIA URSINI, Presidente del Corso di laurea in Scienze della Comunicazione.

      In una lettera aperta a “Repubblica” il ministro Mussi esprime la sua solidarietà a Guolo e Allievi


      In seguito agli appelli lanciati dai quotidiani nei giorni precedenti, ieri su Repubblica, il ministro dell’Università Fabio Mussi ha espresso in una lettera aperta la sua piena solidarietà con Renzo Guolo e Stefano Allievi. Di seguito il testo integrale della lettera:

      Roma, 29 maggio 2007

      Caro Guolo,

      ho visto la notizia del tuo rinvio a giudizio, su denuncia del Sig. Adel Smith, per “vilipendio della religione islamica”. Notizia sconcertante. Tanto più che c’è il precedente di Stefano Allievi. Conosco la serietà degli studi tuoi, e di Allievi, e l’impegno di conoscenza, che comporta libertà di ricerca e di critica. A questa libertà non si può rinunciare, né si può pretendere che qualche tribunale ne fissi i limiti, perimetrando “zone franche” inaccessibili alla scienza. Nemmeno le religioni possono essere zone franche.
      Voglio augurarmi che l’art. 21 e l’art. 33 della Costituzione restino, ora e sempre, i fari accesi del nostro ordinamento.

      Ti invio la mia solidarietà

      Fabio Mussi

      La Repubblica (30 maggio 2007)

      Anche il prof. Guolo a processo per diffamazione, querelato da Adel Smith


      A pochi mesi dalla condanna inflitta al prof. Allievi e dallo sconcerto che essa ha generato, la vicenda riapre in maniera ancora più profonda il dibattito su diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione, come le libertà di critica e di opinione espressi anche questa volta in un libro da un’illustre studioso, il prof. Renzo Guolo, che vengono nuovamente rimessi alle sorti di un verdetto in un aula di Giustizia. Una strada pericolosa che, come ormai ritengono in molti (vedi Rassegna Stampa), fa un uso strumentale della giustizia per una supposta difesa dell’Islam a scapito della libertà di opinione. Pubblichiamo di seguito l’articolo di Repubblica del 27 maggio 2007, a firma dello stesso Guolo.

      La Repubblica, 27 maggio 2007

      Io, processato per una fatwa

      di Renzo Guolo

      Accade questo: sono stato querelato da Adel Smith per le poche pagine che ho scritto su di lui in Xenofobi e xenofili: gli italiani e l’islam, edito da Laterza nel 2003. E, sin qui, dovrei dire, sono in buona compagnia: Smith ha querelato, o ha annunciato di voler querelare, papi e cardinali, ministri e parlamentari, famosi scrittori e giornalisti, ricercatori ed esponenti di altre organizzazioni islamiche. Scomparso dalla scena mediatica, Smith ha cercato di restare al centro dell’attenzione attraverso una sorta di “via giudiziaria” all’islam.
      Anche se le aule di tribunale le ha frequentate anche come imputato. È stato condannato in primo grado, in più sedi, per vilipendio alla religione cattolica.
      Com’era ovvio, la maggior parte delle querele sono state archiviate: a me non è andata così. A Bari una pm ritiene che ci siano elementi per andare a giudizio.
      Sono sempre stato garantista: lo sarò anche nei miei confronti. In un processo il pm è parte: sarà il giudice a determinare se vi sia o meno diffamazione. E, come afferma Smith, addirittura vilipendio della religione islamica. Si, perché questo è il teorema, diffamando il leader dell’Umi avrei vilipeso anche l’islam. Ciascuno potrà farsi un’idea sulla vicenda leggendo il libro, di cui naturalmente, nel suo poco astratto furore censorio, Smith ha, invano, chiesto il sequestro.
      Ma la querelle si presta a considerazioni che non vanno affatto sottovalutate. Perché rinviano alla messa in discussione della libertà di opinione garantita dall’art. 21 della Costituzione e della libertà di ricerca garantita dall’art. 33 della nostra Carta. Vi è nell’aria una preoccupante indifferenza per l’affievolimento di queste libertà.
      Questioni storiografiche o di grande rilevanza sociale si discutono ormai più nelle aule di giustizia che nelle sedi scientifiche o davanti all’opinione pubblica. Con il risultato che si processano gli autori per i loro libri ma senza parlare dei libri: estrapolando il testo dal contesto, le parole dalla loro cornice concettuale. Facendole navigare nel vuoto dell’inevitabile astrattezza giuridica della norma.
      La “via giudiziaria” di Smith fa dunque emergere questioni, come lo strumentale uso della tutela penale della religione, che pure va protetta, a scapito della libertà di opinione e l’inflazione del diritto penale nell’affrontare simili temi. Questioni cui il Legislatore dovrebbe dare una chiara risposta, anziché delegarla a un’interpretazione in sede giudiziale che rischia spesso di essere discrezionale. Anche perché nei prossimi anni questo sarà un terreno destinato a diventare oggetto di conflitto.
      Nel frattempo, però, gli effetti dell’offensiva giudiziaria di Smith sono evidenti: le querele a raffica funzionano anche come efficace strumento di interdizione per quanti operano nel campo dell’informazione e della ricerca. Una preoccupazione ben presente a sociologi e storici che, commentando il caso di Stefano Allievi, altro noto studioso dell’islam portato in tribunale da Smith e condannato pesantemente in primo grado per quanto scritto in un volume pubblicato da Einaudi, hanno rilevato come sia ormai sempre più difficile, in Europa e in Italia, esprimersi su simili argomenti.
      E allora chiediamo: andiamo verso una repubblica dell’autocensura indotta da un malinteso senso del politically correct? È utile al paese una simile deriva? Ci rifiutiamo di crederlo; tanto più nel momento in cui non solo l’opinione pubblica ma anche le stesse istituzioni (tutte, nessuna esclusa) chiedono a chi ha sapere in materia elementi utili ai loro ambiti di intervento.
      L’interdizione è rinforzata dallo scagliare contro i ricercatori l’accusa, pesante non tanto sul piano della sanzione quanto per le sue implicazioni, persino esistenziali, di vilipendio della religione islamica. Accusa che, per quanto mi riguarda, è particolarmente dolorosa perché fa strame della mia biografia di intellettuale impegnato nel dialogo tra civiltà e nel far distinguere all’opinione pubblica l’islam come religione dall’ideologia islamista, i credenti dai fondamentalisti, e nel proporre la piena integrazione dei musulmani nella società italiana.
      Ora è come se tutto quello che ho scritto come studioso e per cui mi batto come cittadino non contasse. Sentirsi affibbiare da Smith, in questa sorta di “fatwa” che si serve del diritto penale nazionale per raggiungere i suoi scopi, un’etichetta che non corrisponde al proprio vissuto, alla propria storia intellettuale, è già, di per sé, alienante ma rientra nella tipica strategia del personaggio. Ma che un magistrato prenda per buona questa tesi appare sorprendente.
      Infine un argomento scomodo ma che non può essere eluso: non occorrono particolari conoscenze per comprendere come, di questi tempi, chi si occupi professionalmente di fondamentalismo islamico cammini su un rischioso crinale. Tanto più se sovraesposto mediaticamente. Una realtà che costringe talvolta a scelte difficili: come quella tra libertà di espressione e sicurezza personale.
      Occorrerebbe cautela nell’avallare accuse che bollino qualcuno come “diffamatore dell’islam”. Soprattutto se esiste il ragionevole dubbio che, per la biografia e le pubbliche posizioni dell’accusato, non sia proprio così. La possibilità che qualche fanatico invochi un giorno tale etichetta come una specie di legittimante “certificazione doc” a conferma delle proprie intenzioni non troppo pacifiche non può mai essere esclusa.
      Certo, ciascuno ha il diritto di agire in giudizio; ma la vicenda rivela una concezione della giustizia che, avrebbe detto un grande giurista come Federico Stella, allontana una società dalla stessa idea di giustizia. La battaglia per smontare le conseguenze dell’insidioso “teorema Smith” è una battaglia di libertà. La faremo sino in fondo.

      Il Partito d’Azione: una perla nella storia d’Italia


      Esistono anniversari importanti,
      Anniversari lieti, accompagnati, da manifestazioni di piazza, incontri culturali,attività rievocative di ogni genere e visto che siamo in Italia anche da scie di polemiche che danno ancora più colore.
      Anniversari tristi, dedicati al ricordo di avvenimenti tanto terribili da non poter essere dimenticati la cui commemorazione è un dovere di tutti.
      Esiste poi una terza categoria di anniversari. Sono quelli che non hanno nulla di festoso o ludico, quelli che solo pochi ricordano e quei pochi, sono sempre meno.
      In quest’ultima schiera, credo sia giusto annoverare, una ricorrenza particolare, sconosciuta ai più, soprattutto ai più giovani ma che è rimasta nel cuore di molti “veci”, che hanno creduto, hanno lottato, in alcuni casi, sacrificato la loro vita per una causa, per un ideale. La “causa” era, allora come oggi, la libertà, dell’individuo e della Nazione. L’ideale era quello di un partito, un piccolo grande partito, che dette, nella sua pur breve storia, un contributo ineguagliabile alla democrazia di questo Paese ed alla Carta Costituzionale che è il suo fondamento.
      Sto parlando del Partito d’Azione, che nacque nel 1942, forgiandosi durante gli anni della clandestinità e della lotta partigiana. Attinse, nella sua impostazione ideologica, dal pensiero liberalsocialista, e dal sacrificio del fratelli Carlo e Nello Rosselli, raccogliendo tra le sue file alcuni tra i più importanti personaggi della politica e della cultura italiana del novecento.
      Fu il Partito d’Azione a dare all’Italia il suo primo Presidente del Consiglio della storia repubblicana, nella figura di Ferruccio Parri, uno dei più fulgidi esempi di integrità morale e politica di questo Paese.
      Si potrebbero annoverare decine di illustri personaggi che militarono in questo partito. Molti non ci sono più. Quelli che ancora vivono, continuano a portare dentro di se, i ricordi e l’orgoglio di quei giorni, l’orgoglio di essere stati e di rimanere per sempre azionisti.
      La bella parentesi della storia politica del Partito d’Azione, si chiuse in modo traumatico, nel congresso del 1947 che vide lo scioglimento del partito.
      Ricorre quest’anno, il sessantesimo anniversario di quel congresso, che segnò una perdita forse irreparabile nel panorama politico italiano. Ma quegli ideali, quella storia di lotte e di sacrifici, quella bandiera, benché ammainata, continuò ad essere custodita con passione ed orgoglio. Conservandosi intatta fino ai nostri tempi. Dopo sessant’anni, ha rivisto a buon diritto la luce, per merito di alcuni idealisti, forse sognatori, che hanno deciso di riproporla, sotto la sigla di “Nuovo Partito d’Azione” all’attenzione di tutti. L’ ennesimo partitino? No! Un grande partito! Un partito le cui idee sono nell’anima stessa della nostra Nazione che oggi, dopo un lungo sonno durato decenni, è tornato con le sue idee e la sua storia incorrotta all’attenzione di tutti.

      Segretario Regionale per il Veneto Nuovo Partito d’Azione

      Gabriele Oliviero

      npaveneto@alice.it

      www.nuovopartitodazione.it

      www.nuovopartitodazione.forumup.it

      Rassegna Stampa


      Stampa

      Radio

      • Il baco del Millennio, Rai Radio 1
      • Intervista di Piero Dorfles a Renzo Guolo
        5 giugno 2007
      • Il baco del Millennio, Rai Radio 1
      • Riflessioni sul grado di libertà e laicità dello Stato in campo di ricerca e di espressione di Piero Dorfles con Giovanni De Luna (Docente di Storia Contemporanea all’Università di Torino), Alfonso Celotto (Docente di Diritto Costituzionale all’Università di Roma Tre), Nicola Colaianni (Ordinario di Diritto ecclesiastico dello Stato all’Università di Bari e Magistrato).
        5 giugno 2007
      • Radio Radicale
      • Intervista a Stefano Allievi
        24 maggio 2007
      • Fahrenheit, Rai Radio 3 • I parte
      • Intervista di Carlo D’Amicis a Stefano Allievi e Abdallah Kabakebbji, Giovani Musulmani d’Italia
        7 maggio 2007
      • Fahrenheit, Rai Radio 3 • II parte
      • Intervista di Carlo D’Amicis a Michele Ainis, docente di Istituzioni di diritto pubblico all’ Università di Teramo
        7 maggio 2007

      Televisione

      • Diretta con… • TeleNordest

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      http://www.dominiopubblico.it/DP/wp-content/uploads/Telenordest_07032007.flv
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      • Intervista a Stefano Allievi. Interventi di: Omar Monestier (Direttore de “Il mattino” di Padova), Marco Almagisti (politologo), Giancarlo Bosetti (Direttore di “Reset”).
      • 7 marzo 2007

      Appello di solidarietà per Stefano Allievi


      La Redazione di Dominio Pubblico intende appoggiare l’appello di solidarietà per Stefano Allievi, in virtù dei principi che ispirano la stessa Mission (Mission) di Dominio Pubblico, attaccati da un controverso verdetto che mette il bavaglio a un’analisi, peraltro, condotta con metodo e avvalorata da dati e fatti su un personaggio pubblico e sulle azioni da questo compiute. Un’analisi che è legittimo condividere o meno, ma che resta comunque frutto di una ricerca che non possiamo considerare semplicemente alla stregua di un’ingiuriosa calunnia che, in ogni caso, assai difficilmente sarebbe stata punita nel nostro Paese con la pena detentiva come in questo caso. Precedente pericoloso che rischia di innescare un meccanismo perverso di autocensura da parte degli studiosi e dei giornalisti che si occupano di temi sensibili come quello di cui si parla, contravvenendo a qualsiasi principio di libertà di opinione. Ecco perchè, a nostro avviso, questa è una vicenda che intacca un problema molto serio che deve riguardare tutti noi. Non a caso è stato preso a cuore, sostenuto e firmato da moltissimi, e in poco tempo. E sono venute parecchie adesioni anche dall’estero, in particolare nel mondo accademico, con adesioni autorevoli dei Presidenti delle principali associazioni di studiosi che si occupano di Medio Oriente (Eurames, Sesamo), di alcuni dei più importanti centri studi su tematiche legate all’islam contemporaneo (Isim di Leiden, Olanda, e Cismoc di Louvain-la-Neuve, in Belgio), dei sociologi delle religioni (con l’intervento del presidente dell’associazione internazionale che li raccoglie, la ISSR, oltre che di quello italiano), e dell’Associazione italiana di sociologia: che in molti casi hanno invitato i loro soci a firmare l’appello. Anche perché chi si occupa di questi temi, soggetto alle pressioni più disparate e fortemente crescenti, comincia a preoccuparsi dell’aria intellettuale che circola.
      Interessante è anche che siano intervenuti numerosi importanti esponenti religiosi: musulmani, cattolici, ma anche la moderatrice della Tavola Valdese, alcuni vescovi ortodossi, ed altri ancora, incluso nel mondo del confronto e del dialogo interreligioso, in cui il prof. Allievi ha lungamente operato, prodigandosi per costruire canali di comunicazione.
      Significative, in particolare, dato il caso in questione, le adesioni di parte islamica. Di singoli individui e di organizzazioni, di gente comune e di esponenti autorevoli, a cominciare da un buon numero di membri della Consulta per l’Islam, dalle posizioni spesso diverse tra loro, ed esprimenti tendenze differenti dell’islam italiano: l’ambasciatore Mario Scialoja, direttore della Sezione Italiana della Lega Musulmana Mondiale, Mohamed Nour Dachan, presidente dell’Unione delle Comunità e delle Organizzazioni Islamiche in Italia, Yahya Pallavicini, vice-presidente della Coreis (Comunità Religiosa Islamica) Italiana, Souad Sbai, presidente dell’Associazione delle Donne Marocchine in Italia, Khalid Chaouki, giornalista di ANSAmed ed ex-presidente dei Giovani Musulmani d’Italia, Mohamed Saady, co-presidente dell’Anolf e rappresentante della Comunità Marocchina. E, tra le altre firme, Anas Breigheche a nome dell’Associazione Giovani Musulmani d’Italia, Osama al Saghir, membro della Consulta Giovanile ed ex-presidente della stessa organizzazione, e ancora, in ordine alfabetico, Sumaya Abdel Qader, ex-giovani musulmani e il giornalista Farid Adly, il sufi Elvio Arancio, del Centro Studi Europeo Ibn Sina, Mostafa El-Ayoubi, della rivista Confronti, Mohamed Nadjib Billami, ex-imam di Arezzo che ha avuto anche lui disavventure giudiziarie con Adel Smith, Didier Bourg, della Fraternità Musulmane contre l’Antisémitisme in Francia e giornalista a France 2, Aboulkheir Breigheche, imam di Trento, Ibrahim Chabani, dell’Alleanza degli Algerini in Italia, Anwar Chadli, del sito arab.it, Michelangelo Guida della Fatih University in Turchia, Samir Khaldi, imam della moschea di Centocelle, il sociologo Adel Jabbar, Abu Yasin Merighi di islam-online.it, la studiosa e giornalista Farian Sabahi, la sociologa Ruba Salih, Abdelhamid Shaari, presidente dell’Istituto Culturale Islamico, e altri ancora. Hamza Piccardo, portavoce dell’Ucoii, ha tra l’altro anche reso testimonianza al processo, a favore del prof. Allievi.

      Petizione per Stefano Allievi

      San Petronio e Mr. Smith: il testo condannato


      Per una trasparente e corretta analisi della querela di diffamazione di Adel Smith nei confronti di Stefano Allievi citiamo di seguito la parte di testo oggetto della condanna per diffamazione aggravata.

      Islam Italiano

      San Petronio e Mr. Smith
      dal libro di S. Allievi, Islam italiano. Viaggio nella seconda religione del paese, Einaudi, 2003

      Cominciamo dal simbolo per eccellenza della Bologna cristiana: la basilica di San Petronio. Per la precisione una sua cappella laterale, la quarta a sinistra: la Cappella Bolognini.
      Lì, dal 1410, c’è anche Maometto, anzi, Machomet: raffigurato in un giudizio universale di ispirazione dantesca dal pittore Giovanni di Pietro Falloppi, o Giovanni da Modena. All’inferno, ovviamente, dove del resto lo piazzò Dante, nella nona bolgia, tra i “seminator di scandalo e di scisma”, come racconta il canto XXVIII, descrivendo la sua pena con una certa crudezza di linguaggio:

      “rotto dal mento infin dove si trulla:
      tra le gambe pendevan le minugia;
      la corata pareva e’l tristo sacco
      che merda fa di quel che si trangugia.
      Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
      guardommi, e con le man s’aperse il petto
      dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco!
      vedi come storpiato è Mäometto!
      Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
      fesso nel volto dal mento al ciuffetto»”.

      (Dante fu più gentile con altri sapienti musulmani, che con coraggio, per l’epoca, collocò invece altrove, come «Averoìs che ‘l gran comento feo», nel canto IV: dell’inferno, è ben vero, ma nel Limbo dei sapienti, nel quale, oltre ai profeti biblici e ai grandi filosofi greci troviamo, tanto per restare in tema, anche Avicenna e il Saladino. E potremmo aggiungere che forse il «ghibellin fuggiasco» fu debitore, per la sua Divina Commedia, alla leggenda del viaggio notturno di Muhammad da Gerusalemme, e ad elementi di altri testi arabi già presenti nella letteratura cristiana, come sostiene la nota tesi di Miguel Asín Palacios, esposta nel suo L’escatologia islamica nella Divina Commedia ormai già un’ottantina di anni fa).

      Il Machomet in questione, quello di San Petronio, è nudo, di schiena, con barba bianca e fattezze orientali. E se ne sta lì, tranquillo e fondamentalmente impercepito, più o meno da sei secoli. Solo che oggi, che tutto è buono per fare polemica, se ne è accorto un signore di nome Adel Smith, cittadino italiano convertito all’islam, feroce polemista anticristiano, come sono talvolta i convertiti, quando devono risolvere in qualche modo i loro conflitti di identità.
      Lui vive a Ofena, un tranquillo paesino arroccato sulle montagne dell’Aquila. Ma gira come un tarantolato a promuovere il suo partitino, e ha fatto di Bologna il suo Piave, la sua linea di resistenza.
      Parliamone, di costui: anima in pena, in perenne affannosa ricerca di qualche forma di visibilità mediatica. Da sempre alla ricerca di nemici cristiani – o perfidi giudei – da sfidare. Oltre un decennio fa si allenava con ignari missionari o studiosi cattolici, invitati a quelli che credevano essere incontri di dialogo interreligioso: e davanti a una platea di musulmani di bocca buona, in quel di Roma, si dava da fare per assurgere alla fama di defensor fidei – anzi, più che altro, di accusatore di quella altrui – ammannendo il consueto e peggior repertorio che una polemica anticristiana di secoli e un’apologetica islamica facile facile ha saputo produrre, aggiungendovi di suo, per parafrasare qualcuno che dopo tutto fa il paio con lui, una rabbia cieca e un orgoglio debordante, oltre che un ego di dimensioni assolutamente ragguardevoli. Oggi ha fiutato l’aria, tanto da fondare di recente anche un partito, l’Unione Musulmani d’Italia, con alcuni figuri secondari dell’estrema destra convertita all’islam (come Abdul Haqq Zucchi, quello del dirham, di cui abbiamo parlato in quel di Roma).
      E’ interessante notare quanto, nella perversione dei meccanismi mediatici, uno così sia proprio il musulmano che ci voleva. Ho davanti a me il Giornale del 27 maggio 2002: titola a tutta pagina, taglio alto, come notizia principale: Nasce il partito islamico italiano. Sottotitolo: Si presenterà alle prossime elezioni, vuol applicare il Corano in Italia: «Siamo già in 5mila». “Il Giornale” è un non giornale, si dirà. Ed è vero: infatti è l’unico quotidiano a sparare questa non notizia in prima pagina, su otto colonne, e a dedicargli tutto questo spazio. Ma molti ricordano anche la presenza di Smith nel salotto di Bruno Vespa, a sparare a zero sul crocifisso. E quando Massimo Cacciari ha chiesto: «Ma Vespa, dove l’ha pescato questo qui?», il giornalista, che pure sapeva con chi aveva a che fare, e quanto (poco) rappresentasse l’islam italiano, ha detto: «Questo signore rappresenta l’Unione Musulmani d’Italia!». Tre soci fondatori o giù di lì, tra accoliti e mogli rispettive, tutti presenti in studio… Più che soci, servi sciocchi, a leggere quanto Abdul Haqq riesce a scrivere nella prefazione a un libello di Smith di risposta alla Fallaci (libro inutile, insolente e ridondante come il suo autore, a cui non manca, va detto, il senso della propria importanza, tanto da aver scritto in passato anche al Papa, ingiungendogli di convertirsi all’islam): «È come al solito lui che adempie a quello che è un preciso dovere di ogni musulmano, quello di difendere la propria religione, la dignità dell’Islam, a dimostrazione di essere l’unico vero leader di tutti i musulmani d’Italia»; che loro lo vogliano oppure no. Del resto, anche Smith non scherza, nell’autopresentazione contenuta nel risvolto di copertina, tanto autocondiscendente e priva di senso delle proporzioni da suscitare un’allegra ilarità: «ha approfondito, fin dalla giovane età, lo studio del testo biblico e del cristianesimo, giungendo a un livello di conoscenza critica oggi difficilmente eguagliabile»; e il suo – essendo Smith tutto preso da se stesso e dunque del tutto ignaro di quanto succede altrove – sarebbe «il primo ed unico partito religioso-politico musulmano in Europa». E così anche il piccolo Ceausescu di provincia dell’islam italiano è sistemato al posto che gli spetta di diritto: il più alto, naturalmente. E d’Europa…
      Adel Smith rimane quello che è: un professionista della provocazione, capace di vivere solo sulla immondizia pseudo-culturale che genera, e la polemica che da questa si ingenera, e che gli fa solo un favore, dandogli quella fatua visibilità mediatica di cui ha bisogno come dell’ossigeno, per esistere. E naturalmente i giornali, e le televisioni, ci cadono. O ne sono complici. Come con la sua richiesta (lui la chiama formale diffida) ai ministeri della Sanità, della Pubblica istruzione, degli Interni, con annessa minaccia di trascinarli in tribunale, se non toglieranno tutti i crocefissi dalle scuole e altri luoghi pubblici: riportata un po’ da tutti. E altre amenità: come le botte in diretta a Teleserenissima o gli squallidi monologhi-insulto a TeleLombardia, in cui ripete il suo tristo repertorio. E il regalo che gli hanno fatto gli idioti squadristi di Forza Nuova, pestandolo in diretta, sul canale veronese TeleNuovo. La morale è triste: sono i media, specie questa triste trash tv disposta a tutto pur di guadagnarsi una piccola fetta di audience, ad aver inventato Adel Smith. Verrebbe da costringere i giornalisti che l’anno fatto, da Vespa in giù, a compensare almeno un poco la società – e, come in America, costringerli per qualche mese ad un lavoro di utilità sociale: che so, raccogliere spazzatura, invece di continuare a produrne. Purtroppo, invece, le cose vanno diversamente. Smith è un pallone gonfiato dai media. E, come una mongolfiera ormai lanciata, continuerà a volare per l’aere, fino a quando avrà gas a sostenerlo. E ne avrà, perché glielo danno i media stessi. E, volando, continuerà a far danni: il veleno che lui, attraverso i palcoscenici che gli hanno offerto, e i mediocri che gli hanno risposto, hanno iniettato nel corpo sociale, ormai ha già inquinato il quotidiano di molti, soprattutto musulmani, che si vedono appiattiti sull’icona da Smith rappresentata. Ovvio che ci venga da richiamare il monito di Karl Popper: la tv, i media, sono potenti – bisogna saperli usare. Sarebbe dunque giusto, doveroso, costringere gli operatori dei media ad avere una specifica patente, come per i mezzi pesanti. E se chiunque guida ha il dovere di imparare il codice della strada, il minimo che si può pretendere è che chi guida i tank dell’informazione sia obbligato ad apprendere il codice deontologico, attraverso lezioni, interrogazioni ed esami.
      L’altra parte di responsabilità, naturalmente, è di Smith: così disinteressato al destino dei musulmani che dice di voler rappresentare, da far finta di ignorare che, ad ogni aumento dello share che la sua presenza sul piccolo schermo contribuisce a produrre, diminuisce contestualmente, nella stessa misura, l’indice di gradimento del prodotto che dice di voler vendere – il rating, per così dire, dell’islam.
      Ma lui ci è abituato: il disprezzo per gli altri è l’altra faccia dell’apprezzamento quasi comicamente enorme che ha di sé. Lui, il crocefisso, lo chiama «macabra raffigurazione di cadavere in miniatura», e lo paragona a «una ghigliottina in miniatura con il decapitato infilato». Non solo offensivo e volgare, ma privo del tutto di pietas: per essere un sé-dicente religioso non c’è male.
      La battaglia intorno o contro al crocifisso non è nuova, e non l’hanno inventata i musulmani. Certa propaganda ateistica, comunista e anarchica, ma anche, con toni assai più pacati, altre minoranze religiose, l’hanno sollevata in passato. Ed è un tema su cui si potrebbe, volendo, anche discutere. Se discutere si volesse. Lo Smith è riuscito invece, come è nella sua vis profonda, solo a offendere: inclusi non pochi musulmani, anch’essi urtati e offesi dal disprezzo trasudante dalle parole e persino dalla mimica di Smith, pronunciate nei confronti di uno che in fin dei conti è anche un amato profeta dell’islam, conosciuto dal Corano come Isa ibn Maryam, Gesù figlio di Maria, di nascita verginale, anche se i musulmani non credono sia stato crocifisso. E nessun musulmano degno di questo nome, tanto meno un responsabile religioso che ha il modesto programma di instaurare la shari’a nel nostro paese, offenderebbe scientemente le credenze dei cristiani, che il Corano chiama ahl al-kitab, genti del Libro, e i loro simboli, che la dottrina e la tradizione islamica hanno sempre rispettato, anche se altrettanto non si può dire oggi, nella pratica di alcuni paesi e gruppi.
      A proposito: sul crocifisso le parole più belle le ho sentite pronunciare dal presidente dei giovani musulmani italiani, Abdallah Kabakebbji, a un convegno: “Macché contrari! Se servisse a far sì che i nostri compagni di scuola e di università fossero più cristiani, più rispettosi dei dettami della religione, saremmo solo contenti…”
      E da Vespa è toccato a Cacciari difenderne l’umanità profonda e l’insegnamento: né il giornalista che si dice, credo, cattolico, troppo gongolante per il proprio piccolo scoop, né peraltro i preti ospiti in studio, evidentemente non abituati ad un contraddittorio su questi livelli, hanno saputo farlo.
      Bologna, tuttavia, non gli ha portato fortuna, allo Smith. Nonostante la eco della vicenda avesse raggiunto nel frattempo anche il Times, e accorate richieste di informazioni provenissero al sottoscritto anche dalla BBC. Come prevedibile, la minaccia di portare migliaia di fratelli a manifestare a Bologna si è risolta con una buffonata, più o meno come i cinquemila iscritti dichiarati al suo partito fin dal suo lancio, a colpi di comunicati stampa: prima ancora che si sapesse che il partito esisteva.
      Tuttavia, siamo consapevoli che con personaggi di tal fatta bisognerà comunque fare i conti. Se ne parlerà ancora. Non solo perché esistono. Ma perché, in questa fase di turbolento assestamento e di solo iniziale stabilizzazione e istituzionalizzazione dell’islam italiano – e molto grazie al ruolo dei media, che non a caso invitano lui, e non altri interlocutori musulmani: se non ci fosse stato, avrebbero dovuto inventarlo… – possono trovare i loro spazi, i loro piccoli nuclei di seguaci, ed esercitare così il loro piccolo ruolo di piccoli Cesari: in grado di fare, se l’occasione si presenta, anche non piccoli danni.