Articoli pubblicati da
Francesco Candian
Ma gli europei servono?
Torno indietro con la memoria all’estate del 2006, l’estate tedesca. Le cavalcate di Grosso e di Zambrotta, il sigaro di Lippi, il dito in bocca di Totti e le introduzioni epiche di Fabio Caressa per il primo campionato del mondo di calcio non trasmesso interamente dal servizio pubblico televisivo nazionale.
Ritorno indietro nella memoria e ripenso alle elezioni appena vinte dal centro sinistra: un’Italia che andava male, una vittoria elettorale sul filo del rasoio, tutti i ministri appena fatti e Mediaworld che regalava schermi LCD solo se l’Italia avesse realmente vinto i mondiali.
Si stava tutti un pò così, forse meno poveri ma almeno con un LCD e la speranza che la nazionale vincesse i mondiali per non pagarlo.
Senza dimenticare che in quegli anni lontani il protagonista dei salotti in italiani non era nemmeno Prodi, ma Moggi e la sua calciopoli: un giro di scommesse e partite falsate che aveva tolto agli italiani maschi l’unica soddisfazione domenicale e alle mogli degli italiani la possibilità di rigustare il piacere della domenica.
Che tempi quelli: eravamo allo sfascio, con un nuovo governo che votava la fiducia la media di 5 volte al giorno, con il calcio che non funzionava, l’economia che non funzionava, beppe grillo che non aveva ancora pensato al V-Day, Berlusconi che non aveva ancora ideato il Popolo delle libertà, Veltroni che se ne stava a Roma a fare il sindaco. E poi c’erano gli schermi LCD, e scusate se batto il chiodo ma molti italiani si son rifatti la Tv per i mondiali, e avevamo tutti la maglia azzurra e tutti guardavano Sky, centri sociali compresi, e anche i clandestini si sentivano più italiani perchè abbiamo il girone ci è stato favorevole e abbiamo giocato con Ghanesi, americani, europa dell’est, australia e Europa… in 6 partite abbiamo conquistato il mondo! C’era gusto a essere Italiani.
C’era gusto ad alzare la coppa: anche il ministro rosa Melandri si sentiva una giocatrice quando ha fatto la sua comparsa sul pulman a due piani scoperto della nazionale che sfilava per Roma alzando la coppa al cielo.
Era azzurro il cielo sopra Berlino quella sera.
Ora eccoci qua: il governo è appena cambiato, al potere c’è un prode guerriero che urla “avanti popolo” (delle libertà), l’italia è allo sfascio, l’inter ha vinto uno scudetto meritato, Mediaworld non regala più gli LCD ma si è messa nel calcio-scommesse pure lei, Moggi è tornato a Napoli a incrementare la produzione di rifiuti. E poi Grosso, Zambrotta, Buffon ci sono ancora ma non vedremo più il pollicione succhiato di Totti e il sigaro fumante di Lippi. Vespa resiste e non ha più niente da dire su Cogne perchè la giustizia italiana ha accellerato nella sentenza finale, forse anche la magistratura non ne poteva più di lavorare tutto il giorno e poi la sera per distrarsi si guardava Porta a Porta e ancora le stesse cose in una spirale che porta alla pazzia. Quando inizieranno gli europei non potremo nemmeno parlare di extracomunitari che il pacchetto sicurezza ci sta rovinando tutti e non abbiamo più argomenti di discussione.
Se parliamo di povertà cadiamo nei soliti luoghi comuni e ci rispondono che ora manco l’ICI paghiamo più.
Non c’è nemmeno il rischio che cada il governo in quanto oltre che la maggioranza è più bulgara che italiana, abbiamo pure perso il concetto stesso di opposizione.
Dell’alitalia non gliene frega proprio nulla a nessuno visto che le compagnie low-cost sbancano il mercato mondiale.
Tra un pò manco pagheremo le tasse con il nuovo governo.
Siamo anche senza extracomunitari.
Se almeno domani tipo un’intercettazione telefonica piccola piccola tra Veltroni e Berlusconi che parla di come comprare una bomba atomica da sganciare sul Billionaire di Briatore… invece no… nessuna speranza…
Viviamo sereni e tranquilli come canta quell’allegrone di Giacomo Leopardi nella sua Ginestra: stiamo qui, facciamo la nostra vita e, se succede qualcosa pazienza… tanto ho lo schermo LCD che è ancora seminuovo!
Mah, mi sa che eviterò di abbonarmi a Sky: facciamo queste tre partite e torniamocene a casa. Ma guai a chi da la colpa a Donadoni: lo sa anche lui che non ci sono i presupposti per vincere gli europei, va tutto troppo bene e noi italiani il meglio lo diamo sempre quando stiamo sotto… pressione!
Politiche 2008: l’Italia senza estremi
Dopo 15 giorni dalle elezioni le riflessioni sulla sinistra e la destra extraparlamentari si sono fatte, rifatte e inflazionate.
Vedere Diliberto e Storace turnarsi sui vari canali dei servizi pubblici e privati della televisione italiana aveva il sapore dell’amara sconfitta per la democrazia italiana: i due capisaldi, non come persona ma come ideologia, del pensiero politico estremo dell’Italia a decidere colpe e ragioni della loro Caporetto.
Da un lato il povero Storace, un po’ tronfio con i suoi occhi azzurri e la sua idea rivoluzionaria di candidare una donna come premier, Daniela Santanchè. Una donna molto particolare e da sempre immersa nella politica: scesa alla ribalta grazie all’esposizione della sua perfetta manicure, in particolare del dito medio, in occasione della manifestazione degli studenti a Roma contro la riforma Moratti, l’ex onorevole Santanchè deve i suoi inizi politici a un tal Flavio Briatore, vecchio compagno in amore. Divenuta poi delfino di Fini, lo tradisce in cambio di un sogno di potere che l’ha tradita a sua volta escludendola dalle poltrone rosse. Le sue ultime parole famose: “Con il vostro voto, lunedì potremo realizzare il sogno del grande Giorgio Almirante, quel sogno decantato nei manifesti che dicevano: Noi possiamo guardare negli occhi gli italiani!”.
Dall’altra parte il compagno Diliberto, unico a comparire con assiduità in televisione. Bertinotti, subito dopo il risultato era sul punto di lasciarsi scappare una lacrimuccia, del resto non è semplice essere un giorno presidente della Camera e il giorno dopo militante in una formazione extraparlamentare. Il Partito dei comunisti Italiani, di cui Diliberto è segretario, era riuscito finalmente a trovare un accordo con i fratelli di Rifondazione lasciando da parte le vecchie scaramucce su Marx, Russia e Stalin. Lui che qualche mese fa voleva ospitare la salma imbalsamata del Russo-rosso dittatore, compare in TV e con un’analisi degna del più grande docente di diritto romano, capisce che la sconfitta è una questione di marketing, di simboli, di segni. Lui che due anni fa nella precedente campagna elettorale disse che si poteva fare a meno della falce e il martello mettendo al loro posto un mouse e un computer. Le sue ultime parole famose? Realizzare il sogno del povero estinto Berlinguer.
Entrambi pronti ad accusare le scelte dei candidati premier rispettivamente di centro destra e di centro sinistra.
Al di là di simboli o ideologie, la situazione italiana presenta ora questo piccolo problema: mancano gli estremi.
Il nuovo presidente si è subito prodigato nel dire che tale risultato è importante perché siamo simbolo di una democrazia moderna: non so a che concetto di modernità si riferisse ma se forse ho ben inteso, visto che siamo l’unico stato europeo senza una presenza della sinistra, dovremo essere maestri per l’Europa sul nuovo concetto democratico importato da oltre oceano e che trova nell’uomo di Arcore il vate di questa globalizzazione politica degli stati del primo mondo.
Continuano in ogni caso a mancare gli estremi: il perché lo azzardo nelle righe successive.
In primo luogo gli estremi si sono sempre caratterizzati per la loro capacità di parlare alle masse. Sono sincero nel dire che non ho la minima idea di che masse possa toccare l’estrema destra, questo perché è molto lontano dal mio modo di pensare. Ma la sinistra… La sinistra è dalla sconfitta del 2001 che riflette sul fatto che ha perso il contatto con le masse e l’ha ricercato appoggiando quei movimenti extraparlamentari nati da bisogni delle varie situazioni locali. Vedi i movimenti No Tav, No dal Molin e o i vari movimenti pacifisti. Tutto ciò fa parte del pensiero di sinistra, senza ombra di dubbio, ma il movimento No Dal Molin che cosa rappresenta se non l’idea di uno sparuto gruppo di vicentini? Si veda il risultato altrettanto disastroso della lista comunale No dal Molin alle recenti elezioni nel comune di Vicenza. La rovina della sinistra è dovuta all’aver perso il contatto con le masse e a cercare di recuperarlo aggrappandosi ai vari movimenti emergenti ma indipendenti, disinteressati ad avere l’approvazione da parte di una forza politica specifica.
Non ho nulla contro questi movimenti, ma non capisco la sinistra che si è intestardita nel supportarli dimenticando il vero bisogno della popolazione: la pace nel mondo è uno dei grandi principi che le società civili non devono dimenticare, ma la grande sinistra era grande perché assicurava a tutti i cittadini quella sicurezza di vita pratica e quotidiana che gli idealismi intellettualistici non si ponevano. La sinistra di oggi a parere mio ha giocato un po’ troppo a fare intellettualismi, un lusso che ci si può permettere solo in uno stato dove lavoro e stipendi ci sono e sono sicuri. I vecchi anni 70 italiani in poche parole.
Maroni, Lega Nord, ha detto una cosa vera e interessante a Bertinotti in una puntata di Porta a Porta: “Onorevole, se la sua preoccupazione è la rappresentanza del lavoratore in parlamento, non si preoccupi, a quello ci abbiamo pensato noi!”. Dignus non sunt di aggiungere altre parole.
Ecco allora che risulta chiaro chi ha saputo parlare alle masse: non le grandi formazioni, PD e PdL, ma le formazioni laterali, quelle di appoggio. Sono loro che sono cresciute in maniera spropositata: Lega Nord e Italia dei Valori.
Dei secondi poche parole in quanto la loro crescita non è stata particolarmente incisiva e molto probabilmente dettata anche dal fatto che piuttosto che votare Berlusconi voto Veltroni ma visto che posso fare a meno di votare anche Veltroni voto allora L’italia dei Valori. Per i primi bisogna invece spendere qualche parola.
La Lega Nord era in origine un movimento culturale che aveva l’intento di salvaguardare la cultura del nord Italia, che, senza ombra di dubbio o provincialismo, è non poco distante e diversa dalla cultura del sud Italia. Nei primi anni 90 sale alla ribalta Umberto Bossi che si diletta a lanciare slogan un po’ burberi ma di certo di buon effetto sulla popolazione del nord. Nelle sue file militano personaggi politici degni di stima come Maroni ma anche personalità alquanto ambigue come Calderoli o Borghezio. In quest’ultima campagna elettorale hanno saputo, senza ombra di dubbio, parlare alle masse, o almeno alla maggioranza con frasi forti e idee ben precise sulla risoluzione di quelle problematiche economiche e sociali che attanagliano la società italiana. In particolare la loro astuzia è stata quella di delegare i problemi della società all’immigrazione e non a politiche economiche disastrose da più di dieci anni. Facendo questo si sono resi puri di fronte alla società italiana, hanno dato un nome al problema e hanno dato anche una soluzione pragmatica e non intellettualistica. E hanno stravinto, senza ombra di dubbio.
Dicevo che siamo in un’Italia senza estremi: non è del tutto vero. L’estremismo nei contenuti e nelle scelte c’è, ma sta solo nel centro destra. Il vero problema dell’Italia attuale sta nel fatto che non esiste una contropartita forte a Sinistra, una formazione politica in grado di affrontare gli stessi problemi che affronta il centro destra ma con soluzioni alternative: non perché abbia la presunzione di dire che il centro destra sbaglia, ma perché senza la contropartita hanno carta bianca su ciò che vogliono. Possono tranquillamente danzare a loro piacimento. L’Italia attualmente è sbilanciata: e lo sarà per tutti i prossimi 5 anni.
E poi? Berlusconi avrà 78 anni, il popolo delle libertà dovrà cercare un sostituto leader che integri in sé il carisma del Cavaliere, il che esclude Fini, il Partito Democratico dovrà cercare di capire se è più simile alla vecchia Democrazia Cristiana o al vecchio Partito Comunista e la sinistra radicale dovrà decidere chi ascoltare, che simbolo mettere e soprattutto se lo slogan “Fate l’amore (trans, omo, bisex, a libera fantasia) e non fate la guerra (in Afghanistan, Iraq insomma, sempre più lontano dall’Italia)” funzioni ancora come una volta.
Tra informazione e disinformazione
Imparzialità, equidistanza o equivicinanza, cerchiobottismo, Mielismo… Noi Italiani siamo specialisti nel coniare terminologie appropriate e correnti giornalistiche.
Innanzitutto bisogna cercare di comprendere le linee editoriali dei quotidiani o dei Tg: nell’analisi non dobbiamo mai dimenticare che ogni quotidiano, ogni giornale, ogni telegiornale è legato ad una proprietà, la quale, per quanto si ritenga estranea al lavoro dei giornalisti, lascia pur sempre qualche possibilità.
Il 14 marzo 2006, in un commento su Repubblica, Piero Ottone, ex direttore del Corriere della Sera ora in forza a Repubblica, scriveva che, innanzitutto, non possiamo sempre pensare che i giornalisti siano dei politici falliti; in secondo luogo, come esistono magistrati che fanno onestamente il loro lavoro, non possiamo pensare che esistano anche giornalisti che lo fanno onestamente?
Concordo pienamente con le parole di Ottone, ma alzo il dubbio del lettore: non ho alcun dubbio che i giornalisti siano professionisti nel loro lavoro, ma perché nel lettore rimane il dubbio dell’incoerenza di queste parole. Perché, se il giornalista è professionista quale son convinto che sia, non si fa una scelta radicale nella proprietà editoriale del quotidiano? Una possibile soluzione potrebbe essere la Public Company, ma qui ci inoltriamo in un discorso che si allontana dal problema dell’informazione.
L’imparzialità assoluta non esiste, se esistesse la potremo chiamare solo Verità: e la Verità, quella con la V maiuscola, sappiamo bene che è più simile a Utopia che a Realtà. Il problema dell’informazione è molto meno grande della verità assoluta e si chiama ideologia: se è l’ideologia a guidare il giornalista nel suo lavoro di ricerca e informazione rischiamo di cadere nel limbo vero e proprio della disinformazione. Quella terra di nessuno dove la gente non ha più diritto di parola perché non sa più di cosa parlare.
Il problema sono convinto non sia legato allo schieramento di una linea editoriale, o allo schieramento di un giornalista a destra o a sinistra che sia. Questo nei paesi di origine anglosassone avviene da sempre, i quotidiani si sono sempre schierati ma ciò mai o quasi mai a discapito dell’informazione. Al New York Times la divisione tra editorialisti e giornalisti è totale al punto che i primi hanno l’ufficio al decimo piano, mentre i giornalisti fanno informazione dagli uffici del terzo piano (il più delle volte i giornalisti scoprono lo schieramento politico del quotidiano per cui lavorano da dispacci di agenzie di stampa!).
Il problema è legato all’ideologia, la menomazione dell’idea: non è un credo politico che deve essere vietato al giornalista, anche perché ciò sarebbe impossibile, ma il giornalista stesso dovrebbe aver l’onestà intellettuale di informare indipendentemente dall’idea che lo guida. Non è possibile che per aver un’informazione discretamente completa (!?!?!), il lettore debba leggere contemporaneamente L’Unità e Il Giornale, ad esempio, epurarli dai caratteri ideologici e poi tenere buone le poche righe che possiamo riassumere ad una notizia.
L’articolo di Ottone di cui sopra, concludeva con l’augurio di un’Italia dove sia possibile fare informazione senza la preoccupazione di pestare i piedi a qualcuno. Io vorrei concludere chiedendo se in Italia, un giorno, sarà possibile leggere il quotidiano o guardare un telegiornale senza la preoccupazione che l’informazione ricevuta sia falsata da ideologie o giochi di potere. Sarebbe un giorno migliore per tutti!
Sport e Violenza
Ero di fronte la televisione poco tempo fa quando in diretta europea Inter e Valencia hanno deciso di inscenare un incontro di lotta libera (senza offesa per i professionisti di questa disciplina!). Senza dimenticare i fatti di Catania, o quel motorino che anni fa è caduto dalla curva nerazzurra (e mi sto ancora chiedendo come ha fatto ad entrarci…). Ecco alcune riflessioni di un giovane arbitro padovano, Andrea Marabello, vittima di un episodio assurdo poche settimane fa in una partita di seconda categoria.
“Domenica 4 Marzo 2007.
Un’ altra domenica dove sui terreni da gioco si disputano le partite del campionato più e meno importanti. Questa volta, senza dimenticare ciò che è accaduto e continua ad accadere, a farne le spese un arbitro, in una gara del campionato di 2° categoria girone H: Beverare Vs Candiana.
Una partita tranquilla senza nessun episodio eclatante fine primo tempo le squadre si ritirano negli spogliatoi con il risultato bloccato sullo 0-0.
Dopo 35 minuti del 2° tempo estraggo il cartellino rosso nei confronti del giocatore del Beverare per proteste. Costui reagisce prendendomi per il collo e scaraventandomi a terra. La scena poi si ripete e mi son trovato costretto a sospendere la partita. A quel punto mi son ritirato negli spogliatoi dove lo stesso giocatore tenta nuovamente di attaccarmi. Questo fatto è riportato sul comunicato stesso del giudice sportivo. Al giocatore vengono inflitti 3 anni di squalifica.
Scusate lo sfogo che seguirà, ma in me è sempre viva la speranza che la gente inizi a riflettere, che lo sport sia il giusto mix di divertimento e agonismo e anche chi è uno spettatore non debba avere il terrore di mettere piede sugli spalti.
Questo di certo non fa parte del calcio, ma purtroppo questa è la realtà. Ormai tutte le domeniche qualcosa accade: dall’insulto fino ad arrivare alle mani. Genitori che insultano gli arbitri di 18 anni alle partite giovanili dei loro figli, e non solo.
Ma non si vergognano? È questa l’educazione e l’esempio che danno ai loro stessi figli? Non si rendono conto che lo stesso arbitro potrebbe essere figlio loro? E se vostro figlio vi chiedesse di fare l’arbitro? Vergogna dovrebbero vergognarsi!
Senza l’arbitro il calcio non ci sarebbe. L’arbitro lo fa con il cuore, per passione e non certo per i soldi come tanti pensano: anzi, più che soldi bisogna chiamarli rimborso spese. Come sbaglia il giocatore anche l’arbitro sbaglia. Come può un arbitro dirigere una gara senza l’aiuto del pubblico e le squadre stesse? E poi si pretende che possa prendere una decisione corretta in poche frazioni di secondo. Se non si dirige una gara non ci si rende conto. L’arbitro però deve sempre capire i giocatori e far finta di non sentire, altrimenti quante gare credete possano andare a termine?
Mi spiace, ma così non va proprio per niente bene.
Per concludere, come tutte le cose questi fatti finiranno nel dimenticatoio se nessuno farà nulla. Come sempre. Ci si lamenta se si ripetono ogni domenica. Vergogna! Tutti dovrebbero essere a conoscenza della realtà, ma purtroppo si cerca di mascherare questo lato del calcio che è il calcio! Il solo vero calcio.”
Non vale la pena di ricordare altri fatti. La televisione italiana monopolizza ogni settimana le rubriche sportive a discapito di altri sport. Poco tempo fa la nazionale di Rugby italiana ha conquistato la sua storica seconda vittoria nel “6 nazioni”. È vero, non sono campioni del mondo, ma probabilmente meritavano un po’ più spazio di quello loro dedicato. Due i motivi: il calcio ha già dimostrato in molte occasioni la triste situazione economica che lo governa. Il secondo motivo? Il rugby è uno sport che dura tre tempi: nel primo e nel secondo tempo l’agonismo in campo fa da padrone. Nel terzo tempo le due squadre si ritrovano a festeggiare assieme… provate ad immaginare Palermo e Catania, o Inter e Milan (o tantissimi altri esempi!) che si ritrovano a fine partita, negli spogliatoi a festeggiare? Sarà mai possibile?
L’uomo: merce che cammina
Giovedì 22 Marzo: alle ore 17.30 fa il suo ingresso nella sala principale di un cinema del centro storico di Padova un uomo, non troppo alto, con un paio di occhiali dalle lenti spesse e la barba lunga e bianca. È padre Alex Zanotelli.
Brevemente illustrerò chi è.
Nel suo periodo di direzione del mensile dei padri comboniani, Nigrizia, molti sono gli scandali denunciati da Zanotelli. Nel gennaio del 1985 scrive un editoriale: “Il volto italiano della fame africana”. La sua denuncia era alla classe politica e dirigenziale degli anni ‘80: “Tangentopoli poteva scoppiare già nel 1985… dal problema della fame passammo poi alle armi, insomma, avevamo messo a nudo il sistema dirigenziale italiano”.
L’editoriale in questione ha provocato parecchie pressioni nei confronti di Alex Zanotelli. Fu costretto a dare le dimissioni dal mensile Nigrizia, una delle più autorevoli voci informative sulla situazione terzomondista. Nel periodo immediatamente successivo fu spedito a Korogocho, baraccopoli alle porte di Nairobi, capitale del Kenya.
Nel 2001 viene chiamato ad essere missionario in Italia, nel Quartiere Sanità di Napoli, dove sta svolgendo un ruolo provocatorio a favore della popolazione napoletana nei quartieri poveri della città italiana. Le sue principali lotte si sviluppano sul fronte del problema dell’immondizia.
“Siamo riusciti a far diventare l’uomo, noi stessi, motivo di gioco economico. Noi in questo mondo siamo merce!”: queste le sue parole. Snocciola, in un mix di sicurezza e passione, dati dell’ultima finanziaria dello stato italiano: “L’ultima finanziaria del governo di centrosinistra ha impegnato somme immense sul rifinanziamento delle missioni di guerra. Somme spropositate per la creazione di nuovi aerei da combattimento in collaborazione con l’esercito americano.”.
E se tutto diventa merce, siamo di fronte all’ultima delle possibili cose che si potevano mercificare: l’Acqua. “Abbiamo vissuto per 100.000 anni senza petrolio, ma senza Acqua, che possibilità di sopravvivenza pensate di avere?”. Siamo Acqua che cammina, dice Padre Alex, e non abbiamo idea che ce la stanno rubando per poi rivenderla. Lo spreco d’Acqua che stiamo attuando nelle zone occidentali, l’innalzamento della temperatura della Terra, tutto ciò porterà l’uomo a centellinare l’acqua e a doverla comprare. “Nel momento in cui le multinazionali vi avranno fatto capire che l’acqua di rubinetto fa male e l’acqua in bottiglia è più buona, il loro gioco è fatto. Hanno raggiunto il loro scopo, sono riusciti a vendervi ciò che è vostro di diritto, è un diritto alla vita. Ovviamente, chi ci rimetterà? Chi non avrà i soldi per comprare l’acqua, i poveri. Se oggi ogni anno si consumano 50 milioni di morti di fame (l’equivalente di una guerra mondiale!), tra non molto andremo incontro a 100 milioni di morti di sete!”. Ricorda che una Vacca italiana costa 2,5 euro: un lavoratore africano riceve una paga giornaliera di circa 2 euro.
La sua è una proposta di non violenza attiva che trova le sue origini nel pensiero e nell’azione di Gandhi: per dire “No” alla guerra non bisogna subire le scelte degli altri ma impegnarsi attivamente. Darsi da fare in maniera attiva.
Tra le sue provocazioni non ha risparmiato la chiesa, quando ha parlato di indecenza che un prete rifiuti la comunione ad una donna che prende la pillola e la da spontaneamente a chi ha un conto in banca pari al prodotto interno lordo di uno stato africano. La chiesa prima che pensare ai Dico, dovrebbe pensare ai poveri del mondo sfruttati dai cattolicissimi stati occidentali.
Allego qui sotto l’editoriale del 1985 di cui sopra tratto da Nigrizia.it
Il volto italiano della fame africana
Alessandro ZanotelliGli aiuti servono innanzitutto a noi e poi alle élite borghesi dei paesi poveri. 1985.
Di fronte alla drammatica situazione alimentare dell’Africa e alla sofferenza di milioni di nostri fratelli, è quanto mai rivelatore quanto succede in Italia sul problema fame. Appare sempre più chiaro a tutti che le nostre forze politiche, più che agli affamati guardano al proprio tornaconto. Il bello poi è che tatti lo sanno, ma nessuno vuol dirlo a voce alta. Facendolo infatti, bisogna aspettarsi delle reazioni. Ne sappiamo qualcosa anche noi. Quando, ad esempio, abbiamo denunciato su queste pagine certe “realtà” del Dipartimento della cooperazione (Meno male che c’è la fame, Nigrizia, dic. 1983), abbiamo avuto la piacevole sorpresa di essere convocati al ministero per un “colloquio”.
È sempre più risaputo che i soldi destinati alla lotta contro la fame o allo sviluppo vengono usati per altri fini, perfino nel giro delle armi […]. Ed è inoltre sempre più evidente come l’interesse da parte delle forze politiche italiane proviene più da un preciso tornaconto che da un genuino amore per i poveri. Ne abbiamo un’esemplificazione nella campagna contro la fame promossa dai radicali i quali hanno sì il merito di aver fatto discutere del problema, ma chiaramente sempre a fini elettorali ben precisi. La fame paga.
Sul carrozzone radicale è improvvisamente salito il leader democristiano Piccoli. Qualcuno ha parlato di un’improvvisa “conversione” del presidente DC. Ma le ragioni erano ben più modeste: per salvarsi, sembra, da una campagna dei radicali sui suoi “legami” con la mafia e la P2 (vedi caso Cirillo e Pazienza). Fu così che partì al gran galoppo una campagna che doveva concludersi a Pasqua con una legge speciale che avrebbe stanziato ingenti somme gestite da un Alto commissario. E quando mons. Nervo, vicepresidente della Caritas italiana, si azzardò a criticare la proposta, vi furono grosse pressioni perché stesse zitto. Ma erano molti anche nella DC a noti essere convinti di quel progetto di legge. Anche il ministro degli esteri Giulio Andreotti, durante il convegno internazionale contro lo sterminio per fame, tenutosi a Roma dal 17 al 19 aprile dello scorso anno, si era dichiarato contrario alla creazione di un Alto commissario, suscitando non poco imbarazzo in casa DC.
Poi la Pasqua passò… e, come succede spesso in Italia, non si parlò quasi più di fame - dimenticando quello che nel frattempo stava avvenendo in Africa - fino ad Ottobre. Fu allora che si risentì il discorso in seno alla compagine governativa della creazione dell’Alto commissario. Si sa che il nostro ministro degli esteri, “sotto processo” in parlamento in quel momento, per assicurarsi il pieno appoggio dei voti socialisti, aveva finito per accettare l’idea di un Alto commissario.
Ma nella commissione parlamentare ad hoc vi fu una notevole resistenza all’idea di un Alto commissario. Si arrivò così il 20 dicembre all’approvazione a Montecitorio di una legge che stanzia 1.900 miliardi gestiti da un sottosegretario agli esteri con funzioni di commissario (cambia, quindi, solo il nome!). Sarà quasi certamente il socialista Loris Fortuna.
Ora sono noti a tutti gli intrallazzi di palazzo, socialisti soprattutto, nel Dipartimento della cooperazione; con un così lauto bottino, infatti, si possono accontentare tanti amici: esperti, professori, ricercatori… tutti profumatamente pagati con i soldi della fame! Da quaranta a ottanta esperti assisteranno il nuovo commissario.
Altro che fame nel mondo! Forse sarebbe più opportuno chiederci a che punto è giunta la nostra fame… Una cosa comunque è chiara: più analizziamo questa faccenda degli aiuti e più ci convinciamo che servono innanzitutto a noi e poi alle élite borghesi dei paesi poveri per mantenerle al potere. E così il “sistema” continua a girare.


