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Vincenzo Romania
Omofobia e senso comune: Gasparri difende Berlusconi
Voglio proporre con questa nota, una breve analisi della conversazione di un estratto di quanto oggi affermato dal capogruppo al senato del Pdl Maurizio Gasparri alle telecamere di Klauscondicio. Partiamo dalla trascrizione letterale dell’intervento:
‘Se il peccato, ovviamente si fa per dire, di Berlusconi fosse stato quello dell’omosessualita’ avrebbe goduto di maggiori tutele, avrebbe usufruito dell’ipocrisia del politically correct e gli avrebbero risparmiato la gogna. Ci sarebbe stata meno enfasi perche’ nel raccontare le cose avrebbero avuto paura di sconfinare in atteggiamento di discriminazione. Sarebbe stato piu’ tutelato, soprattutto le lobby gay lo avrebbero difeso. Se fossero pubblicate le intercettazioni di ciascuno, se l’indagine del privato fosse sistematica e indiscriminata chissa’ cosa verrebbe fuori’.
Gasparri, nell’intervista parla, ovviamente, della vicenda del Barigate. Partiamo dai dati: non sappiamo ancora se Berlusconi si andato o meno a letto con la escort e se questa escort sia stata o meno un regalo dell’imprenditore Tarantini per ottenere appalti legati alla Protezione Civile, ma di sicuro sappiamo che lei, la Monteleone e la Rosssiani erano a cena a Palazzo Grazioli la sera in cui Obama è stato eletto a palazzo Grazioli, come documentano le foto pubblicate sui giornali italiani e i riscontri consegnati dalla D’Addario alla magistratura barese. La D’Addario e la Monteleone sostengono poi che ci sia stato un rapporto sessuale fr la escort pugliese e il premier, ma questi elementi sono ancora al vaglio della magistratura.
Il brano in generale è quello che in etnometodologia viene chiamato un “account”, ovvero una spiegazione. Durante la nostra vita quotidiana, tutti noi siamo continuamente impegnati a fornire accounts del nostro comportamento, sia in forma verbale, che in forma non verbale. Il nostro sforzo continuo, come spiega bene Harvey Sacks in un saggio è quello di dimostrare agli altri che siamo persone ordinarie. Quando qualche nostro comportamento può essere frainteso o sanzionato, ecco allora che entrano in gioco gli accounts, dei modi per giustificare l’eventuale errore, non contraddicendo le regole del senso comune. Scott e Lyman (1968) ne individuano di due tipi principali: le scuse, quel tipo di atti linguistici con cui l’attore conferma la norma, ma spiega le cause accidentali e non volontarie del comportamento ad essa contrario; e le giustificazioni, quel tipo di atto linguistico che non nega la norma, ma ne afferma la non applicabilità al caso concreto.
Gasparri, in questo brano fa qualcosa in effetti di diverso: usa sì una giustificazione, ma basata sulla non sanzionabilità di un comportamento poiché, a la Mozart, “così fan tutti” e poiché meno grave dell’omosessualità.
Nella prima fase, il senatore non nega l’accaduto, ma sceglie di metterlo in comparazione con un altro “peccato”: l’omosessualità. Intanto, sminuisce la gravità dell’accaduto, ma non lo nega, affermando: ‘Se il peccato, ovviamente si fa per dire, di Berlusconi’. Abbiamo quindi le seguenti premesse implicite:
- Berlusconi è stato a letto con la D’Addario;
- A mio avviso, ciò non costituisce un grave peccato;
- come grave peccato non è l’omosessualità.
Le prime due premesse indicano chiaramente come per Gasparri l’adulterio e il sesso a pagamento con una escort non costituiscano gravi comportamenti morali per un politico presidente del Consiglio. L’uso del termine ‘peccato’ è contestuale poiché fa riferimento alle critiche contenute nell’editoriale di don Sciortino pubblicato ieri su Famiglia Cristiana. Questo tipo di giustificazione è in effetti perfettamente corrispondente con la percezione di Gasparri del senso comune dell’uomo italiano, secondo cui ‘trombare’ fuori dal matrimonio pagando una escort è una cosa che fan tutti e non riprovevole. Anzi. E’ un elemento degno di ammirazione per un maschio, tanto è vero che anche su Facebook sono sorti dei gruppi di destra a favore del premier recanti nell’intestazione “Silvio non preoccuparti, trombatele tutte” e nelle retoriche di chi difende il premier c’è anche una riproposizione della vulgata ’siete tutti invidiosi, vorreste essere voi al suo posto’. Personalmente, non lo invidio per niente. Il senso comune è quindi quello della società dei magnaccioni, dell’Italia di Totò e Peppino che invitano le ballerine al ristorante e lasciano la sorella, donna ed incapace, chiusa nella stanza di albergo, nelle geniali scene di “Totò, Peppino e la Malafemmena”. Queste premesse, le premesse del machismo e del sessimo maschilista sono state profondamente attaccate da tre docenti accademiche italiane firmatarie di un documento che è stato pubblicato due giorni fa sul Times.
Tornando invece sull’uso del termine ‘peccato’ va messo in luce come Gasparri in qualche modo richiami qui una sua interpretazione di una doppia morale della cristianità, rispettosa e ortodossa in pubblica, godereccia e peccaminosa in privato.
Messa in luce la premessa sessista del discorso del senatore, passiamo ora ad una analisi della componente omofoba del suo discorso. L’equiparazione dell’omosessualità ad un peccato simile a quello dell’adulterio o del sesso a pagamento include diversi stereotipi:
- intanto si confonde un orientamento sessuale con una pratica: l’omosessuale ama partner del proprio genere, indipendentemente da quello che ci fa a letto;
- in secondo luogo, si allude, neanche troppo velatamente, ad una associazione stereotipica fra omosessualità e perversione;
- in terzo luogo, si indica la omosessualità come una forma di devianza: se infatti la si compara ad un potenziale ‘peccato’ per un politico, implicitamente si sta affermando che si tratta, per l’appunto, di una perversione, di una forma di devianza.
Andando avanti nel discorso, Gasparri tocca il tema della valutazione morale del presidente del Consiglio, affermando che un omosessuale:
a) ‘avrebbe goduto di maggiori tutele’, ‘Sarebbe stato piu’ tutelato’;
b) ’soprattutto le lobby gay lo avrebbero difeso’;
c) ‘avrebbe usufruito dell’ipocrisia del politically correct e gli avrebbero risparmiato la gogna. Ci sarebbe stata meno enfasi perche’ nel raccontare le cose avrebbero avuto paura di sconfinare in atteggiamento di discriminazione’.
La prima e la terza di queste ‘mosse interazionali’ nei termini di Forms of Talk (Goffman, 1981) alludono ancora ad una doppia morale, la quale però questa volta chiama in causa la omofobia: Gasparri afferma, implicitamente, che esiste nei politici una riprovazione morale nei confronti della omosessualità - la stessa che ha esplicitato, per altro, il ministro per le pari opportunità, nonché ex valletta di Piazza Grande, Mara Carfagna - la quale però non viene esplicitata per non incorrere nella negazione del politically correct. Implicitamente, quindi, ancora, si afferma che l’omosessualità è un male e che i politici non lo dichiarano esplicitamente perché il loro ruolo istituzionale glielo impedisce. Questo tipo di fenomeno viene chiamato in psicologia sociale razzismo avversativo (Dovidio e Gaertner, 1986): quando provi sentimenti razzisti, ma non li vuoi esplicitare per non incorrere in una cattiva reputazione, eviti del tutto i contatti con le persone a te avverse.
Il punto c), invece, allude a mio avviso al legame politico esistente fra l’associazionismo gay ed alcuni rappresentanti della sinistra parlamentare e non (Vendola e Luxuria e Grillini i più importanti). Anche questo punto, si basa su di una premessa pregiudiziale, quella secondo cui tutti i gay e le lesbiche sarebbero contro il governo, per la sinistra e, per esteso ritornando alla Carfagna, contro la Chiesa. Chi conosce la varietà del movimento GLBT sa benissimo che non è così e che le associazioni di gay e lesbiche e genitori cattolici hanno un certo punto nel movimento.
La terza frase sposa ancora, invece, la logica ‘vizi privati e pubbliche virtù’: ‘Se fossero pubblicate le intercettazioni di ciascuno, se l’indagine del privato fosse sistematica e indiscriminata chissa’ cosa verrebbe fuori’. La premessa questa volta sta nella continuità fra politico e popolare: i politici sono come coloro che li votano, persone normali, persone del ‘popolo’. I politici sono come tutti: imbroglioni, corrotti, scorretti, insensibili, fedifraghi, maschilisti, omofobi. E ad ascoltar parlare Gasparri molte volte ti viene proprio da pensarla così. Con ciò si torna a riconfermare la normalità per il senso comune del comportamento fedifrago e dello sfruttamento per fini sessuali delle donne.
In tre frasi, insomma, Gasparri ha inanellato un numero invidiabile di pregiudizi. Si potrebbe pensare che i politici le sparano grosse e che questo non avrà conseguenza sulla vita di donne e gay. Le cose non vanno esattamente così. In queste ore a Napoli una donna sta rischiando di perdere un occhio a causa delle aggressioni subite da un gruppo di naziskin, per la sola colpa di aver difeso dei ragazzi gay. Tutto ciò difronte all’indifferenza tutti ieri ed alla indifferenza dei politici oggi. E quel silenzio è assordante. Quiet is the new loud, come dicevano tempo fa i Kings of Convenience.
L’Italia, gli immigrati e il complesso europeo: calpestare i diritti umani per sentirsi più forti
In un rapporto di 25 pagine sulle politiche migratorie in Europa, apparso a metà aprile, il Commissario europeo e comunitario per i diritti umani Thomas Hammarberg ha espresso, con una certa ricorrenza quello che compare come un “DEEP CONCERN”, ovvero come una profonda preoccupazione per quella che ha definito la “criminalizzazione sistematica degli immigrati”, un tema sul quale da almeno dieci anni insistono anche ricerche sociologiche italiane, da Dal Lago a Palidda, al mio “Farsi passare per italiani”.
In particolare, il commissario si è dichiarato “decisamente contrario ai rimpatri forzati verso Paesi con precedenti di tortura provati e di lunga durata, anche se le espulsioni avvengono sulla base di rassicurazioni diplomatiche”, come nel caso di alcuni tunisini che avevano fatto appello alla Corte europea per i diritti dell’uomo dimostrando le persecuzioni a cui erano sfuggiti, ma che sono stati, senza troppe perdite di tempo, drasticamente rimandati in patria dallo Stato italiano, prima che la Corte avesse tempo per emettere un giudizio. Qualcosa di molto simile a quanto accadde alle decne di migliaia di albanesi ammassate a Bari in un campo di calcio e che nel 1992 furono rimandati a casa sotto la falsa indicazione di un viaggio notturno verso altre destinazioni italiane. O come accaduto, di recente, ad Ancona e Venezia a due minori non accompagnati, i quali, al dilà dello status di rifugiato, avrebbero avuto diritto anche come immigrati irregolari di essere affidati ad una struttura adeguata sino alla maggiore età.
Perché è grave quanto è successo qualche giorno fa a Lampedusa con il rimpatrio forzato dei 227 immigrati in partenza della Libia? Per due motivi, essenzialmente: il primo ha a che vedere con l’arrivo e il secondo con la partenza. Per quanto riguarda l’approdo a Lampedusa, secondo quanto dicono le diverse convenzioni dell’ONU e della Comunità Europea che il nostro ordinamento ha recepito e secondo quanto dice la nostra Costituzione, prima di procedere a qualsiasi tipo di espulsione, il Ministero dell’Interno avrebbe dovuto dare la possibilità a tutti di esprimere una eventuale richiesta di asilo. Cosa è successo, lo spiega bene Christopher Hein, Direttore del Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati: «Generalmente tra i disperati che arrivano a Lampedusa quelli che chiedono diritto d’asilo sono il 70% ma di questi solo la metà ottiene lo status di rifugiato. Gli egiziani o i maghrebini, per esempio, difficilmente lo chiedono. Del resto difficilmente lo otterrebbero. Gli stessi cinesi non lo chiedono mai. Ora, poiché tra i passeggeri di quella nave riportati in Libia non c’erano maghrebini, egiziani o cinesi, è presumibile che almeno il 70% avrebbe chiesto asilo. E di questi, con ogni probabilità, la metà ne aveva diritto. Il che significa che l’Italia ha respinto almeno un centinaio di persone alle quali la nostra Costituzione garantiva il soccorso» (Corriere della Sera, 9/5/09).
Il secondo grave motivo ha a che fare con l’approdo. Rispedire in Libia, terra di transito, degli immigrati soggetti o meno a persecuzione politica significa infatti non restare neutrali nei loro confronti, ma piuttosto barattere il carico solidale dell’accoglienza con un destino di torture, molestie e violenze di ogni tipo per le povere vittime del traffico migratorio. Come afferma in una interrogazione parlamentare, riportata da Gian Antonio Stella sul Corriere, il prefetto Mario Mori,è questa la sorte che tocca agli irregolari in Libia: «I clandestini vengono accalappiati come cani, messi su furgoncini pick-up e liberati in centri di accoglienza dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi…». Nello stesso articolo di Stella, apparso oggi, vengono riportare le esperienze di due donne che hanno avuto la sventura di finire nell’abisso spettrale delle prigioni libiche per immigrati: “Ero in prigione con un’amica eritrea incinta, la rabbia le aveva deformato il viso. Il marito cercava di difenderla perché il poliziotto le premeva la pancia col bastone dicendole: ‘Hai in pancia un ebreo, andate in Italia e poi in Israele per combattere gli arabi’». Un’altra donna: «Preferivamo morire piuttosto che doverci togliere la croce al collo. Piangevamo, se questa era la volontà di Dio l’accettavamo, ma la croce non la volevamo togliere. Cristiani siamo e cristiani rimarremo. E loro ci sbattevano contro il muro. Mentre gli uomini venivano picchiati noi urlavamo. Gli uomini venivano frustati sotto la pianta dei piedi fino a perdere i sensi».
Come afferma Gabriele Del Grande nel suo libro “Mamadou va a morire”, nel quale riporta la sua esperienza da giornalista mimetizzatosi come clandestino, con le politiche di respingimento non si fa altro che “esternalizzare” il controllo delle migrazioni irregolari, demandando ad altre nazioni, dove i diritti umani praticamente non esistono, la reclusione e tutti gli altri tipi di provvedimenti restrittivi immaginabili nei loro confronti. Questo vuol dire, quindi, in pratica, che anche le carceri, le esecuzioni, le torture degli stati africani vengono a fare implicitamente parte del controllo pubblico italiano delle migrazioni irregolari.
La cosa più agghiacciante di tutte, però, personalmente, è stato il discorso pronunciato da Maroni alla festa della polizia, discorso nel quale il Ministro dell’Interno, nel quale si è preoccupato di sottolineare che: «La vita delle persone che disperatamente cercano di sottrarsi alla miseria o alla guerra viene per noi prima di ogni altra considerazione e questo principio ha sempre ispirato l’attività di search and rescue che le forze di Polizia e la Marina Militare svolgono nel Mediterraneo, spesso anche in acque non di competenza italiana».
La festa della Polizia, ieri, non si è svolta a Roma, ma nel mondo della televisione. E, come stiamo capendo sempre meglio da un pò di tempo a questa parte, fra la definizione della situazione di vita che ha la gente nella sua esperienza quotidiana e quella che hanno i politici in televisione lo scollamento è sempre più evidente. Nessuno dimenticherà quando a cavallo di dicembre\gennaio, prima che gli effetti della crisi si facessero sentire i più, il governo si era preoccupato di affermare che non ci sarà nessuna crisi, c’è solo una situazione di stallo, e che se i consumi calano è solo colpa del “pessimismo” di alcune forze politiche di minoranza. Anche il discorso di Maroni, va in tale senso: solo in uno Stato in cui la fiducia in quello che dicono i politici in tv da parte del loro elettorato è quasi totale e il confronto giornalistico è praticamente nullo (vedi la colf Bruno Vespa) è stato possibile sostenere una posizione così palesemente ipocrita. Sì, perché nel mediterrano sono morte 20.000 persone dirette verso l’Italia, 70 volte i morti del terremoto in Abruzzo ed è difficile non sentirsene corresponsabili. Ed è difficile anche affermare che il governo si preoccupi delle “vite” degli irregolari, se circa una settimana fa sono stati negati per ben 5 giorni i soccorsi sanitari ad una imbarcazione sulla quale 143 persone quasi disidratate ed in gravi condizioni, erano ferme in mare, con a bordo il cadavere di una donna incinta che non era sopravvissuta alla traversata. Gli occhiali rossi di Maroni hanno qualcosa di demoniaco, spero che almeno qualche cattolico se ne accorga e senta sulla coscienza il peso delle morti e delle sofferenze causate dalla classe politica che ha scelto.
Un’ultima considerazione, questa volta di taglio comunicativo. Ascoltando Cota e gli altri suoi replicanti leghisti giustificare le scelte di Maroni, in questi giorni, ho riascoltato un refrain che torna almeno dal primo governo Berlusconi, quando come presidente della Camera c’era una morigerata di Dio onorevole poi passata ad uno stile latex-sadomaso Irene Pivetti, la quale in una interrogazione parlamentare disse: “Ributtateli in mare”. Il ritornello è questo: “Le nostre politiche sono giuste perché lo fa anche l’Europa”. Come dimostra la citazione di Hammerberg che apre questo articolo, certamente alla base delle ultime affermazioni, ci sono anche bugie. Ma qualche volta è vero. Il destino degli undocumented è terribile in molte altre Nazioni di Europa. A mio avviso, in Italia questa rigidità non è neutra ma deriva da un complesso di inferiorità: la nostra nazione ha iniziato infatti ad essere più dura nei confronti degli immigrati, come spiega bene in un articolo Perlmutter, solo quando negli anni ‘90 doveva affermarsi come una nazione che meritava di “entrare in Europa”. E questo complesso, chiaramente, ce lo portiamo ancora appresso. Di più, un pò in tutto l’occidente, si è iniziato a diffondere questo strano gioco a somma negativa: se lo fanno gli altri, lo possiamo fare anche noi. E’ un pò come se i politici nazionali si rivolgessero alla maestra europea giustificandosi dicendo: “l’ha fatto anche il mio vicino di banco!”. Ma qualcuno si è accorto dei paradossi logici di questa affermazione? Se in America si mangiano hamburger e hot dog, la sanità non è garantita ai meno abbienti e la popolazione afroamericana giovane in carcere è superiore al 20% è giusto che succeda anche in Italia? E non sarebbe piuttosto auspicabile per una politica di sviluppo, fare il contrario, ovvero guardare a quanto di buono si fa altrove? Se in tutta Europa, tranne Grecia, Italia e Portogallo, ci sono forme diverse di riconoscimento delle unioni di fatto, perché ciò non dovrebbe avvenire anche dalle nostri parti? Se in Germania e in Scandinavia ci sono aiuti importanti alle madri sole, perché non dovrebbe avvenire anche in Italia? Se in Inghilterra gli aiuti alla disoccupazione riguardano anche gli immigrati che hanno perso un posto di lavoro, perché questo non dovrebbe avvenire anche in Italia? Probabilmente, perché non porterebbe abbastanza voti, sbattere il mostro in prima pagina, rende di più. E costa meno. Almeno sul breve termine.
Progettare per guardare avanti
Una delle curiosità che più mi avevano stuzzicato, quando studiavo filosofia delle scienze all’università, era la totale somiglianza delle radici etimologiche di “problema” (pro-ballein, gettare in avanti) e “progetto” (pro-jectum, ancora una volta gettare in avanti). Ogni volta che si definisce un problema o si pensa ad un progetto, lo sguardo di chi pianifica guarda oltre, scommette sul futuro, su come cambieranno le condizioni quando il progetto stesso verrà messo in opera, o verrà superato dall’andare del mondo.
Una delle grandi sfide urbanistiche del terzo millennio è proprio questa: riuscire a progettare città sicure e vivibili a partire non solo dalle popolazioni attuali, ma anche da un azzardo su quello che sarà il mondo che verrà. Di sicuro lo stesso azzardo che non hanno avuto alcuni politici italiani ed in particolare coloro che negli anni ‘50 e ‘60 hanno pianificato la ricostruzione di una Italia che si rialzava dalla guerra e si apprestava a diventare, di improvviso, con troppa urgenza forse, una grande nazione capitalistica.
Sono nate così le periferie urbane: le case ad amianto di San Siro a Milano, i casermoni da 10.000 abitanti di Scampia a Napoli, le zone ad altissima concentrazione abitativa del territorio romano, mi viene in mente Centocelle, ma non solo. Ed al loro margine sono cresciute situazione di opacità, di buio urbanistico, di abbandono, di degrado: il vecchio centro storico di Genova poi rivalorizzato, Torre Spaccata, Tor Bella Monaca, Porta Palazzo a Torino anche essa oggetto di recenti interventi, le altre borgate di Roma o di Palermo, in parte ancora degradate e insicure. E poi, abbandono superiore all’abbandono, l’abusivismo edilizio che impera al Meridione, dalla valle dei Templi ai vari mostri che ancora sopravvivono in attesa di essere abbattuti sulle coste della Calabria, della Puglia, della Campagna.
Questi ultimi scempi non sono solo il frutto di politiche errate, ma anche il prodotto scellerato e cosciente di condoni, di politiche basate sulla metratura e non sulla valutazione dell’impatto ambientale, di patti più o meno espliciti con le diverse mafie locali. Non altrimenti spiegheresti a te stesso la concentrazione di case che tremano vicino ai binari, quando sfrecci con gli Eurostar fra Napoli e Salerno.
A vederci bene, tante forme di xenofobia, di microcriminalità, di spaccio, persino di stupro e di devianza minorile che dobbiamo affrontare oggi sono l’indiretto prodotto di scelte urbanistiche errate fatte in passato.
Fra i tanti aspetti che si collegano ad un terremoto, c’è anche la valutazione di quello che verrà. Berlusconi ha parlato di “new towns”, ovvero di aree urbane, sul modello di quelle città chiuse che sono nate negli Emirati Arabi Uniti o in Sudafrica. A mio avviso, costituendo piccole cattedrali nel deserto, esse probabilmente non risolveranno il problema. Quello che forse andrebbe pensato nel ricostruire le aree che sono distrutte dal terremoto è piuttosto pianificare spazi urbani pensando alla città che verrà, tenendo conto che una scelta urbanistica non coinvolge solo architetti ed ingegneri, ma anche sociologi ed urbanisti, oltre che geologi ed altri esperti chiamati a valutare l’impatto delle scelte che si faranno. Non basta Renzo Piano per rendere vivibile una piazza di Berlino.
Una delle cose che ho apprezzato del modo con cui il governo ha affrontato la crisi, è stato il sorvolo che il premier ha fatto in l’elicottero sulle aree terremotate. E’ stata per lui sicuramente una esperienza importante: l’unico modo per governare i fenomeni è guardarli da vicino ed accorgersi che governa la stessa Italia che contiene Milano 2 e Cologno, ma anche Locri e Torre Annunziata. Così Berlusconi, parlando in tv per telefono a Matrix e Porta a Porta, ha raccontato di tetti in muratura a pietra o incannellato crollare giù come niente fosse. Insieme a quelli, purtroppo, sono crollati anche edifici in cemento armato e tutti gli edifici pubblici della città, anche quelli adeguati alle norme antisismiche negli anni 2000, come l’ospedale dell’Aquila.
Non ho mezzi per valutare la validità progettuale delle diverse opere e quindi evito dietrologie ed ipotesi varie di cospirazione o di corruzione. Ma ripensando alla mia città, a Reggio Calabria ed alla sua provincia, alla Salerno-Reggio Calabria che in un punto passa sotto il letto di un fiume ed in un altro si riduce alla monocorsia, spero che in futuro non si pensi più a misure che permettano di costruire uno stadio in una area priva di parcheggi (come il Granillo), non si permetta più ad un abusivo di regolarizzare la propria posizione con una piccola multa negoziata all’erario; non si conceda più al singolo costruttore, così, sulla fiducia, la possibilità di allargarsi del 20% la propria abitazione e di comprare anche il 20% del vicino di casa. Non si legiferi più, cioè, sul presente, limitandosi a sanarlo quando non si pensa di avere le competenze per riformarlo.
Gli spazi sono fisici, ma i luoghi sono inevitabilmente sociali. E il mondo cambia. Sempre più velocemente.
Sbatti il mostro in prima pagina
Proviamo a ricostruire con meno interpretazioni possibili - per quanto le poche info a disposizione consentano - cos’è successo alla Caffarella, a Roma.
1. il giorno di San Valentino, una ragazza di 16 anni subisce stupro, in presenza del ragazzo anche lui aggredito.
2. il 18 febbraio vengono arrestati due romeni Loyos e Racz, che materialmente e mediaticamente si sottopone a tentato linciaggio.
3. Come avviene l’indagine. Secondo quanto riferisce il questore: lo stupro è avvenuto nel parco, quindi prendiamo tutte le foto di criminali che frequentano i parchi e mostriamole per riconoscimento alle vittime. La ragazza riferisce di essere stata stuprata da due stranieri che parlavano entrambi italiano. Disegna un identikit di due uomini: “dai capelli lunghi e con il naso schiacciato”. Poi la ragazza riconosce Loyos sulle foto che le mostrano, ma Loyos, in effetti, non ha mai avuto nè i capelli lunghi e nè il naso schiacciato (per un caso, la polizia stessa lo aveva ripreso in un video nel suo campo pochi giorni prima dello stupro, con i capelli corti).
Sulla Stampa il questore romano Caruso spiega ai giornalisti che ai ragazzi vengono mostrate 700 foto. Oggi sul Corriere si apprende che gli avevano mostrato 12 foto e tutte di romeni.
4. Una volta arrestato Loyos si autoaccusa e indica come suo complice Racz il quale però - è dimostrato - non parla una parola di italiano. Entrambi - per quanto possa valere - possono produrre anche testimoni oculari che dimostrino che quel giorno non erano là.
5. Gli identikit non corrispondono, la ragazza si dice non più sicura della identificazione - tanto che in prima battuta, al posto di Racz aveva indicato la foto di una terza persona - ed oggi si apprende che il DNA non corrisponde.
5. Oggi Loyos dichiara che era stato costretto dai poliziotti ad ammettere la sua colpevolezza, ma - come risulta dal DNA - in effetti non era la verità.
6. Si ipotizza che per questa auto-accusa nessun poliziotto venga processato ma Loyos venga accusato, paradossalmente, di auto-calunnia.
Come saranno andate le cose?
Visti i toni trionfalistici e gli animi surriscaldati nell’opinione pubblica di quel periodo è possibile che:
a) La questura abbia percepito una pressione ambientale a dare subito un colpevole ai mass media: sbatti il mostro in prima pagina, aumenta l’insicurezza percepita, instilla una domanda pubblica di maggiore controllo, giustifica politiche di controllo e di repressione anche in periodo di crisi economica
b) La polizia abbia allora agito nel modo più elementare: ha mostrato delle foto segnaletiche ai ragazzi - tutte e 12 di piccoli delinquetelli rom autori di furti nei parchi -
c) La figura del rom era quella più notiziabile come capro espiatorio nell’opinione pubblica e quindi andava benissimo e non poteva essere sostituita o messa in dubbio: per fare bella figura e supportare la costruzione sociale del mostro bisogna bisogna trovare un ‘accusato che abbia tratti lombrosiani e sbatterlo in prima pagina il prima possiibile (i mass media hanno i loro tempi) . Perciò chi ha indagato ha - evidentemente - chiuso un occhio sulle evidenti incongruenze del caso (nessuno dei due aveva i capelli lunghi e il naso schiacciato) e consegnato Loyos e Racz ai flash dei reporter.
d) Gli imputati - se sono vere le parole che riferiscono - sarebbero stati “invitati” a confessare, anche contra-veritas. Nulla toglie che siano dei pregiudicati, sicuramente non saranno dei santi, ma molto probabilmente non erano neanche i colpevoli giusti.
e) Data la notizia, fatto il colpevole: per tutta la stampa italiana se l’indagato è un rumeno è sicuramente colpevole.
f) I due vengono sottoposti a regime di carcerazione preventiva. Molti italiani - alcuni di recente - accusati di stupro, riescono altresì, grazie agli avvocati prezzolati che li rappresentano, a farsi assegnare i domiciliari (vedi a Roma il ragazzo che per caso era stato ripreso la notte di Capodanno dalle telecamere di Lucignolo in una discoteca prima di stuprare un’altra giovane ragazza).
g) Adesso il Pm sentirà le stesse pressioni ambientali di allora e - malgrado il test del DNA e le incongruenze - vuoi vedere che non scarcerca i due?
h) Se invece li scarcereranno, ecco che, probabilmente, un gruppetto di simpatici cittadini farà una spedizione punitiva notturna al campo Rom, che passerà del tutto inosservata, poiché ultimamente va di moda farsi giustizia da sé.
Qualche conclusione statistica. Non c’è dubbio che esista una fetta di romeni, troppo consistente, che è autrice di stupri. Il 61% degli stupri per violenza riguardano italiani, il 7,8 rumeni, secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno. I rumeni, che rappresentano il 2% circa della popolazione attualmente residente in Italia, hanno quindi una incidenza di criminalità rispetto alle violenze sessuali 4 volte superiori agli italiani. E sono un problema per l’ordine pubblico, su questo non ci piove. Ma non sono gli unici autori o i maggiori autori di questo crimine abominevole.
E poi resta un altro aspetto da sottolineare. Il 75% delle violenze sessuali avviene in casa, ad opera di persone conosciute e nell’89% dei casi - ahimè - non viene neanche denunciata (dati Istat 2007). Le denunce riguardano quegli stupri compiuti nel 24,3% da sconosciuti. Le indagini su questi crimini devono essere rafforzate in termini di organico di polizia e di magistratura e di attrezzature a loro disposizione. Ma c’è anche bisogno di una profonda discussione culturale sul perché donne come Rihanna di recente, abbassano lo sguardo e tornano dal carnefice.
Vincenzo Romania


