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Francesca Mineo

Onna, la paura si guarda negli occhi


Onna (L’Aquila) - A Onna le persiane di molte case temporanee si aprono ogni mattina sulle macerie del paese vecchio, sbriciolato dal terremoto del 6 aprile. La piccola Madonna che sta accanto ai nomi delle vittime ha il capo appena rivolto verso l’alto ma gli occhi guardano dritto davanti a lei: pietre, avanzi di muri, tetti obliqui e finestre che pendono da un lato come gli orologi di Salvador Dalì. Anche i finestroni dell’asilo comunale, nuovo di vita e di schiamazzi, da alcune angolature permettono di vedere e rivedere quello che è stato durante una notte e quello che non potrà più essere.

Non è stato facile affrontare gli sguardi delle persone di questo paese, che con fierezza ogni mattina si svegliano e fissano la loro vita per come è stata fino al 5 aprile: a loro, parlare della storia di una volontaria internazionale, Laura Scotti, che morì dieci anni fa in Kosovo, mi pareva fuori tema, considerando l’intorno, i panni ancora stesi sul filo di una casa distrutta e abbandonata, le piastrelle di una cucina senza più tetto che ti accolgono all’ingresso del paese. E qualcosa che ti fa sentire straniero, lontano anni luce da un dolore difficile da condividere.

Eppure gli onnesi hanno ascoltato la storia narrata ne “I 189 giorni di Laura” (Ancora), loro che da 8 mesi affrontano i postumi di una guerra diversa, in cui il nemico è la stessa Terra che adorano e da cui non riescono a separarsi. Per la paura gli onnesi hanno trovato l’antidoto: la fissano ogni giorno, come in una moviola. Ogni sera vanno a dormire ma il buio di oggi non è più lo stesso: ha cambiato forma, è denso, ha l’odore di polvere e calcinaccio, è stato violato da un boato di cui ancora non si è spenta l’eco.

I volontari sono eroi qui e quindi anche Laura Scotti ha ricevuto il suo applauso per l’aiuto alle popolazioni del Kosovo, come se gli onnesi, in quel momento, si sentissero un po’ kosovari. E come se anche Laura, con la sua piccola grande storia, fosse stata accolta di diritto nel novero di chi ancora presta aiuto, qui e a L’Aquila: i vigili del fuoco, i volontari della Protezione civile e della Croce rossa, le persone anonime che fanno la spola con l’Abruzzo. Come una coppia di Treviso, che giovedì pomeriggio è arrivata all’asilo comunale con Babbo natale e un regalo particolare per tutti i bambini: una coperta colorata, fatta di anti pezzi di stoffa, confezionata a mano da donne e mamme che il 6 aprile sentivano già il freddo che a dicembre scende dalle montagne qui intorno.

I bambini dell’asilo, radunati nella sala più grande, con il grembiule stirato come il primo giorno di scuola, hanno saputo di una ragazza con i capelli rossi che amava ridere e giocare, che portava giocattoli, aiutava a costruire scuole e poi è stata accolta dal Paese Bianco sopra le Nuvole.
Una fiaba è sempre una fiaba, e inizia sempre con C’era una volta.

I 189 giorni di Laura


I 189 giorni di LauraFrancesca Mineo
I 189 giorni di Laura
Da Milano al Kosovo, una storia esemplare di volontariato internazionale

Ancora, 2009

Per saperne di più…

Hersh, taccuino e libertà


“Il privilegio di questo mestiere è poter vivere momenti magici”: le vite degli altri che ti attraversano, le grandi verità racchiuse nelle emozioni della gente.
Seymour Hersh, l’ospite più acclamato al Festival del giornalismo di Perugia terminato oggi, svela alcuni momenti speciali della sua carriera: due donne, madri di ragazzi partiti per guerre che gli Stati Uniti volevano, hanno reso il giornalista del New Yorker felice di poter essere lì, testimone di qualcosa di speciale.
La donna del primo quadro, trovata da Hersh con il vecchio sistema delle pagine gialle e del telefono, viveva poverissima tra i polli, in una fattoria di un luogo sperduto del sud degli Usa. “Posso parlare con suo figlio, signora?” chiese il reporter quando arrivò a casa di un reduce della guerra del Vietnam. “Faccia pure, ma non si aspetti molto”, rispose la donna. “Gli ho dato un bravo ragazzo. Mi hanno mandato indietro un assassino”.
Hersh ha vinto il premio Pulitzer nel 1970 per aver svelato il massacro di My Lay durante la guerra in Vietnam ed è stato il primo, dalle pagine del New Yorker, ad aver denunciato al mondo le atrocità commesse sui detenuti del carcere Abu Ghraib, non lontano da Baghdad (per leggere l’intero articolo e vedere le foto dalla prigione irachena: http://www.newyorker.com/archive/2004/05/10/040510fa_fact)

Uno dei più grandi giornalisti al mondo, che legge la stampa europea su internet – soprattutto Die Spiegel ma anche Repubblica – vive ancora oggi l’entusiasmo del cronista che comprende i fatti anche grazie alle parole della gente comune.
Nel caso della sua inchiesta irachena del 2004, la disperazione e la verità si erano insinuate nelle parole di un’altra donna, madre di una riservista americana mandata a Abu Ghraib.
“Mia figlia si sta coprendo il corpo di tatuaggi”, disse la donna al reporter, mentre gli mostrava alcune foto dell’orrore che avrebbero fatto da lì a poco il giro del mondo. “Vuole cambiare pelle”.

Taccuino, passione, curiosità e precisione, indipendenza dal potere: sono alcune regole per tutti i giornalisti, di oggi e di domani. E sul cambiamento in atto nel mondo dell’informazione, Hersh ha concluso: “I giovani possono cambiare le cose, molto più di me che ho 70 anni. Questa generazione ama guardare: video, tv, blogs, foto, internet. Io sono terrorizzato dai blogs, lo ammetto; su internet c’è molta spazzatura ma anche buona informazione, come alcuni giornali europei. Il mondo dell’editoria sta cambiando e la rivoluzione passa anche dai new media. Dipende solo da voi, ragazzi”.

I giovani e il nuovo che avanza


(Perugia) - Bilancio provvisorio del Festival che domenica chiuderà i lavori.

Notizie buone: i giovani, le loro domande pertinenti e irriverenti verso i grandi nomi del giornalismo (Gianni Riotta ne sa qualcosa, ma non è stato l’unico bersaglio). La novità di Perugia: la crescente presenza di giovani bloggers. Entusiasmo collettivo diffuso.

Notizie soporifere: i dibattiti autoreferenziali, come se il mondo dei giornalisti fosse “il mondo”. Il top: quando i complimenti tra colleghi sono falsi e le frecciate trasversali verissime. I destinatari avranno capito? la platea, intanto, sonnecchiava.

Notizie grigie: la perplessità dei giornalisti di lunga carriera di fronte al nuovo che avanza. Un misto tra scetticismo, nostalgia e timore di dover lasciare qualche certezza conquistata negli anni. Visioni apocalittiche sparse.

Notizie inossidabili e verità granitiche: precisione, qualità della scrittura, controllo delle fonti, capacità di analisi e sintesi ovvero le regole del giornalismo non tramontano. Altrimenti è tutta un’altra storia.

Notizie buone (bis): per molti giornalisti, soprattutto stranieri, parlare di nuovi linguaggi, di diversi strumenti a servizio dell’informazione, di nuove alleanze con cittadini e lettori/ascoltatori significa lanciarsi in avventure editoriali stimolanti. Alcuni esempi: Charlie Beckett, Erik Hulken, i giovanissimi della redazione Current, le sperimentazioni dei videomaker alla Benjamin Reece. Entusiasmo da tutti i pori.

Notizie pollice giù: quando i blog diventano il “The Daily me” - il quotidiano scritto e letto da me - e i bloggers da famosi diventano star. A quel punto non li ferma più nessuno, nemmeno internet; la folla osanna, secondo meccanismi noti ai sociologi. E’ accaduto a “Ve lo do io Grillo: politica, satira e informazione nell’epoca dei blog”. Pomeriggio di indignazione civile con spunti anche divertenti insieme a Travaglio-Telese-Scanzi e Israely del Time , ma si è andati molto spesso fuori tema. Per parlare (ancora) di Berlusconi e politica italiana.

Pianeta dimenticato: il mondo è stato presente a Perugia ma non a sufficienza, anche in quanto a immagini e reportage. Bello quanto proposto finora (Reuters, Al Jazeera international e poco altro) ma troppo poco. Il modello frontale degli incontri a conferenza rischia di produrre effetti collaterali. Dal torpore in giù.

La luce nelle tenebre, la palude delle notizie spinose


(Perugia) - Al Festival del giornalismo di Perugia si affina sempre più l’identikit del giornalista di oggi e del vicino domani, un soggetto “ibrido” che sa fare giornalismo post internet con i metodi pre internet: vicino alla gente a scovare notizie, in simbiosi con la newsroom – tranquilli, è sempre la redazione –, con un occhio al Mac e all’iPhone per vedere cosa dicono i citizens ovvero lettori, navigatori internet, siti di informazione; è un cronista che risponde con serenità e trasparenza dei propri errori e scrive le ‘today news’, eventualmente sviluppate in seguito con l’analisi e l’approfondimento.
Bene, dopo anni di nebbie, vedo chiaro, ci sono anche io: dalla cronaca locale agli articoli dettati dalle cabine a gettoni, di chilometri ne ho percorsi. Comincio a fare mia l’idea di un giornalismo partecipativo, in continuo dialogo con communities, social network, lettori e altre tribù più o meno virtuali.

Interessante dunque il dibattito “Verità e realtà tra new e old media” al teatro Pavone tra Gianni Riotta, neo direttore del Sole24 ore, già alla direzione del Tg1, e John Lloyd che, oltre a essere editorialista del Financial Times è a capo del Reuters Institute for the study of Journalism di Oxford, una delle scuole più prestigiose al mondo. Tra il pubblico, molti studenti delle scuole di giornalismo e dei magazines universitari.
Lloyd con maestria introduce “i new media: internet; gli old media: i giornali come il Financial Times, i middle age media: le tv”. Riotta non gradisce, ma ingoia.
Apre poi i giornali di oggi e costruisce una breve lezione, dimostrando come oggi la realtà, fin dalle prime pagine, sia sempre più confezionata: “Un mix di fatti, public relations e regole di comunicazione, regole che il vostro premier conosce benissimo: anche oggi è riuscito a ottenere l’occasione storica della foto tra il presidente Usa Obama e quello russo Medvedev al G20 di Londra, come se fosse l’artefice di una pacificazione tra antichi nemici. Faccia sorridente come a dire: crisi? quale crisi? E i due sono pure costretti a sorridere”.
Prosegue ammirando le doti comunicative di Berlusconi nel far voltare perfino Sua Maestà: secondo protocollo di Corte (e non solo) alzare il tono della voce non è cosa da fare, mai. Per gli studenti è un primo avvertimento che non ha bisogno di molti commenti; per i giornalisti in sala, un memento.

Riotta sottoscrive tutto quanto e incanta i ragazzi indicando la “migliore guida per un buon giornalismo”: è contenuta a suo avviso in un passo del Vangelo di Giovanni (8,32) “Così conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi”, proseguendo con “ma gli uomini preferirono le tenebre alla luce”.
Esempio insolito e perfetto: il pubblico può preferire il buio dell’informazione ma “la realtà esiste e esiste un modo oggettivo di raccontare la verità: i giornalisti devono accendere i cerini nelle tenebre degli uomini”. Una faticaccia, ma è così.
Applausi, battiti di ciglia in direzione Riotta.
E ancora: “Se i lettori non leggono o cambiano canale, la colpa è di noi giornalisti! Dobbiamo essere umili, non sottovalutare il nostro pubblico e soprattutto la sua intelligenza”. Insomma, il giornalista deve scendere dalla cattedra, non deve fare “il radical chic per distinguersi dal ‘popolo bue’; deve imparare invece dalla gente comune, che ha una vita ben più difficile della nostra”.
Il colpo sembra essere sferrato, malgrado qualche divergenza di Lloyd: “I cittadini chiedono qualcosa di più ai giornalisti: agire e reagire, vogliono essere chiamati in causa e per nome, interessati e attirati dall’importanza dei fatti. Anche noi del Financial Times, che facciamo un giornale noioso per molti, cerchiamo di trovare ogni giorno titoli e notizie accattivanti”.

Tutto bene fino a quando si alza uno studente, collaboratore di un giornale universitario: chiede all’ex direttore del Tg Rai perché, se il pubblico non deve essere sottovalutato, non è mai stata trasmessa dal Tg1 l’ultima intervista a Paolo Borsellino, rilasciata il 19 maggio 1992 pochi mesi prima di essere ucciso. Qui il magistrato parlava di legami tra mafia e ambiente industriale milanese e del nord Italia. L’intervista, condotta dal giornalista francese Jean Pierre Moscardo e da Fabrizio Calvi per RaiNews24, è stata trasmessa questa mattina su proposta dell’ associazione “Ilaria Alpi Comunità aperta” e da Libera Informazione (il suo direttore, Roberto Morrione già a capo di RaiNews24, è stato l’unico direttore di un telegiornale italiano a fare un servizio sull’ultima intervista a Borsellino, ndr)

Questa domanda proprio non era da fare: Riotta prima ride poi non risponde, si appella alla propria onestà professionale, ricorda che nemmeno i gioverni di sinistra hanno mai voluto risolvere il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi - “ problema non importante, importantissimo!” -; dice che il suo Tg ha mandato di tutto e di più su Berlusconi, che il resto è propaganda e che alla sua età non può essere maltrattato, tantopiù a un Festival di giornalismo.
Silenzio in sala.
A ristabilire l’equilibrio ci pensa la classe di Lloyd che non avendo l’immediata possibilità di verificare – come chi scrive – quali strade abbia percorso quella dannata intervista dal ‘92 a oggi, spiega allo studente come il conflitto di interesse, “molto grave e irrisolto in Italia”, possa creare qualche problema all’informazione.

Il giovane universitario, rientrato all’istante nella mandria del “popolo bue” con gran parte del pubblico è più confuso di prima.
L’entusiasmo di giornalista “ibrido” comincia a vacillare.

Beckett: “Il giornalismo non è una fortezza inespugnabile”


Perugia, 2 aprile, Festival Internazionale del Giornalismo - Che Charlie Beckett è un ottimista. A tal punto che all’incontro “Supermedia, l’unione fa la forza” esordisce con un incoraggiamento ai bloggers italiani incontrati al festival di Perugia: “Non avete niente da invidiare agli altri, il panorama è interessante anche qui”.
Nella piscina della blogosfera Beckett nuota da tempo ed è campione in tutte le discipline, inclusi i tuffi. Nel suo libro “Supermedia: saving journalism, so it can save the world” il giornalista e blogger londinese esprime il suo pensiero sul salvataggio dei media e anche qui ne fa propaganda. Il giornalismo che salva il pianeta, non è un po’ troppo? “Doveva essere un titolo ironico ma sa, il mio editore è americano…”.
Scherzi a parte, nulla lo spaventa perché ha fiducia cieca nella trasformazione in atto che, nel tempo, gli darà ragione: il sistema integrato di networked journalism – un ibrido tra citizen journalism e giornalismo tradizionale - utilizza tecnologia new media, sola o combinata con i metodi del cronista con taccuino e suole logore. Dunque?
“Quando si pensa al giornalismo si ha sempre l’idea di una fortezza inespugnabile. Occorre invece incitare a una collaborazione tra pubblico e redazioni, dove per pubblico non intendo solo i lettori. Scuole, istituzioni, ong, fondazioni, giornali locali, blogs: tutti a loro modo e nel loro ambito promuovono circolazione di idee e notizie. E comunque, che lo si voglia o no, i citizens si stanno organizzando in autonomia e già inondano le redazioni di informazioni, opinioni, foto e video. Sta al giornalista avere le capacità di scegliere, analizzare e proporre la sintesi”.

Il nodo da sciogliere, secondo Beckett, è forse un altro e riguarda non solo le aziende editoriali ma anche i giornalisti asserragliati nel castello: accettare il cambiamento, gli aggiornamenti professionali, la voglia di non concepire più il proprio lavoro come qualcosa di cucinato solo per la mattina seguente. Un rivoluzione in atto e di proporzioni notevoli, secondo il blogger che alla London School of Economics di Londra ha fondato Polis, un centro studi sui new media.

Un concetto che è stato discusso anche con Marco Pratellesi, responsabile di Corriere.it, Giuseppe Smorto, a capo di Repubblica.it e Paolo Liguori, direttore di Tgcom che hanno illustrato il caso Italia, nel suo singolare rapporto tra aziende editoriali e versione online dei media tradizionali: per gli editori essere su internet è un modo per investire di meno, per la pubblicità una finestra da cui guardare prima di riprendersi dal colpo della crisi.

A dare manforte a Beckett anche Eric Ulken, ex multimedia producer del Los Angeles Time che ha fondato la Online News Association, un club di giornalisti 100% digitali.
Beckett si è divertito molto ad ascoltare casi di bufale pubblicate su Corriere.it e ritrattate dallo stesso autore in nome della trasparenza verso i lettori. E ha concluso: “La strada porta sempre più a un giornalismo di servizio, trasparente e onesto verso chi legge. La sfida è entusiasmante”.

Qualità, precisione, verifica delle fonti: in crisi non è il giornalista


Perugia, 2 aprile, Festival Internazionale del Giornalismo - Lunga vita ai giornali di carta, si è augurato questa mattina Sergio Romano durante la sua lectio magistralis al teatro Pavone di Perugia. Perfino Hegel, ha ricordato il noto editorialista del Corriere della Sera, riteneva che il quotidiano è “la preghiera del mattino dell’uomo laico”.
Sarebbe un delitto svegliarsi ogni giorno senza sentire più il profumo di inchiostro.

Ma non è detto che lo scenario debba essere apocalittico.
Il Festival internazionale di Perugia al secondo giorno di manifestazioni si sta delineando come luogo di incontro e confronto (se non scontro) tra media di vecchia generazione - i giornali di carta e le radio-tv di concezione tradizionale - e l’emergere a macchia d’olio di nuove forme di giornalismo. Certo, non tutto ciò che è online è ‘informazione’ e questo non è l’unico avvertimento di Romano.
Blog sì ma con riserva, “perché spesso alimentano faziosità e non diffondono informazione qualificata. Sono il buco della serratura da cui i cittadini fanno passare i loro rancori”; informazione su internet d’accordo, offre molte possibilità e allarga il confronto con le fonti, ma attenzione: l’essenziale è che il giornalista faccia sempre il suo mestiere, controlli le fonti con precisione, non si dimentichi un mestiere che in sé non è in crisi: semmai lo sono le aziende editoriali che devono adeguarsi al cambiamento.
La qualità dei giornali e la professionalità dei giornalisti devono aumentare: una necessità che anche i bloggers e i cronisti dell’online richiedono e esigono, per garantire autorevolezza. Pena inevitabile, la loro morte.

Giornalismo è partecipazione


Perugia, 1 aprile, Festival Internazionale del Giornalismo - Siamo citizens, please: leggiamo sì, ma nel carrello della spesa di cultura e informazione mettiamo solo quello che piace noi. Meglio se arriva dalla rete.
Per chi ha qualche anno in più degli universitari e aspiranti reporter al Festival internazionale del giornalismo, anno terzo, il titolo dell’ incontro sui new media “Internet è partecipazione” non a caso rimanda alla canzone di Giorgio Gaber “La libertà”. Produrre cultura, contenuti, informazione nella blogosfera è presupposto di libertà di opinione: è quanto sta accadendo a molti citizens che per quanto lontani dal journalism partecipano alla costruzione delle notizie.
I giornalisti, sempre meno cani da guardia del potere - come emerso dal dibattito - hanno però sempre più alleati: i lettori, della cui definizione si è decretata morte e annesso funerale.
John Baern, direttore dell’americano Business week online, Antonio Sofi, esperto di new media e la giornalista e blogger Antonella Beccaria hanno discusso sul giornalismo partecipante che in Italia a fatica sta emergendo e che invece nel mondo anglosassone ha già raggiunto livelli da case history.
A Business week online la redazione è composta anche da community editors che tengono contatti con i bloggers, stimolano e fanno crescere la community e selezionano il materiale arrivato. Non solo: i migliori news producers godono di un rapporto privilegiato con i giornalisti e perfino con il direttore della testata.
“La scorsa settimana sono andato a cena con dieci fantastici citizens journalists”, ha detto Baern, entusiasta del dialogo costante con i propri lettori e compagni di avventura.
“Cerchiamo di responsabilizzare i nostri utenti” ha detto. “Per noi giornalisti questo significa crescere professionalmente: non possiamo diminuire la qualità, anzi. I blog e tutti i social media hanno migliorato il nostro modo di lavorare: il giornalismo ormai non è più solo un prodotto, è un processo”.
La scomparsa del lettore classico è stata evidenziata anche da Sofi che ha ribadito come oggi le notizie siano ‘completate’ anche grazie all’apporto dei cybernauti; i giornalisti, dal canto loro hanno una consapevolezza maggiore: “Sanno che possono essere più liberamente attaccabili e devono poter svolgere il loro lavoro con ancora maggiore professionalità. Il trucco sta nell’equilibrio tra coinvolgimento e distacco con i nuovi lettori, creando la migliore sintesi giornalistica. E’ evidente che nel sovraccarico di informazione, sarà il giornalista a scegliere i post più interessanti e utili per la completezza dell’informazione”.
E mentre il Guardian annuncia oggi l’ imminente trasloco dell’edizione cartacea e dell’archivio su Twitter - pesce d’aprile…? - Charlie Beckett, direttore di Polis, centro di ricerca sui media alla London school of Economics si alza da terra dove stava facendo twittering con alcuni studenti: chiede ai relatori se esiste un Dna particolare dei blogs italiani, una loro specificità. Risposta corale e un po’ basita: “No”.
Beckett domani parlerà di networked journalists durante “Supermedia_ l’unione fa la forza”, tema trattato nel suo ultimo libro “Supermedia: saving journalism so it can save the world”.
Chissà che stanotte Beckett non navighi nella blogosfera di casa nostra e scopra qualcosa di cui gli stessi blogger non sono ancora a conoscenza.

Festival Internazionale del Giornalismo

Francesca Mineo