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Blacks out. Un giorno senza immigrati?
La storia di uno sciopero che, se mai accadesse, ci metterebbe in ginocchio. La finzione che anticipa la realtà perché, attraverso le storie degli immigrati, le inchieste, le interviste, gli articoli di giornale, i dati delle statistiche, le opinioni della destra xenofoba, ci aiuta a guardare oltre i luoghi comuni.
Cosa succederebbe, realmente, se per un giorno tutti gli immigrati del nostro paese non andassero al lavoro? Si raffredderebbero i forni a ciclo continuo nelle aziende di ceramica, l’industria manifatturiera spegnerebbe le macchine, i mercati ortofrutticoli resterebbero deserti.
Nei grandi campi di pomodori in Puglia, così come negli agrumeti calabresi, i frutti marcirebbero per terra. Le aziende zootecniche rimarrebbero a corto di personale e nessuno mungerebbe le mucche per farci avere il latte fresco mentre, alcuni prodotti caratteristici del Made in Italy come Parmigiano Reggiano, prosciutto di Parma, mozzarella di bufala e Brunello di Montalcino, scomparirebbero dagli scaffali dei negozi.
Nelle grandi città i cantieri rimarrebbero chiusi insieme a ristoranti, alberghi e pizzerie. Tra le famiglie si scatenerebbe il panico senza badanti, colf e babysitter: ci sarebbe un boom di ricoveri degli anziani e dei disabili negli ospedali che però rischierebbero di andare in tilt visto che buona parte degli infermieri sono stranieri.
E se fosse domenica si fermerebbe il campionato di calcio, mentre molti fedeli non potrebbero neanche andare a messa perché molti sacerdoti non sono italiani.
Uno scenario improbabile? La cronaca degli ultimi giorni ci mostra come la demagogia e la sottovalutazione della realtà possano portare a risultati drammatici.
L’autore, Vladimiro Polchi (Roma, 1973), giornalista e autore televisivo e teatrale, che scrive di sicurezza e immigrazione per “la Repubblica”, attraverso il racconto di questa possibile “giornata particolare” ci fornisce molti dati oggettivi, costringendoci spesso a rivedere opinioni radicate.
E forse anche, almeno per un momento, a metterci nei panni di uomini che, così come per tanti italiani negli scorsi decenni, sono stati costretti a lasciare la loro terra in cerca di condizioni di vita accettabili.
Un docu/romanzo pragmatico ed efficace dedicato a chi vuole conoscere “i numeri” di uno dei temi più caldi dell’attualità, senza pregiudizi e soprattutto senza annoiarsi. www.blacks-out.com
Un moto di sdegno
Ascoltando i commenti e le analisi di questi giorni, mi chiedo se è davvero possibile parlare di clima avvelenato, di barbarie, di ritorno agli anni di piombo, lasciando nel contempo che l’intera opposizione – culturale e sociale, ben prima che politica – venga messa alla gogna senza provare almeno una punta di vergogna. Sembra di si. Sembra che non si voglia capire che la violenza è frutto anche di questo atteggiamento, di questo spingere costantemente nell’angolo chi dissente, nascondendo nel contempo le contraddizioni di chi governa.
Nello schieramento di centro-destra, ed ancor più nelle mille espressioni del berlusconismo, esistono gravissime contraddizioni e colpevoli miopie che non possono essere taciute. Non si tratta tanto di interrogarsi sul conflitto di interessi, di difendere a spada tratta la costituzione o di chiedersi come sia possibile che un uomo politico con molte zone d’ombra possa governare un paese che ha nella Mafia un terribile, ed ancora vitale, nemico interno. Ciò che personalmente più mi inquieta e mi disturba è l’organicità tra una parte della stampa ed uno schieramento politico. È naturale, ovvio e salutare che un giornalista abbia delle opinioni ed è fondamentale per un paese democratico che egli possa esprimerle senza temere alcun tipo di ritorsione. Ma questa è cosa ben diversa dal costante gioco di sponda tra giornalisti e politici. In questi giorni, capita di sentire la dichiarazione di un portavoce del centro-destra ripresa letteralmente nell’editoriale del direttore di un importante telegiornale, rafforzata dagli articoli di un giornale di proprietà del Presidente del Consiglio, sommersa di applausi in talk show pomeridiani che si svolgono nelle televisioni di proprietà di quello stesso Presidente. Tutto ciò è normale? Tutto ciò è salutare?
Nella giornata di ieri molto spazio è stato dato a Facebook, visto come un termometro degli umori di una parte del paese. Si è sottolineato come sia preoccupante che tanti si siano iscritti a gruppi di sostegno a Tartaglia. Più che legittimo, sacrosanto. Nello stesso tempo, però, una serie di gruppi nati con finalità completamente diverse (dal sostegno ai terremotati d’Abruzzo alle aste online) sono stati truffaldinamente rinominati, divenendo – all’insaputa degli iscritti – gruppi di sostegno a Berlusconi. Un’operazione ampia, rapida e ben coordinata, che fa pensare all’attività di una società di comunicazione, più che all’operato dei singoli. Durante la puntata di ieri sera del TG1, il servizio su Facebook non solo non riportava l’accaduto in maniera chiara, ma arrivava a suggerire che fossero stati gli oppositori di Tartaglia a compiere l’inganno. Nessuno scandalo per questo. Nessuna indignazione da quei giornali che invece sobbalzano per le dichiarazioni della Bindi (ad arte travisate, visto che l’espressione “Berlusconi non faccia la vittima” è stata riportata senza le parole che la precedevano e che ne chiarivano il senso).
È solo un esempio, nulla più. L’esempio di un malcostume imperante ed ormai largamente tollerato nel giornalismo italiano, ma io mi chiedo se è possibile che il più importante telegiornale italiano menta spudoratamente per fare un favore ad una parte politica. Si tratta di diritto di cronaca? Si tratta di libertà d’espressione? O si tratta di deformare le finalità del giornalismo a fini di lotta politica? Davvero nessuno sente il bisogno di interrogarsi su come questo modo di agire possa contribuire al “clima d’odio”?
Esiste una parte consistente di questo paese che ogni giorno assiste al ricorso sistematico alla menzogna da parte del sistema televisivo e giornalistico. Una quota di cittadini italiani che viene costantemente insultata (la piazza del No B Day era una piazza di “giovinastri in cerca dello scontro”, già “coglioni” e “farabutti”; le preoccupazioni di Casini per la democrazia in questo paese erano “abbaiar di cagnolini”; i contestatori in piazza dovevano provare “vergogna, vergogna, vergogna”), una parte di società civile che ricorda i deliri di uomini di punta del centro-destra ( la vita di certi magistrati non valeva “il prezzo di un proiettile” per Bossi; Mangano era “un eroe” per Previti; Gentilini – già sindaco di Treviso – chiedeva la “rivoluzione contro i giornalisti che infangano la Lega” e voleva dei turaccioli per “ficcarli in bocca e su per il culo a quei giornalisti”). Di fronte a quanto accaduto, alla totale assenza di autocritica da parte del centro-destra, agli ennesimi balbettii imbarazzati del centro-sinistra, all’ambiguità della maggior parte del sistema giornalistico italiano, questa parte di Italia, questi cittadini, questi uomini e queste donne dovrebbero sentirsi responsabili ed accettare di farsi mettere ancora una volta nell’angolo?
Dovrebbero vergognarsi?
Io credo di no e, riprendendo un’espressione tanto cara agli esponenti del centro-destra, rispondo che da lor signori non accetto alcuna lezione.
Cronistoria e rassegna stampa sul Sexygate di Berlusconi
Condividere in Internet è fondamentale. Lo diventa ancora di più quando un argomento è coperto in maniera incoerente dai mezzi di informazione generalisti. Per questo metto in condivisione con voi questa tesina universitaria che riporta cronistoria e approfondimenti sul sexygate del Cavaliere, oltre a una rassegna stampa dei giornali italiani ed esteri che hanno trattato il fatto, così da far capire quali sono stati i quotidiani più equi e obbiettivi nei confronti dei presunti scandali sessuali che lo hanno coinvolto da aprile a luglio 2009.
Voglio fare il poliziotto
Voglio fare il poliziotto
Articolo-racconto di Alessandro Busi su Genova, sogni e potere
Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Sì, da grande voglio fare il poliziotto, avere una bella macchina, sposarmi e avere tre figli: due maschi e una femmina, ma anche se vengono due femmine e un maschio, va bene uguale. Per moglie, poi, mi piacerebbe che fosse Michela Lovere, la mia compagna di classe, che mi piace fin dal primo giorno di prima media. Mi ricordo bene che, quando sono entrato in classe al primo giorno dell’anno nella nuova scuola, ho subito pensato che lei era la più bella di tutte le altre, soprattutto della Zanzi, che è bruttissima, c’ha l’apparecchio ai denti e le puzza sempre l’alito, alla Zanzi. A Michela, invece no. A Michela non le puzza mai l’alito. Figuriamoci, lei è perfetta. Profuma, si veste elegante, è brava con lo studio e va bene anche a ginnastica. Penso che se avessi una sua figurina, la attaccherei nel diario vicino a quella di Ronaldinho che, anche se adesso è in crisi, rimane il mio calciatore preferito. L’altro giorno, pensavo a come potrebbe essere la nostra vita, mia e di Michela intendo, allora mi sono immaginato che potremmo andare in vacanza nei Caraibi con i nostri figli e che saremo tutti e due belli, ma lei di più. Lei è bellissima. Almeno per me, e anche per quel gran buffone di Luca Sturzi, che tutte le ragazze dicono che è figo, ma a me, invece, mi pare solo stupido e pure brutto. Adesso, lui sta con Michela, stanno assieme proprio, ma ho saputo da Marco, il mio amico, che gliel’ha detto Claudia, la sua ragazza, che poi è anche migliore amica di Michela, che Michela vuole lasciarlo Luca, perché dice che non si riesce a parlarci assieme. Io ci spero un sacco. Aspetto e spero.
Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Sì, voglio sposarmi con Michela Lovere, avere tre figli, una bella macchina e fare il poliziotto. Voglio essere quello che quando la gente mi vede per strada pensa, per fortuna che c’è lui. Voglio avere tutte le sere qualcosa da raccontare a Michela, così lei poi mi abbraccia e mi bacia e dice, per fortuna che ci sei tu, e poi usciamo tutti assieme a mangiare la pizza, e le patatine fritte, anche. Sì, saliamo nella nostra bella macchina, magari una Alfa, e andiamo nella pizzeria Il pirata, che è quella dove fanno la pizza migliore, secondo me.
Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Sì, voglio avere tre figli con Michela Lovere, che sarà mia moglie, avere una bella macchina e fare il poliziotto. Io voglio essere uno di quei poliziotti come quello che ho visto nel documentario di ieri sera di mio fratello. Quello che nessuno lo capisce tranne i giudici, quelli giusti. Io voglio essere come lui, come quello che quando lo intervistano lo attaccano tutti, ma poi lui lo sa che ha fatto bene, come quello del telefilm. A me, quel signore, m’è proprio piaciuto, perché è uno che, secondo me, arriva a casa e sua moglie lo abbraccia e gli dice, ho visto la trasmissione, perché lui è spesso alla televisione, ho visto la trasmissione, ti hanno attaccato tutti, ma io lo so che hai ragione. Gli dice così e poi lo bacia e poi lo abbracciano anche i suoi figli.
Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Da grande voglio fare il poliziotto come quello che ho visto ieri sera nel documentario di mio fratello. Che all’inizio ci capivo poco, poi Luigi, mio fratello più grande, me l’ha spiegato. Praticamente era un documentario lungo su una dimostrazione che c’era stata qualche tempo fa a Genova, dove era morto un ragazzo. Una zecca, diceva mio fratello. Allora poi, mi ha spiegato, che poi c’erano anche le immagini, che quel ragazzo era un delinquente che voleva uccidere quel poliziotto al quale io vorrei tanto somigliare da grande, perché era un ragazzo che vorrebbe che tutti fanno quello che vogliono e si picchiano per strada e bruciano i cassonetti, così poi c’è tutta l’immondizia in giro. Mio fratello mi ha anche spiegato che, quel ragazzo che è stato ucciso per legittima difesa da quel poliziotto che altrimenti sarebbe stato ucciso lui dall’estintore che il ragazzo aveva in mano e che voleva lanciare per uccidere il poliziotto che poi gli ha sparato per primo e menomale che altrimenti lo ammazzava e pensa come avrebbe pianto la moglie e pure i bambini che non avrebbero potuto difenderlo dopo le trasmissioni perché sarebbe morto, quel ragazzo lì è uno che i suoi genitori c’hanno a casa il Mercedes classe 1000 e che, allora, se ne frega delle macchine degli altri e le brucia per divertimento. Io, nel sentire così, ho subito pensato alla mia Alfa che avrò da grande, quella che mi servirà per portare in pizzeria Michela e i nostri figli, e ho capito che il poliziotto aveva proprio fatto bene ad ammazzarlo quella zecca. Così ho pensato: ha fatto bene ad ammazzarlo quella zecca, infame e comunista.
Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Voglio fare il poliziotto per eliminare tutte le zecche, che quelle danno fastidio pure ai cani, figuriamoci alle persone. Voglio fare il poliziotto perché quando c’avrò la mia famiglia con Michela Lovere, non voglio che arrivi uno di quelli che i genitori c’hanno il Mercedes e mi spacca la mia macchina, e allora poi non posso andare in pizzeria con mia moglie e i miei bambini. Voglio fare il poliziotto perché è vero che tutti alla tv dicono contro quello che ha ucciso il ragazzo-zecca alla manifestazione di Genova, però, mi ha spiegato mio fratello Luigi, poi nessuno ha potuto fare niente contro quel poliziotto, né contro gli altri che hanno pestato le altre zecche, perché, in fin dei conti, dice mio fratello, i giornalisti-zecca possono parlare finché vogliono, tanto i più forti siamo sempre noi.
L’architetto che non vuol costruire

A Milano si respira aria nuova o ancora solo polveri sottili? Il Festival Internazionale dell’Ambiente, prima iniziativa del Comune di Milano, con Provincia e Regione Lombardia, sulla via dell’Expo 2015 tenta di promuovere una riflessione scientifica e politica sulle sfide più urgenti in materia di clima, ambiente, mobilità, energia ed edilizia e una più diffusa e consapevole sensibilità individuale e collettiva. Infatti proprio l’Expo 2015 di Milano, sottotitolata “Feeding the Planet, Energy for Life”, avrà come obiettivi principali sviluppo e sostenibilità.
Siamo sulla buona strada? Attualmente i fronti su cui si sta lavorando maggiormente sono due. Il primo fronte, comunemente chiamato “Borsa della CO2”, è mera compravendita, con crediti e debiti, di emissioni di Anidride Carbonica da parte di privati, aziende, enti e governi; a fronte di queste contrattazioni vengono poi rilasciati bollini e certificazioni energetiche a vario titolo. Il secondo fronte invece è quello dei progetti e delle nuove tecnologie: prevalentemente interventi forestali, di energia rinnovabile ed efficienza energetica che, sebbene molto lentamente, cominciano a dare alcuni frutti concreti.
Tutti gli sforzi tuttavia, numeri alla mano, non sembrano bastare risultando di efficacia limitata. Paradossalmente persino questi stessi eventi dai nobili obiettivi ambientalisti appaiono oltremodo invasivi in termini di dispendi energetici, di spostamenti di cose e persone, di consumi e di produzione rifiuti. Gli organizzatori del Festival sopracitato ad esempio si affrettano a dichiarare che “tutta la Co2 prodotta dagli eventi (compresi i viaggi aerei dei relatori) saranno compensati a cura di Banca del Verde Onlus”, ovvero probabilmente piantando alberi da qualche altra parte.
In ottica di sviluppo responsabile c’è una Milano di professionalità in rete che sta lavorando per praticare la via della sostenibilità con i bit. Internet, la vera grande rivoluzione dell’ultimo ventennio, in questi anni sta subendo una cruciale trasformazione al suo interno, aggiungendo strumenti preziosissimi di sharing e interazione virtuale prima sconosciuti al mondo del telelavoro o ritenuti mera fantascienza in stile Philip Dick. Invece, citando proprio Guidolin dalle pagine di DominioPubblico, “trasformare un mondo di atomi in un mondo di bit è una sfida concettuale più che tecnologica”, e le manifestazioni legate alla salvaguardia dell’ambiente dovrebbero logicamente fare da traino in questa nuova sfida concettuale.
Immaginiamo ad esempio esposizioni virtuali, architetture tridimensionali interattive, come già ce ne sono (es.: “Business of Second Life 1″ e “SUN Microsystems Virtual Press Conference in Second Life”) parallele ai tradizionali eventi fieristici legati alla sostenibilità, ma finalmente davvero a zero emissioni e bassissimi investimenti. Certo l’utilizzo di questi “metaversi” 3D risulterebbe una scelta pionieristica e soprattutto poco remunerativa ai più, ma contribuirebbe notevolmente a limitare sia spostamenti che gigantesche colate di cemento, come, per esempio, quelle previste per gli stand dell’Expo 2015, il 50% dei quali peraltro destinati ad essere demoliti subito dopo. Purtroppo con la recente vittoria di Milano su Smirne, nonostante il tema della sostenibilità sia promessa e premessa centrale, è palpabile una fibrillazione irrefrenabile per l’imminente cascata di investimenti e di cemento che stridono con una presunta reputazione ecologica, con una credibilità riguardo agli obiettivi prefissati e con un’attenzione al progresso di telecomunicazione e interaction design degna di una Esposizione Universale.
Siamo pronti ad utilizzare il virtuale per migliorare il reale? Contribuiremo certamente a ridurre in maniera drastica l’impiego di energia e la dispersione di elementi inquinanti là dove non necessario, con traguardi culturali, prima ancora che di vivibilità, radicalmente nuovi.
Alla ricerca di “Emo”: Pronto Bambino vuole oscurare la Nonciclopedia
E’ di oggi la notizia che Pronto Bambino, associazione di volontariato padovana CATI (Centro di Ascolto Telefonico per l’Infanzia), ha sporto denuncia alla Procura della Repubblica di Padova nei confronti del portale wiki Nonciclopedia, denuncia sporta in seguito alle critiche sulla pagina relativa al termine Emo, una delle 6868 voci presenti nella non-enciclopedia online, da parte del sociologo Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori.
Nonostante quell’articolo sia solo una millesima parte di tutto il portale, che conta anche molte altre opzioni oltre alle caratteristiche di essere un enciclopedia online libera e partecipativa, nella tipologia dei wiki, nonostante all’inizio dell’articolo appaia - ben visibile - l’avvertimento:
“ROSICONE! Che c’è, non ti piace quello che è scritto qui?! Se ti senti ferito nell’orgoglio puoi benissimo andare a piagnucolare dalla mamma oppure gentilmente qui. Qui facciamo dell’ironia su tutto, e se non ti va bene sorridi: presto riceverai un calcio rotante sui denti.” [Nonciclopedia]
e nonostante sia stato palesemente dichiarata la natura ironico-sarcastica e i fini umoristici sia dell’articolo che del sito web… quest’articolo è stato preso sul serio! Tanto che il parlamentare Antonio de Poli, militante veneto dell’UDC, subito ha dichiarato che il suddetto portale va chiuso. Le sue parole sono state:
“Farò immediatamente un’interrogazione in Parlamento rivolta al Presidente del Consiglio e al Garante dell’Informazione. Bisogna agire in fretta perché si chiuda il sito internet nonciclopedia.wikia.com/wiki/Emo su cui sono state messe queste immagini.” [Antoniodepoli.it]
Ciò dovrebbe far pensare. Dovrebbe far pensare chiunque sia alla ricerca della verità e della realtà dei fatti e creda un minimo all’oggettività e non alla moda dello scalpore. Da quando è stata diffusa la notizia della denuncia, infatti, su molti blog e portali, che si definiscono liberi e aperti, sono fioccate critiche nei confronti della Nonciclopedia. Critiche che suonano come diffamazioni, commenti che oltrepassano la calunnia e che palesano una notevole ignoranza di cosa la Nonciclopedia sia in realtà.
Oltre al suo dichiarato intento ironico-umoristico, che già avrebbe dovuto sottrarsi a simili accuse, la parodia della ben più famosa Wikipedia vanta migliaia di voci di ricerca, come (seguendo l’ordine fornitomi dall’opzione “Una pagina a caso”) Kingdom Hearts 2, Apple, Alfabeto farfallino, Paolo Villaggio, Lupara, Impero del Texas e altre ancora. Seimilaottocentosessantotto voci, tutte ironiche e con l’unico fine di prendere in giro il mondo, la società, le mode, le antimode, la realtà e la fantasia. Con l’unico fine di ridere di qualsiasi cosa, così come fa chiunque.
Eppure una mamma, preoccupata dalla figlia tredicenne problematica e autodichiaratasi “emo“, dopo averla trovata a visitare proprio quella pagina umoristica della Nonciclopedia, ha deciso di contattare l’associazione ProntoBambino che, cogliendo la palla al balzo, ha creato un mostro mediatico che di mostruoso non ha nulla.
Perchè, quindi, è accaduta una cosa simile? Se è vero che in Italia c’è libertà di stampa, se è vero che in Italia c’è libertà di pensiero, se è vero che Internet è libera e la Rete ci permette di trovare notizie non filtrate, perchè nessuno ha difeso pubblicamente il portale, così calunniato?
Perchè è accaduta una mostruosità simile? Perchè nessuno ha chiesto, cortesemente, non sia mai, “ma l’avete veramente letta quella pagina?”, al Marziale o al Di Paoli, o alla stessa Associazione ProntoBambino?
E’ giusto che venga oscurato un portale come quello, quando poi, comunque, basta cercare il termiine “emo” su MySpace, su Google, o su qualsivoglia blog adolescenziale, per trovare simbologie, messaggi e segnali ben più gravi di quattro immagini condite - ammettiamolo pure - di volgarità. Indignarsi per quelle volgarità sarebbe come dichiarare il fallimento del dialogo col mondo dei giovani. Dialogo che, se questa farsa continuerà e avrà effettivamente luogo… potremmo ben che dichiarare defunto. Almeno sino alla prossima generazione.
Guerra di spie: il nuovo campo di battaglia è il Web
Regan facendosene vanto disse di aver chiuso e vinto una volta per tutte la Guerra Fredda. Un conflitto silenzioso, segreto che tranne per alcuni avvenimenti eclatanti come la crisi di Cuba, si svolse completamente nell’ombra. Lontano dal sole e dalle luci della ribalta, si mossero guerrieri silenziosi senza volto, questo è il terreno delle spie. Da un lato la CIA, idolatrata ed esaltata da Hollywood come paladina della democrazia, tuttora esistente ed affiancata da una quindicina di sorelle minori (NSA, NGA, DIA, AIA, FBI ecc definite nello slang americano come “il minestrone di letterine” per le sigle e acronimi infiniti). Dall’altro lato vi era il KGB enorme apparato spionistico, contante durante il periodo detto della “cortina di ferro”, svariate centinaia di migliaia di agenti attivi. Si narra che nella Germania dell’Est, vi erano più spie ogni diecimila abitanti della somma di medici e dentisti. In poche parole, faticavi a trovare un medico, ma le spie erano ovunque e spesso proprio dentro alla vostra casa. Spero che questa metafora riesca a spiegare la capillarità che raggiunse l’infiltrazione del KGB nella Germania dell’Est. D’un tratto tutto finì, la CIA nel 1992 rimase vedova. L’Unione Sovietica crollò, morendo in preda a convulsioni intestine causate da rivendicazioni etniche e nazionalistiche. Il KGB durante il periodo di transizione, finì letteralmente fuori controllo, tanto da decretare la sua stessa fine. Nell’agosto del 1991 con un’azione molto avventata le spie tentarono il golpe ai danni di Gorbaciov. L’attaccò fallì, Gorbaciov non la prese benissimo e ordinò a Krijuchov di “liquidare” il KGB e di avviare una decentralizzazione graduale “dell’intelligenza” sovietica. Sembrava proprio che la Guerra Fredda fosse finita. Sembrava…
La CIA negli ultimi anni si è sentita sola, per la prima volta dalla sua fondazione nel 1947 era priva di un nemico vero. Nel recente passato era costretta a inseguire fantasmi sguscianti, informi, racchiusi sotto la dicitura “terrorismo fondamentalista islamico”. I risultati riportati nella prevenzione di attentati terroristici e nella decennale caccia a Bin Laden furono a dir poco vergognosi, a detta dello stesso senato USA. Qualche americano aveva cominciato a “incazzarsi” dato che “l’impresa” CIA costa ai contribuenti almeno cento miliardi di dollari l’anno (stima al ribasso). Una “spy factoring” delle dimensioni dell’intelligence americana, per esistere necessita di un avversario reale, tangibile e concreto. Spionaggio e controspionaggio per continuare a vivere e giustificare investimenti della dimensione dell’economia romena, hanno un disperato bisogno di agenti e spie infiltrate nemiche. Insomma di un nemico vero, non di qualcosa privo di essenza come è il terrorismo di Bin Laden&CO.
Ora l’intelligence americana non è più sola, la Russia prepotente e inflessibile di Vladimir Putin è tornata, affiancata dalla sempre più ambiziosa ed aggressiva Repubblica Popolare Cinese. La Russia dell’era Putin è basata, sia a livello politico, sia a livello economico su ex agenti segreti “scuola KGB”, protetti e coccolati dal Cremlino. Un quarto degli alti funzionari ora al governo sono spie in “pre-pensionamento” fedeli al vecchio collega di mille imprese. Putin ha sancito una nuova rotta per le varie agenzie nate dallo scioglimento del KGB, come: FSB (Sicurezza Interna), GRU (Intelligence Militare), e SRV (Intelligence Civile). La rotta è basata sull’alta tecnologia, per un campo di battaglia chiamato WEB, insieme alla Cina amica-nemica di sempre, hanno dato vita al più avanzato cyber spionaggio mai esistito. Il cyber spionaggio governativo è lontano anni luce dalle malefatte dei comuni hacker. L’Estonia ha imparato e compreso a sue spese la potenza di queste spie hitech. A seguito della sfida lanciata alla Russia, con il braccio di ferro risolto con la rimozione del monumento al soldato dell’Armata Rossa, hacker russi non meglio identificati paralizzarono la quasi totalità dei siti governativi estoni, paralizzando di fatto l’amministrazione estone. Secondo molti analisti militari la vicenda estone fu solo una “prova generale”.
Tutti dicono che nel XXI secolo la lotta per l’egemonia mondiale avrà due attori principali, gli immancabili USA e l’ambiziosa Cina… La lotta è già iniziata. Siamo di fronte a una Neo Guerra Fredda, la corsa agli armamenti è iniziata, l’obiettivo è il controllo dello spazio elettronico. L’intelligence cinese è in ascesa nella prima guerra per il dominio del Cyber Spazio. Il cyber spionaggio è lo strumento scelto dalla Cina per rovesciare la supremazia americana. Il Ministero della Sicurezza di Stato cinese, sta sfornando i migliori cyber 007 del globo, in grado di perlustrare siti protetti definiti inattaccabili, ricchi di informazioni riservate. A settembre Parigi, Londra e soprattutto Washington hanno subito le incursioni di Cyber agenti cinesi, in grado di violare il computer e danneggiare irreparabilmente il computer del sottosegretario americano alla Difesa, Robert Gates. Sun Yiming e Yang Liping, sono i nomi di due ufficiali cinesi a capo di uno dei programmi più avanzati di “Cyber Guerra” contro gli Stati Uniti. Questi due ufficiali conoscono a menadito i protocolli di comunicazione Nato, e il Pentagono conosce bene i loro recenti successi. Un’unità di hacker ai loro ordini, è riuscita a mettere off-line paralizzandola una portaerei americana nel Pacifico, lasciandola inerme e praticamente alla deriva. Alcune divisioni dell’esercito statunitense (come 82esima e la 101esima) hanno subito almeno qualche migliaio di intrusioni di hacker cinesi nei loro sistemi informatici. Decine di computer dell’esercito USA risultano talmente ricolmi di “troyan horse” made in China, da dover essere distrutti perché irrecuperabili. Sembra una visione irrealistica del WEB, ma un’indagine dei “cervelloni” del Congresso Americano, ha concluso che presto molto presto, l’intelligence cinese avrà capacità e conoscenze per mettere segno un cyber attacco in grado di paralizzare le centrali elettriche americane. Lasciando al buio quasi il settanta percento del territorio americano.
In Cina però si lamentano delle continue incursioni di hacker americani ed europei, è un gioco rischioso per il dominio del WEB. L’Esercito di Liberazione Popolare organizza “gare” in cui si selezionano gli hacker più brillanti. Secondo alcune fonti rimbalzate dai blog cinesi, l’ultimo giovanissimo vincitore ha dimostrato la sua bravura violando niente meno che il sito della Nasa, davanti agli occhi stupefatti degli esaminatori. Bisogna dire però che i cinesi sono molto avvantaggiati nella cyber guerra, producendo la quasi totalità degli hardware utilizzati dall’occidente e dal governo americano (in particolar modo) sono a conoscenza di tutti i talloni d’Achille e dei punti migliori in cui colpire il nemico. Mi direte: ”Ma l’hardware è solo ferraglia, sono i software che fanno funzionare un PC!!”. Nemmeno per questo dettaglio i Cyber Guerrieri cinesi hanno problemi. Gli cyber 007 cinesi sono per prima cosa ottimi programmatori e ricercatori, finito l’addestramento sono assegnati, generalmente a destinazioni straniere per periodi che fluttuano tra i sei e i dieci anni. Negli Stati Uniti dentro le frontiere americane quindi, arrivano ogni anno decine di migliaia di ricercatori universitari cinesi, inviati con ricchissime borse di studio nelle università americane. Non vi è dubbio che molti di essi siano componenti dell’Esercito di Liberazione Popolare. Le comunità asiatiche sono di notevoli dimensioni specie nella West Coast e nella casa del software, la Silicon Valley californiana, le dimensioni notevoli le rendono quasi inattaccabili e forniscono un’ottima copertura agli agenti infiltrati. Questi 007 dagli occhi a mandorla, secondo i dati del FBI stanno trafugando un numero enorme di brevetti sia militari che civili, inoltre stilano liste dei punti deboli dei provider e dei server che compongono la rete governativa USA. Le multinazionali più avanzate nell’innovazione tecnologica forniscono le tecnologie e hanno contratti con tutte le più importanti agenzie americane. La FBI non sa che pesci pigliare, addirittura è arrivata a pubblicare annunci in lingua mandarina nella chianatown di San Francisco, con la speranza di trovare qualche collaboratore cinese che sveli come funziona e da chi è composta la rete spionistica cinese nel territorio americano. Nel frattempo tiene sotto controllo migliaia di ricercatori universitari made in China, spendendo e impiegando quantità di risorse ed uomini immensa. Ultimo inciso quando il cancelliere tedesco Merkel visitò insieme alla delegazione di industriali tedeschi Pechino, ordino ai delegati di non abbandonare mai i loro portatili e di usare il meno possibile i collegamenti internet. Per evitare che spie cinesi visitassero i database tedeschi alla ricerca di segreti industriali. Nella foto di gruppo si vedono tutti gli imprenditori tedeschi che stringono al petto il loro computer, si guardano intorno con aria terrorizzata, e il sorriso d’occasione sembra una paralisi facciale. Evidentemente la Merkel non prese bene il fatto di essere seguita, ad ogni passo, da un plotone di agenti hitech cinesi, non accetto nemmeno le loro intrusioni nei sistemi informatici tedeschi, ed al momento del brindisi con il primo ministro Wen Jiabao, denunciò pubblicamente le malefatte degli ospiti. Il primo ministro cinese si limitò a sorridere, accusando un non meglio identificato “gruppo isolato di hacker civili”.
Siamo all’inizio della guerra per il dominio del cyber spazio o è solo un gridare al lupo? Se i dati raccolti e divulgati dal Congresso e dal Pentagono USA sono veri, c’è da stare allerta. Comunque lo scopriremo entro il prossimo decennio.
L’importanza di essere Allievi
Nella vita non si finisce mai di imparare. Le scuole di tutti gli ordini e livelli non hanno mai termine. Per quanto si studi, approfondisca o investighi, c’è sempre qualcosa da apprendere. Ma se fosse solo ciò, nulla di strano. Il problema sorge quando qualcuno decide di giudicare. E ancor di più se lo fa secondo canoni anacronistici, forzosi e distaccati dalla realtà. E’ dura essere Allievi, a questo mondo. Gli Allievi, nella miglior tradizione tardo-ottocentesca, devono ascoltare in silenzio chi parla anche quando sbaglia e non contraddirlo mai, loro, inferiori al detentore della Verità assoluta. I buoni Allievi, quando scrivono, sono ben visti dal maestro. Però solo se parlano di ciò di cui si può parlare. A nulla vale la correttezza dello stile, la bontà dialettica o la forza espressiva; il nocciolo della questione è la proibizione a scoperchiare il vasetto di Pandora, per quanto piccolo sia. Non vale più il “Non fare gli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”, bensì il “Non disturbare lo stato delle cose, per favore”.
Ma gli anni passano, e il principale difetto degli Allievi è che ad un certo punto iniziano a pensare. E a volte criticano, corrodono e fanno male solo perché hanno colpito nel segno. Bisogna quindi ristabilire l’ordine, ma come fare? Quando il maestro scolastico non basta più, si chiama un professore più elevato, così speciale nel giudicare da essersi allontanato da qualsiasi dettame del buon senso. Maestri di questo tipo comparirono inizialmente negli Stati Uniti d’America, giudicando vincenti cause di persone che bevevano candeggina con aziende produttrici colpevoli di non aver scritto che “può far male”. Questi cattedratici altolocati, togati e rialzati nella loro cattedra segaligna, si divertono nuotando nei paralogismi e nelle divagazioni pseudo-logiche. Sognano la fama, le ballerine ed i salotti buoni, e sanno che basta un giudizio curioso per entrare nelle cronache. Boriosi e superbi, sono ben lontani dagli antichi, affettuosi maestri di paese, che risolvevano con uno scappellotto le esagerazioni di chi disturbava in classe. I maestri di oggi danno ragione a chi fa più rumore, e chi ci rimette sono a volte gli Allievi migliori.
A nulla valgono le proteste di compagni di classe o altri docenti, il maestro togato fa il bello e il cattivo tempo. Si diverte, compiaciuto, a leggersi sul giornale, ne discute a cena con gli amici, ride della facilità di comparire nei media. Si sente il padrone del mondo, lui, e chissà telefona a chi gli ha fornito l’occasione per ringraziarlo. Ma attento, professore, perché neppure tu mai finito di imparare. E, come sappiamo, a volte gli Allievi li superano, i maestri…


