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Ugo Guidolin

Influenza suina: il vaccino fa scoppiare di salute solo i colossi farmaceutici!


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L’utile netto di Novartis, nel primo trimestre del 2009, aveva subito una contrazione del 14% e si dà il caso che Novartis, con sede in Svizzera, sia uno dei più grossi colossi farmaceutici internazionali che ha acquisito case come Sandoz e Ciba-Geigy. Suoi sono il Voltaren, il Mesulid etc. ed ora anche il discusso e pericoloso Ritalin che non è altro che metilfenidato, una sostanza catalogata dal Ministero della Sanità tra gli stupefacenti assieme a cocaina, eroina, morfina, anfetamine, oppiacei, LSD, mescalina e altro. Il problema è che il Ritalin è un medicinale destinato ai bambini di soli 2/3 anni che soffrono di disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD) che non è nemmeno stato determinato se sia veramente una malattia perchè non esiste una diagnosi basata su riscontri scientifici oggettivi. Questo piscofarmaco crea una forte dipendenza anche da adulti e in US dei bambini sono addirittura morti per infarto e crisi di astinenza. Ora il Ritanil è tornato in commercio anche in Italia!
Ma veniamo al vaccino contro l’influenza suina prodotto da Novartis, dalla quale il Governo Italiano ha acquistato 24 milioni di dosi tutte dalla Novartis per più di 200 milioni di euro, nonostante nel mercato esistessero anche gli altri colossi della farmaceutica: GlaxoSmithKline, Sanofi Aventis e Astra Zeneca. Quest’ultima, tra l’altro, proprietaria di Medimmune, un’industria farmaceutica su cui grava un bel mistero: è stato trovato nell’ufficio brevetti USA un brevetto per il virus dell’influenza suina richiesto nel 2007 e ricevuto nel 2008. Secondo l’Ufficio controllo della Corte, il contratto con Novartis sarebbe «carente del parere di un organo tecnico in grado di attestare la congruità dei prezzi». Le trattative tra il Governo e Novartis, inoltre, sarebbero cominciate ben prima dell’autorizzazione dell’Ue, ma il contratto prevede che il ministero sia obbligato ad accettare il vaccino anche in assenza di autorizzazione all’immissione in commercio in Italia e che in caso di ritardo nella consegna la Novartis non debba pagare alcuna penale. Il ministero verrebbe rimborsato dalla società per danni causati a terzi solo a causa di difetti di fabbricazione, mentre in tutti gli altri casi a essere rimborsata sarebbe la Novartis. Tuttavia, nel punto 2 del contratto si precisa che senza questo accordo non sarebbe comunque possibile stabilire l’esistenza di questi eventuali «difetti di fabbricazione», precisazione che risulta abbastanza inquietante, perchè alla fine il vaccino non è mai stato testato in maniera idonea.
Il vaccino propinato da Novartis contiene inoltre lo squalene, un’adiuvante che ha il compito di amplificare in maniera esponenziale la reazione dell’organismo al vaccino, con il fine di risparmiare sulle dosi di vaccino. Lo squalene, però, ha causato quella che viene conosciuta negli Stati Uniti come la Sindrome del Golfo e i cui effetti devastanti sono artrite, fibromialgia, linfoadenopatia, eruzioni cutanee, eruzioni cutanee fotosensitive, eruzioni cutanee alle guance, sindrome da fatica cronica, cefalea cronica, perdita anormale di peli, lesioni cutanee inguaribili, stomatite aftose, vertigini, debolezza, perdita di memoria, colpi apoplettici, cambiamenti dell’umore, problemi neuropsichiatrici, effetti negativi sulla tiroide, anemia, elevato indice di eritrosedimentazione, lupus eritematoso sistemico, sclerosi multipla, Sclerosi Laterale Amiotrofica (ALS), fenomeno di Raynaud, sindrome di Sjorgren, diarrea cronica, accessi di sudore notturno e leggera febbre. Nel vaccino contro l’influenza suina (H1N1) la quantità di squalene è di circa 1 milione di volte superiore a quello che aveva provocato la Sindrome del Golfo!
Non a caso il 30% del personale medico in UK e Canada rifiuta di farsi vaccinare, perchè la verità è che questo tam-tam mediatico è finalizzato solo a rimpolpare le casse delle grandi multinazionali farmaceutiche mondiali e a farlo in fretta, al punto da calpestare le ordinarie procedure di test farmacologico, in virtù dell’urgenza dettata da una falsa pandemia costruita a livello mediatico. Si ripete quello che già successe nel 1976, quando le televisioni negli Stati Uniti cominciarono a fare terrorismo mediatico e il Governo di Gerald Ford intervenne per convincere la popolazione a farsi vaccinare contro l’influenza suina. Esattamente: l’influenza suina nel 1976! Meno male che l’Oms ha dichiarato che la comparsa di questo virus non ha avuto precedenti. D’altronde non sapeva nemmeno del brevetto per il virus dell’influenza suina della Medimmune…
Il risultato fu che il vaccino contro l’influenza suina del 1976 finì con il produrre più morti di quanti non ne avesse provocati l’influenza stessa. Alcune centinaia di persone contrassero la sindrome di Guillain-Barrè, una forma di paralisi e molti ventenni finirono in una sedia a rotelle. Tuttavia gli spot televisivi e le politiche del Governo continuarono a spingere gli americani a farsi vaccinare. Al tempo il Capo di Gabinetto del Presidente Ford era Donald Rumsfeld e il Vice-capo era Dick Cheney e non è un caso che nel 2006 il Piano Strategico di Prevenzione dell’Influenza Pandemica varato da Bush prevedesse l’acquisto dell’80% di scorte di Tamiflu, brevettato dalla Gilead Sciences, società farmaceutica il cui Presidente era proprio Donald Rumsfeld! E oggi proprio il Tamiflu, che agisce contro il virus H1N1, fa registrare a Roche un’impennata del +3% dell’utile netto, contro il calo del 29% registrato nello scorso semestre. Insomma, quello dei vaccini influenzali è un grande business da decine e decine di miliardi di dollari per l’industria farmaceutica.
Quanto all’accordo del Governo con Novartis, sarà da capire bene quali siano gli interessi in gioco, visto che il Direttore Generale di Farmindustria, la lobby che riunisce le 200 aziende farmaceutiche più importanti in Italia, è Enrica Giorgetti, vale a dire la moglie di Maurizio Sacconi attuale Ministro del Welfare, dicastero che gestisce proprio la politica di tutela della salute dei cittadini, e se da una parte il decreto anticrisi approvato dal Consiglio dei ministri prevede per la spesa farmaceutica territoriale un taglio di 800 milioni di euro l’anno a partire dal 2010. (D.L. 1 luglio, 2009, n.78 - Art 22 settore sanitario), dall’altra si spendono 200 milioni per acquistare un vaccino contro una pandemia assai dubbia… Bel conflitto di interessi, no?

Il re è nudo


Oggi Forzasilvio.it, la rete dei sostenitori di Silvio Berlusconi, ha inviato ai suoi adepti il seguente messaggio:

“La decisione con la quale la Corte Costituzionale ha contraddetto se stessa pur di eliminare il Lodo Alfano e’ l’ultimo atto del forsennato attacco contro Berlusconi in atto da quasi sei mesi: gossip, escort, intercettazioni, indagini, foto rubate, la campagna denigratoria sui media nazionali, internazionali e al Parlamento europeo, la sentenza civile per 750 milioni contro Fininvest.
L’Italia e’ l’unica democrazia dell’Occidente nella quale dopo che il popolo ha scelto chi deve governare, gli sconfitti, anzichè prepararsi a vincere alle successive elezioni, tramano per impedire al governo di governare e per rovesciare con ogni mezzo il verdetto delle urne, contro la volonta’ popolare.
Se anche tu, con Berlusconi e con tutti noi, vuoi impedire che costoro l’abbiano vinta, fai entrare oggi stesso almeno quattro amici in Forzasilvio.it. E’ un atto semplice ma molto utile. Come ha ricordato ieri sera il premier, i nostri avversari sono organizzatissimi. Lo dobbiamo essere anche noi e questo nostro network e’ lo strumento migliore che abbiamo per organizzarci e mobilitarci in breve tempo, per qualsiasi iniziativa si renda necessaria.
Ora piu’ che mai bisogna restare uniti e sostenere Berlusconi. Contiamo su di te. Grazie per quello che farai, con Silvio e in Forzasilvio.it.”

A parte lo sconcerto che può suscitare il tono esacerbato e populista con cui ci si rivolge agli iscritti, il quale tradisce anche la scarsa capacità di giudizio e analisi critica dei destinatari, è scandaloso che la decisione presa da un organo istituzionale, come la Corte Costituzionale, che tutela lo stato di diritto dei cittadini e delle loro libertà costituzionali, venga fatto passare, al contrario, come un attentato ai cittadini stessi. La Corte Costituzionale è per sua natura super partes e quindi non è nè di destra nè, come si vuole far credere, di sinistra. La Corte Costituzionale giudica le norme, le disposizioni, non le persone e quindi non vi è alcun attacco personale a Berlusconi. La Corte Costituzionale non è entrata nel merito del contenuto politico, ma ha confermato esattamente quello che già aveva fatto dal punto di vista giuridico con il lodo Schifani, con l’aggiunta che in questo caso sussisteva pure un vizio di forma, ossia che il lodo Alfano non è stato portato avanti nelle modalità previste dalla nostra carta costituzionale.
Non c’è quindi alcuna contraddizione, come viene detto, nessun attacco a Berlusconi, nè tantomeno ai cittadini che si riconoscono ancora, fino a prova contraria, nella Costituzione della Repubblica Italiana e in chi la tutela. Nessun complotto fazioso di cui accusare ingiustamente anche il Presidente della Repubblica, ma solo e unicamente tutela dello stato di diritto a garanzia dei cittadini.
Se Berlusconi, quindi, ritiene che la bocciatura di un lodo che proteggeva le più alte cariche dello Stato dall’essere portate in giudizio - evidentemente in contraddizione con le nostre norme costituzionali che garantiscono che la legge dev’essere uguale per tutti - sia, al contrario, un attacco personale vuol dire che il problema riguarda solo lui, non gli italiani. È lui che si sente in pericolo, dal momento che finora nessuno lo ha accusato in prima persona, e a questo punto gli scheletri nell’armadio li può conoscere solo lui. Se così non fosse, si sarebbe rimesso tranquillamente nelle mani della Giustizia come ha fatto Fini, rinunciando subito all’immunità garantita dal lodo Alfano.
Al contrario, il fatto che Berlusconi abbia paura di affrontare le proprie responsabilità di fronte alla legge e intenda adottare qualsiasi arma in suo potere per proteggersi dalla Giustizia, dovrebbe farci riflettere seriamente su chi è il nostro Presidente del Consiglio in carica…
In secondo luogo, non basta dire che questo è un complotto per avere ragione: devi dimostrarlo.
Indignarsi con livore nei confronti delle istituzioni superiori dello Stato in virtù di un fantomatico complotto ordito da una minoranza sconfitta alle urne per rovesciare la volontà popolare, non regge e sinceramente fa un po’ sorridere… Crediamo veramente che se questa opposizione fosse così potente da muovere lobby, media, istituzioni e poteri forti, sarebbe lì a fare la guerra a Berlusconi ? E poi perchè? Perchè è più divertente fare opposizione invece che governare? No, sarebbe già al Governo da un pezzo e in maniera anche più stabile di quanto non lo sia lui! Sostenere che tutta la stampa è di sinistra, la magistratura è di sinistra, la Corte Costituzionale e il capo dello Stato sono di sinistra, le escort sono di sinistra, la scuola è di sinistra, la stampa internazionale è di sinistra, la televisione è di sinistra, Fini è di sinistra, l’Udc è di sinistra, insomma tutti sono di sinistra, alla fine è assai poco credibile e suona anche un po’ contradditorio nell’ottica della strategia comunicativa berlusconiana: se così fosse, infatti, cosa ci fa allora lui ancora al potere con quel presunto 70% di preferenze?

Silvio, rispondi!


L’ultimo rapporto redatto da Freedom of Press, pone l’Italia al 73° posto nella classifica mondiale dei paesi in cui viene rispettata la libertà di informazione, all’ultimo posto se la confrontiamo solo con i Paesi dell’area Europea. In particolare la ricerca americana sottolinea il ruolo del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. “Il suo ritorno nel 2008 al posto di premier ha risvegliato i timori sulla concentrazione di mezzi di comunicazione pubblici e privati sotto una sola guida” spiega Karin Karlekar, la ricercatrice che ha guidato lo studio “La concentrazione della proprieta’ dei media e’ il motivo principale del nostro voto e il problema principale dell’Italia, da questo punto di vista, e’ rappresentato dalla figura del Premier”. Secondo Karlekar resta una questione urgente per l’Italia “affrontare il nodo della concentrazione dei media nelle mani di un solo magnate: e’ un caso unico al mondo”.
Non è un caso, infatti - notizia anche questa censurata in buona parte dai media nazionali - che i GroenLinks, il partito olandese dei verdi, stia valutando l’ipotesi di denunciare l’Italia e Silvio Berlsuconi al Parlamento Europeo. Judith Sargentini, capolista dei GroenLinks, ha infatti dichiarato: “La convenzione degli stati europei stabilisce che ciascuno degli stati europei abbia la libertà di stampa. Come gruppo dei verdi nell’Europarlamento dobbiamo considerare un’azione legale verso l’Italia. Così come perseguiamo Bulgaria e Romania per le cose che non vanno bene, dobbiamo allora perseguire anche l’Italia”. Il quotidiano olandese Algemeen Dagblad ha scritto inoltre che «Il premier Silvio Berlusconi controlla sia le emittenti pubbliche che le emittenti private e impedisce da qualche tempo a giornalisti critici di accedere alle sue conferenze stampa».

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L’Italia è paradossalmente l’unico Paese “civile” al mondo dove un Presidente del Consiglio si confeziona delle leggi ad hoc (vedi la legge sulle intercettazioni) per mettere il bavaglio alla libertà di stampa. Un Paese dove chi chiede spiegazioni, invece che risposte, ottiene denunce. Dove giornalisti e artisti coraggiosi, per aver espresso la loro opinione contro un Presidente del Consiglio vengono epurati dai canali di informazione nazionali: da Montanelli a Biagi, fino ad arrivare alle odierne denunce a Repubblica, L’Unità e il recente caso Boffo, direttore dell’Avvenire.
È un Paese dove il trailer di un film come “Videocracy”, che ha ricevuto proprio in questi giorni un’ovazione alla Mostra del Cinema di Venezia, viene censurato sui maggiori canali nazionali (ossia, Rai e Mediaset), sulla base dell’assenza di una presunta par-condicio, peraltro extraelettorale. In realtà la scusa adottata dalla Rai cela, e assai malamente, un dictat censorio voluto dal Premier per cercare di insabbiare i contenuti sconvenienti trattati dal film, che racconta proprio come Berlusconi da tre decenni detenga il controllo e il dominio dell’informazione e dell’immagine in Italia, e come il suo personalissimo paradigma culturale televisivo sia diventato anche il paradigma del dibattito politico italiano. “La censura indica il livello di tensione che c’è in Italia per qualsiasi cosa vada in televisione” ha detto il regista Erik Gandini “In Italia quello che non c’è in televisione, non esiste. Ero rimasto sconcertato dallo stile orwelliano della lettera Rai, ma il giorno dopo c’è stata una grande esplosione di interesse in Internet e le richieste della stampa della pellicola sono raddoppiate”.

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E questo rivela quello l’altro lato della medaglia. L’opinione pubblica, infatti, ora lo sta giudicando proprio sulla base degli stessi valori sui quali lo stesso Berlusconi ha voluto indirizzare l’organizzazione mediatica del consenso negli ultimi 30 anni, che ora anche la Chiesa gli condanna. Berlusconi, in pratica, non si può lamentare degli effetti boomerang di un Noemigate e delle testimonianze e intercettazioni delle escort a Villa Certosa o Palazzo Grazioli dopo un trentennio di cultura televisiva maturata sull’oggettivizzazione del privato e la negazione del pudore e della privacy in funzione degli interessi dello show business prima e della politica poi.
In secondo luogo, qui non c’è nulla in realtà di privato: lui è un personaggio pubblico, anzi è “il” personaggio pubblico! In Gran Bretagna e negli Stati Uniti si dimettono di fronte a sospetti assai più blandi di quelli per cui è accusato lui. Il Presidente del Consiglio rappresenta i cittadini italiani e come tale deve rendere conto loro del suo operato e delle sue scelte morali, in questo momento adombrati in realtà da molteplici dubbi, anche nei confronti della comunità internazionale che ci osserva. Le domande poste al Presidente del Consiglio da Repubblica, infatti, sono domande lecite, che hanno suscitato interesse non solo in Italia ma nella stampa di tutto il mondo. Tuttavia, le domande, precise e circostanziate, invece che semplici risposte hanno ricevuto addirittura una citazione in giudizio.
Occultare, censurare, insabbiare sono politiche tese a nascondere solo scheletri negli armadi. Basterebbe poco, altrimenti, per smontarle: non cercare di zittire chi le fa, ma semplicemente rispondere! Ma il problema di fondo, dietro alle domande rivolte al Premier che possono stare in equilibrio sul confine sottile tra sfera pubblica e privata - perchè questo è purtroppo il terreno di confronto entro il quale si può ancora accendere un dibattito in Italia dopo 30 anni di cultura televisiva berlusconiana - quindi è che il nostro Premier, non rispondendo, ci sta mentendo. E su quante altre cose che riguardano il Paese, allora, può avere già mentito?

Per questo condividiamo qui il video delle dieci domande di Repubblica e invitiamo tutti ad aderire alla causa: “Silvio rispondi!… Altrimenti denunciaci tutti!” aperta su Facebook.

Milano, come Itaca


“Tieni Itaca sempre nella tua mente; raggiungerla sia il tuo pensiero costante” (Costantinos Kavafis)

Ancora pochi giorni e i milanesi saranno tutti in viaggio, lasciandosi alle spalle la loro città, scrollandosi per un po’ di dosso il torpore e il ricordo di una metropoli afosa abbandonata a sè stessa. Penso al senso del viaggio. Itaca è il senso del viaggio di Ulisse, un luogo dove è possible essere re e contadini allo stesso tempo, dove chi parte non è dimenticato. Ma è anche la terra della prevaricazione, dell’appropiazione indebita delle risorse di tutti, luogo dello scempio impunito delle leggi. Ma è, ancora, terra di chi spera, di chi aspira a una società diversa, di chi è consapevole del proprio ruolo civile.
Milano come Itaca, terra da raggiungere, ma violata, occupata da pretendenti indegni dove il gioco del comando disprezza il senso civico, la consapevolezza della propria missione civica, la tensione ideologica dello sviluppo sociale e culturale della comunità civile dei cittadini.
Milano-Itaca, alla fine, è un non-luogo, dove la consapevolezza di appartenere a una comunità civile si è interrotta nel momento in cui si è infranta l’intima parentela della città con la politica, dove la rappresentanza democratica, dilatata e aggrovigliata nel dedalo di ostacoli eretti da una città complicata, non esercita più un controllo sui poteri che definiscono i criteri e le logiche dello sviluppo, ma subisce le imposizioni di un sistema politico che privilegia l’interdizione e la proprietà al confronto programmatico, il fabbisogno clientelare alla lettura critica dei bisogni e diritti dei cittadini. Questo intreccio tra “affarismo” milanese e i cardini del potere si traduce in un non-luogo, una non-progettualità: I progetti in atto non rispondono ad alcuna idea di città, che equivale a dire società. Milano-Itaca è un non-luogo, dove si è diffuso un senso di solitudine, frutto di una situazione economica e sociale che non crea la base di uno sviluppo della città in cui tutti possano essere coscienti della propria cittadinanza. Città senz’anima, in cui i veri problemi vengono nascosti dietro l’apparenza. Milano è ancora (forse per poco) capitale della moda e non è più capitale europea: non ha saputo reggere il confronto con l’economia globale. Alla precedente logica del profitto, con la crisi dell’economia manifetturiera e industriale e la crescita del terziario, si è sostituita oggi la logica della rendita: questo significa nessun investimento in ricerca e innovazione e conseguente caduta della competitività sul mercato globale. Questo perchè non solo è diminuita la quantità del lavoro, ma anche la qualità a scapito di un degrado dello spessore culturale e tecnologico dell’economia milanese.
E’ capitale della moda, dicevamo, ultimo avamposto laccato di una bellezza ormai perduta, perchè è soprattutto la capitale delle morti causate da tumore, degli incidenti stradali, dell’abbandono e dell’emarginazione nelle periferie, del traffico, dello stress, del consumo di psicofarmaci. Quale idea di città, quali progettualità di sviluppo sociale possono nascondersi dietro tutto questo? Quale sviluppo e progresso ha generato finora questo connubio di affarismo e organi di potere, che si nasconde dietro l’emblema liberista non per risolvere i problemi, ma per epurarli o insabbiarli dietro abili persuasioni mediatiche o ideologismi presi a prestito?
Mai come oggi Milano ha bisogno di nuove progettualità che prevedano la partecipazione attiva della popolazione alla politica di sviluppo della città, nuovi soggetti coalizzati che siano disponibili a offrire un’alternanza di soluzioni nel sistema politico: associazioni di quartiere, associazioni professionali, gruppi giovanili che, lontano dalle demagogie e dalle mitologie possano sguainare dalle loro faretre le frecce di una nuova riflessione sulla “città possibile”, luogo fertile di vitalità culturale, di sensibilità civica e di amore per questa Itaca ritrovata, così che “se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso, fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso, già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”.

Il battibecco glaciale


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Dibattito non certo edificante quello visto su “L’Era Glaciale” venerdì 24 aprile tra la conduttrice Daria Bignardi e il ministro Brunetta. A malincuore, devo dire, Daria Bignardi è riuscita a portare il contradditorio su un livello dialettico di basso livello stuzzicata dall’atteggiamento di uno spocchioso Brunetta, irritante almeno quanto sono le sue deliberazioni in materia politica. A malincuore, devo dire, perchè seguivo sempre la Bignardi ai tempi de “Le invasioni barbariche” su La7, una Bignardi molto più rilassata e scanzonata che traduceva le frecciate che lanciava ai suoi ospiti in un occasione pepata per non prendersi alla fine troppo sul serio e scoprire gli altarini di un’ordinaria umanità dei suoi ospiti che compiaciuti collaboravano a quel gioco dialettico. La Bignardi in Rai è una Bignardi, al contrario, dimessa, forse soffocata o tesa, in ogni caso meno spontanea e serena, le cui stoccate finiscono spesso con il rimanere solo malignità, stuzzicate malevole mal supportate da un adeguato impianto redazionale che giustifichino il fatto di aver gettato il sasso e, di conseguenza, di essere anche una giornalista preparata.
E il puntiglioso Brunetta questo lo sa e sferra subito il primo attacco non appena la Bignardi sbaglia il nome di Giacomo Brodolini, uno dei fautori dello Statuto dei Lavoratori, il primo riconoscimento giuridico dei diritti e delle libertà dei lavoratori all’interno dei luoghi di lavoro, approvato in sede parlamentare il 20 maggio 1970 (legge 300) a un anno dalla morte dello stesso Brodolini. Un buon giornalista, a quel punto, avrebbe subito stornato l’attenzione dal refuso - come in maniera un po’ maldestra ha fatto anche la Bignardi - ma avrebbe di seguito incalzato subito il ministro con delle domande su ciò che è rimasto di quello Statuto, dopo ciò che ha fatto il Governo Berlusconi e dopo la legge 133 prodotta dallo stesso Brunetta. E da qui parlare dei soliti temi che fanno, alla fine, di questo Governo un Governo non certo del calibro di un Brodolini in materia di politiche sul lavoro, quali per esempio la deregolamentazione dei contratti, il superprecariato, la minor sicurezza sul lavoro, la politica di indebolimento del lavoro nero.
Ma l’avrebbe potuto altresì stuzzicare con ironia sull’estensione dell’applicazione della legge 133 anche ai parlamentari-fannulloni o sul fatto che un insegnante di scuola media con 38 di febbre sia costretto comunque a non assentarsi per non perdere 15 euro al giorno. Perchè in Italia dal 25 giugno è vietato ammalarsi, dal momento che la malattia per il Governo è diventata qualcosa che assomiglia di più a una condanna agli arresti domiciliari che non un diritto del lavoratore.
E poi ancora avrebbe potuto interrogarlo sul perchè questo Governo adotti politiche nei confronti dei cittadini sostanzialmente punitive in linea di principio, politiche di cui Brunetta e la sua legge 133 ne rappresentano il manifesto più esplicito, principi che esulano totalmente dallo spirito con cui dal 1963 al 1970 si è discusso e operato attorno alla tutela dei lavoratori con lo Statuto dei Lavoratori di Brodolini, tanto sbandierato dal nostro caro ministro.
La povera Daria preferisce invece la schermaglia infantile al sottile contradditorio giornalistico, lasciando a Brunetta lo spazio per poter padroneggiare la scena da pseudo-vincitore. Sì, pseudo, perchè è una piccola battaglia inutile che lascia ai due contendenti la solitudine dell’arena mediatica e a tutto il resto della platea televisiva l’amaro di un esempio di una battibecco politico e giornalistico vuoto e ridicolo.

Risorgere


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Sia fatta la volontà di Eluana


Mi ero ripromesso che non avrei più parlato di Eluana, che avrei rispettato come un amico, un familiare, un fratello la situazione terribile che suo padre Peppino sta vivendo nel rispetto di un mistero che trascende infinitamente la nostra ridicola piccolezza terrena. Un silenzio che dovrebbe diventare comune preghiera e, invece, è continuamente interrotto da un insistente rumore politico disturbante che vuole portare troppo banalmente in piazza il dibattito su un tema che dovrebbe interrogare non la politica, nè una religiosità secolarizzata, quanto piuttosto noi stessi e solo noi stessi, Eluana e solo Eluana, suo padre e solo suo padre, nel silenzio umile del mistero che lo avvolge. Un rumore, per questo doppiamente fastidioso in cui le parole di un premier e di un capo religioso diventano solo irritanti e sostanzialmente irrilevanti rispetto all’infinito silenzio dell’Onnipotente e per chi quel silenzio cerca di ascoltarlo dentro di sè. Parole arroganti, soprattutto quando la presunta coscienza di un singolo, in odore di strumentalizzazione e abuso di potere, vuole farsi parossisticamente coscienza di tutti, a costo di piegare lo stato di diritto e quelle poche certezze che ancora guidano la nostra coscienza civile.
La morte è il più grande problema della vita e, se è difficile comprenderlo per ognuno di noi, tanto più la politica non può riuscirci perchè dovremmo finire col chiederci che cosa sia morte e cosa non lo sia o se, in quest’era di grande fiducia nel progresso scientifico e tecnologico, il sostentamento alimentare operato dai medici possa realmente sostituirsi alla vita. Sono problemi a cui solo l’individuo può dare delle risposte non la comunità e Peppino questa risposta a malincuore se l’è già data e, d’altronde, se l’era già data anche Papa Giovanni Paolo II quando in punto di morte, rifiutando su di sè qualsiasi forma di accanimento terapeutico per tenerlo in vita, lo chiese con le parole di una semplice grande preghiera: “Lasciatemi tornare al Padre”. Oggi, Peppino Englaro chiede la stessa opportunità che fu concessa a Papa Woityla, ossia che sia fatto ciò che Eluana ha chiesto, in virtù, peraltro, di ciò che il catechismo della Chiesa Cattolica, ad opera dello stesso Ratzinger dice: che l’interruzione di “procedure mediche dolorose, pericolose, straordinarie, o sproporzionate rispetto ai risultati ottenuti può essere legittima”. Sia dunque fatta la volontà di Eluana, nel rispetto dell’uomo e dell’Eterno: lasciamo che Eluana ritorni in silenzio e in pace al Padre.

Stelle di David e svastiche naziste


Ho pubblicato questo articolo originariamente sulle pagine di Facebook. Lo condivido qui articolandone in maniera più organica anche i concetti espressi in seguito durante il dibattito. Qui potete trovare il post originale su Facebook.

L’intervento armato di Israele sulla striscia di Gaza ha acceso subito in questi giorni gli animi della partigianeria politica. Fra stelle di David associate incredibilmente a svastiche naziste e bandiere israeliane bruciate, in molte piazze italiane si consuma il teatro dell’italietta della partigianeria da stadio cullata dalle strumentalizzazioni politiche e, di conseguenza, mediatiche. Sì, perchè sembra che il vero problema di questi giorni sia se si debba condannare Israele o Hamas, anche se dovrebbe risultare sufficientemente esplicito che non possiamo certo mettere sulla stessa bilancia uno Stato, giuridicamente e politicamente riconosciuto, come Israele con un’organizzazione terroristica come Hamas, e quindi Hamas rimane in ogni caso da condannare, se non altro perchè il conflitto parte da lì.
Tuttavia la questione che dobbiamo porci è se ha ancora senso combattere il terrorismo con l’azione militare e la guerra, soprattutto alla luce di quanto successo pure nel recente passato - per non dire presente - e mi riferisco alla guerra di Bush che ora tutti condannano, ma che in origine è stata appoggiata largamente da chi si stracciava le vesti in favore di una risposta bellica immediata e violenta al terrorismo islamico, anche quella spinta più da “tifoseria” che non da lungimiranza politica come poi i risultati attuali hanno dimostrato.
La pace in Medio Oriente, è stata in passato più garantita dal dialogo che non dall’intervento armato, dialogo che gli Usa negli anni Settanta, non scordiamolo, nella prima fase hanno pure mantenuto a lungo con il terrorismo palestinese attraverso la Cia, cercando sempre di mantenere un distacco neutrale e politico tra le parti, secondo la logica che devi entrarci per uscirci, devi conoscere e controllare dall’interno il nemico se vuoi trovare dei collegamenti e tessere delle prospettive di risoluzione. Non mi sembra che i successivi e più recenti interventi armati abbiano mai sortito nulla se non acuire il conflitto, sterminare civili e ridurre alla fame la popolazione, proprio come succede in questi giorni a Gaza. Combattere strutture reticolari e cellulari come quelle terroristiche con strategie di controllo verticali rivelano i limiti del loro stesso fallimento storico che non possono che tradursi nell’esasperato tentativo della risoluzione estrema: quello dell’intervento armato, brutale e senza sconti. Ben più argute, dal punto di vista politico, le strategie spionistiche degli USA svolte in passato dalla Cia con Al Fatah piuttosto!
Per questo non è così ovvio doversi schierare con Hamas o Israele, perchè dal mio punto di vista non è giusto schierarsi con nessuno dei due: Hamas ha torto, ma non c’è nemmeno alcun atto difensivo o diritto all’autodifesa che possa giustificare la distruzione di una moschea piena di fedeli o il lancio indiscriminato di razzi contro la popolazione sulla striscia di Gaza, così come 430 palestinesi uccisi di cui 65 bambini (terroristi anche loro?), per non parlare dei 2250 feriti, molti dei quali gravi. Un elenco delle vittime palestinesi uccise dall’esercito israeliano si può trovare proprio nel sito del Centro Israeliano per i Diritti Umani Nei Territori Occupati: il dato che più colpisce è la frequenza con cui appare la dicitura “Did not participate in hostilities when killed”, una formula che dichiara l’innocenza della vittima e il crimine di guerra perpetrato. Non si tratta di essere con Hamas o Israele, ma di essere con la popolazione civile, difendere i diritti umani e civili. Nel frattempo, proprio mentre scrivo queste righe leggo l’agenzia della Reuters di appena un’ora fa dove si dice che l’esercito israeliano ha fatto altre 34 vittime civili, superando così la quota di 500 vittime in soli 9 giorni di cui 87 bambini, ma tutto questo non ferma in alcun modo il lancio di missili di Hamas nei territori a sud di Israele.
L’unica cosa veramente ovvia è combattere qualsiasi intervento armato, dall’una e dall’altra parte e trovare vie di mediazione che, anche se sono state le più difficili in passato, sono state le uniche che hanno comunque contribuito spesso a stabilire tregue e ricucire la pace, indipendentemente che queste si siano svolte alla luce del sole o nel segreto delle concertazioni spionistiche. Quando si parla di Hamas parliamo anche di Iran e Siria, ossia non più di organizzazioni terroristiche, ma di Stati sovrani che difendono integralmente le posizioni e gli obiettivi politici di Hamas e la armano. A questo bisogna aggiungere che sotto il profilo economico Hamas è finanziata dagli stati arabi produttori di petrolio (principalmente da privati e non da istituzioni statali) e che le armi provengono anche dalla Russia e da paesi dell’ex-URSS. In questo senso, la logica del si vis pacem para bellum non potrebbe mai portare a una soluzione, ma solo a una terribile excalation del conflitto e non certo a una stabilizzazione della tensione, motivo per cui Onu e Usa oggi stringono i tempi con Israele per una tregua. L’unica soluzione è cercare qualsiasi via di mediazione per garantire a entrambi i popoli un loro stato come, peraltro, stabilito dalla risoluzione dell’Onu nel 1947. Tentare qualsiasi via di dialogo vuol dire utilizzare tutte le armi diplomatiche possibili, volesse dire anche, stringendo i denti, venire a patti con Iran e Siria, perchè è l’unica via concreta e possibile. Alla logica del si vis pacem para bellum è forse preferibile piuttosto quella del divide et impera. Non è combattendo Hamas che distruggi Hamas, ma cercando di dividere chi finanzia, arma e supporta Hamas, ossia Teheran e Damasco, tra i quali nel frattempo si stringe sempre più un patto di reciproca alleanza finalizzato a esportare il terrorismo di stato, destabilizzare il Medio Oriente e annientare Israele. Basti pensare che l’Iran ha finanziato Hezbollah per 500 milioni di dollari a condizione che la Siria non instauri un negoziato di Pace con Israele.
Ma il dialogo deve nascere anche e soprattutto da una lucida coscienza politica civile e quindi dalle stesse prese di posizione di cittadini come noi che, in un’epoca di forte pragmatismo e in assenza di visioni politiche, finiscono col determinare anche le scelte dei Governi. Diversamente, se il nostro impegno civile diventa sterile politica da stadio, finisce invece con il fomentare, al contrario, il gioco della strumentalizzazione politica e con il supportare alla fine solo gli interessi dell’una o dell’altra parte, ma non certo la crescita sociale e civile di un popolo, vale a dire scegliere comodamente di rimanere noi tutti comunque fuori dal gioco. Proprio come allo stadio.

Quando il Premier telefona in diretta tv…


Berlusconi interviene in diretta ieri sera a Ballarò con una telefonata e ci propina per l’ennesima volta la sua visione personalissima del concetto di “democrazia”, ma questa ormai la conosciamo. La cosa che, invece, interessa di più è perchè interviene, o meglio perchè sente l’urgenza di intervenire immediatamente nel dibattito mediatico in corso?
Nell’anima di Silvio Berlusconi si scontrano la sua natura fortemente presenzialista con l’inadeguatezza a sostenere il contradditorio nell’arena mediatica (a maggior ragione se gli interlocutori, come è successo ieri durante la trasmissione di Rai Tre, sono personaggi dalla dialettica comunicativa diretta e incisiva come Bersani ed Epifani).
Nonostante questo, il Cavaliere interviene con una telefonata in odore di abuso: non a tutti è infatti permesso il diritto di contradditorio immediato dal soggiorno di casa e magari in pantofole. La telefonata in diretta è, tuttavia, una sorta di comunicazione ibrida che se da un lato lo mantiene fuori dalla mischia, dall’altro lo conduce a uno scontro in cui l’assenza di fisicità sullo schermo può suffragare un innalzamento dei toni del dibattito, utili a minacciare ritorsioni legali contro Di Pietro - assente dal contesto e dal dibattito, peraltro - che ieri lo ha accusato di aver corrotto Villari, il parlamentare del Pd eletto dal Pdl a capo della Vigilanza Rai, e a gestire una provvidenziale chiusura anticipata della comunicazione: nello specifico, ieri, prima dell’ultima domanda di Floris.
Un premier nervoso , dunque, quello di ieri, che sente l’esigenza di introdursi a forza nel primo dibattito politico Rai in diretta tv con il giusto share, nonostante non sia stato chiamato in causa, per difendersi ed attaccare, guarda caso solo poche ore dopo aver suggerito a un passante che si lamentava del TG3, di non pagare il canone Tv.
Sono quindi realmente le accuse di Di Pietro a preoccupare Berlusconi? O non, piuttosto, un’attenzione mediatica, in particolare quella di RaiTre, troppo concentrata ultimamente e uniformemente sui problemi reali del Paese che i cittadini avvertono ormai come assolutamente primari quali l’economia, la sicurezza, le prospettive per il futuro, ossia problemi che vedono il Premier direttamente coinvolto al punto da averne ridotto fortemente il consenso popolare di circa il 20%? La carta mediatica della nomina del Presidente della Commissione di Vigilanza Rai coglie il problema dalla prospettiva berlusconiana, ma non è servita a insabbiare nei giornali e nemmeno in tv problemi ormai così insormontabili che risulterebbero comunque difficili da nascondere ai cittadini. E, a tal riguardo, i sondaggi parlano chiaro: solo il 15% degli italiani ritiene che la vicenda della nomina di Villari sia importante per il Paese.

Il Cavaliere Catatodico e l’abbronzatura di Obama


Berlusconi non si è reso conto che il mondo sa cambiando sotto i suoi piedi. Crede ancora che la sana vecchia cultura di massa che ben ha gestito attraverso i suoi canali di comunicazione negli ultimi 20 anni e che gli ha garantito il potere, possa continuare ad essere sempre la chiave del suo successo. Non a caso le sue aziende poco hanno investito in questi anni in nuove tecnologie e nuove strategie comunicative - nonostante, devo dire, il costante impulso generato invano all’interno da un ottimo Davide Rampello - rimanendo relegate nella gabbia di un colossale Titanic destinato inevitabilmente in futuro a scomparire, difronte a un pubblico che sempre più dedica il proprio tempo libero a personalizzare i propri palinsesti informativi online e sempre meno a farseli inculcare passivamente dall’alto. L’unica tecnologia recente su cui Mediaset ha investito - e sta facendo investire pure tutti gli italiani, dal momento che sono state sperperate decine di milioni di euro di soldi pubblici per analisi di mercato di aziende private - è il più grande flop di quest’epoca di innovazioni ed è il digitale terrestre (Vedi indagine della Commissione UE “E-communications household”).
Insomma, diciamo che il Cavaliere, data forse la sue età e il divario che lo separa ormai dai tempi moderni, non è proprio ferrato in materia di nuove tecnologie. Non le capisce, perchè ormai il modello storico della televisione di massa si è impossessato del suo apparato cognitivo con tutti i suoi limiti, primo fra tutti quello di offrire e indurre dei modelli culturali medi in cui immedesimarsi. Non è in realtà il superman, come diceva Umberto Eco, quale lui vorrebbe presentarsi, quanto piuttosto l’everyman: l’ideale dell’uomo assolutamente medio, nella sua mediocre quotidianità, con i suoi errori e le sue gaffes ostentate difronte all’enorme platea mediatica. Non a caso, storicamente, il mito televisivo più conosciuto è Mike Bongiorno, l’indiscusso Re delle gaffes televisive, e alla stessa stregua sono anche i protagonisti della reality-tv dei nostri giorni. Tuttavia, finchè tutto questo rimane arginato nei confini dell’entertainment televisivo, la cosa può anche divertire. Il problema è quando il confine sottile tra tv-realtà e realtà stessa viene a dissolversi, o meglio, quando il modello televisivo diventa anche modello politico e la mediocrità si sostituisce alla dialettica e all’autorevolezza della rappresentanza politica, riducendola a fenomeno da Bagaglino.
Questo è quanto accade sempre più spesso al nostro Cavaliere Catatodico che inebriato da sacro furore mediatico, difronte alla scena internazionale riesce a trasferire in burletta qualsiasi impegno istituzionale, convinto che l’auditel degli elettori premierà la sua performance con un ottimo share! E se il popolo italiano lo vota è probabile pure che abbia ragione, perchè l’italiano medio è il primo che ha confuso la realtà con la tv, premiando il proprio divo televisivo preferito con una poltrona a Palazzo Chigi. Peccato che il discredito del nostro Paese a livello internazionale, grazie alle sue gag sia al tracollo e che quelle che lui pensa siano delle “battute per allentare l’atmosfera”, come quelle dedicate al socialista Martin Shulz al Parlamento Europeo o le corna esibite nelle foto ufficiali, gli atteggiamenti goffi da playboy con la presidentessa finlandese o l’operaia dello stabilimento Merloni di Lipetsk, le affermazioni sui bambini cinesi bolliti e da ultima, ieri, l’abbronzatura del neopresidente eletto degli Stati Uniti Barack Obama, finiscano, poi, non con l’allentare l’atmosfera internazionale, quanto semmai con l’irrigidirla e imbarazzarla, riducendo l’immagine dei protagonisti mondiali della politica a quella che alla fine il Cavaliere Catatodico pensa sia sostanzialmente solo “un simpatico gruppo di giovani boy-scout”. Che male c’è? Sono solo battute no? Fatto sta che ogni volta le sue “simpatiche” battute hanno generato gelo a livello internazionale: niente risate, solo critiche e proteste ufficiali. Insomma, pare proprio che questo divo televisivo prestato alla politica finisca con l’essere solo “inopportuno”, come dice molta stampa internazionale all’indomani della battuta su Obama, o al contrario dobbiamo pensare che la comunità internazionale sia solo una platea di imbecilli priva di senso dell’umorismo, incapace di comprendere questo grande showman della politica italiana?

Pinocchio al Governo


Pinocchio al Governo

    Nemmeno le allarmanti notizie che quotidianamente provengono dal mercato finanziario e da un’economia sull’orlo della recessione riescono a stornare l’attenzione mediatica e del Paese sull’esplosione esponenziale di proteste contro il decreto Gelmini che sta invadendo le piazze e gli atenei d’Italia, ma il legame tra i due eventi sussiste e in qualche modo la protesta finisce con l’essere la risposta.

    Non è sufficiente relegare le cause di una grande protesta popolare, talmente corale e compatta come non si vedeva più da tempo, alle presunte sobillazioni di una sinistra, che in questo momento vive ancora una fase transitoria della sua storia e non gode sicuramente della forza politica necessaria per smuovere un’alzata di scudi di queste dimensioni. Le immagini delle manifestazioni degli studenti in piazza hanno un sapore diverso da quelle che eravamo abituati a vedere: nessuna bandiera di partito, nessun dirigente sindacale a declamare dal palco e neanche un Grillo a strepitare i suoi “vaffa”. Insomma, nessun movimento o organizzazione politica a monte se non quella del consenso che si è viralmente e spontaneamente sviluppato a partire dalle associazioni di studenti, degli insegnanti e dei genitori. E’ l’Italia in piazza! Non la sinistra o la destra! Un’Italia che risorge da un terreno sociale depauperato, schiacciato per l’ennesima volta nei suoi diritti da un Governo che impone solo i suoi provvedimenti e temi politici, come quelli in materia di sicurezza che tutti i sondaggi mettono al quarto posto, quando i problemi più urgenti sono la disoccupazione, la precarietà, la crisi economica e, appunto, l’istruzione. Un’Italia schiacciata anche dal silenzio assenso di un’opposizione che, al contrario, adesso vuole sfruttare l’ondata della protesta, ma non possiamo dimenticare che la controriforma scolastica - visto che di riforma non possiamo parlare - è partita proprio dalla reintroduzione degli esami di riparazione a settembre voluta dal ministro Fioroni e che i tagli Tremonti-Gelmini-Brunetta vanno a sommarsi comunque a quelli di Prodi-Padoa Schioppa-Fioroni del Governo precedente.

    Sul decreto Gelmini si è detto di tutto, di più, ma rimane il fatto che i provvedimenti non si scostano sostanzialmente dalle strategie di controriforma politica applicate finora dal governo Berlusconi. La vera novità è che per la prima volta il Governo, sotto l’egida dell’efficienza berlusconiana e in assenza di opposizione, ha sottratto la manovra non sia al dibattito in Parlamento, sia alla concertazione con le parti sociali e con questo pensava di essersela cavata, facendo passare frettolosamente per riforma scolastica quella che ormai sappiamo tutti essere, in realtà, solo una drastica operazione di tagli a danno dell’istruzione pubblica promossa da un occulto burattinaio, vale a dire il ministro Tremonti.
    E se Tremonti è Mangiafuoco, Maristella Gelmini finisce con l’essere Pinocchio e per salvarsi la pelle ora si arrampica sugli specchi per farci credere che la sua è un’azione riformatrice, ma si perde sugli aspetti formali e disciplinari, come il grembiule, i voti, la condotta. Unico punto di riferimento per la Gelmini è la sua maestrina delle elementari: non si appella al consulto di pedagogisti autorevoli, come Andrea Canevaro e Dario Ianes - dimissionari per protesta dall’Osservatorio per l’integrazione scolastica del Ministero della Pubblica Istruzione - ma preferisce citare Ratzinger al posto di Piaget, forse perchè quest’ultimo non sa nemmeno chi è.
    Gelmini non ha idee, nè tantomeno una visione progettuale che si radichi nella tradizione della riforma scolastica e si proietti nel futuro verso un nuovo modello di scuola. E’ solo un burattino nelle mani di Tremonti che la istiga a riformare per risparmiare, non per migliorare, come cita tra l’altro lo stesso decreto, e nel giro di soli sei minuti, infilando all’ultimo con la complicità di Tremonti la reintroduzione del maestro unico, riporta la scuola primaria indietro di almeno 40 anni. Peccato che oggi la realtà sia ben più complessa di allora, tanto che oggi nemmeno la cara vecchia maestrina della Gelmini saprebbe spaziare su tutti gli ambiti disciplinari che vengono oggi insegnati in una classe di 25-30 alunni!
    La questione è meramente economica. Inutile, quindi, ingannare adesso la piazza appellandosi a presunte campagne terroristiche “per seminare false informazioni tra le famiglie, creando un clima di allarmismo ingiustificato” o rivendicare un dibattito ‘’sui fatti e sui contenuti del provvedimento e non su falsificazioni della realta”, soprattutto dopo che il decreto risulta già approvato. Quello che è venuta a mancare e che viene ricusata nelle piazze è l’azione insubordinata di un Governo che per l’ennesima volta ha abusato delle leve di controllo del potere, che si è garantito, per non sottoporre la propria azione politica al dibattito e al contradditorio, non permettendo nemmeno ai rappresentanti dei cittadini in Parlamento di poterne discutere! Per questo, la protesta anti-Gelmini non è nè di sinistra, nè di destra, ma nasce semplicemente dalla società civile, perchè è stato messo in discussione una valore condiviso da tutti che è quello del diritto alla democrazia.

    Ma il secondo aspetto di novità che mi sembra di avvertire nelle proteste di questi giorni è che si voglia sancire un diritto di cui gli studenti, gli insegnanti e i genitori intendono riappropriarsi per proteggere il bene comune dalle grinfie di un modello di gestione del capitale che sta evidenziando proprio di questi tempi i propri limiti nel non saper più tutelare e controllare un’equa distribuzione dei beni. Vale a dire che il modello del capitalismo finanziario neoliberista vicino al tracollo rischia di trascinare nella fossa - attraverso una spirale di tagli che vanno a rifinanziare i buchi che ha generato - anche tutte le risorse pubbliche che invece potevano essere oggi i motori di una rinascita economica in termini di strategie industriali attraverso la ricerca e il sostegno delle piccole e medie imprese e di crescita civile e sociale attraverso la scuola. Non a caso, infatti, scivolano in Borsa i titoli delle società tradizionali e non, al contrario, quelle che hanno investito per esempio nell’innovazione e nella ricerca di nuove tecnologie anche in termini di soluzioni ecosostenibili, cioè a vantaggio di tutti. Non siamo forse difronte a un cambiamento di modelli economici dove il concetto di proprietà si sposa con quello di bene comune e dove l’interesse dell’uno si sposa con l’interesse di molti?
    Ma questo è un modello che richiede confronti e concertazioni costruttive, mentre al pragmatismo liberista del Governo Berlusconi fa più comodo avversare istintivamente tutto ciò che risulti solidale e critico, a costo piuttosto di inviare eserciti e forze dell’ordine. La politica economica di Tremonti non ha nessun interesse a formare menti libere e critiche, nè a supportare dinamiche di coesione sociale, quanto piuttosto a dividere, perchè il pragmatismo politico, di cui il Governo Berlusconi si fa vanto, non ha disegni politici proiettati verso il futuro e radici nel passato: vive di scelte contingenti e piega lo stato di diritto agli interessi del momento, se non a quelli individuali. Ecco perchè ritiene inutile dibattere e confrontarsi con la cittadinanza. Meglio un decreto legge, funziona subito, che sia un’emergenza come i rifiuti di Napoli, che sia la scuola, cosa importa?
    Ecco perchè è importante che questo movimento di protesta graviti proprio attorno alla scuola, perchè proprio attorno all’istruzione pubblica, invece, possono muoversi i cardini di una nuova crescita sociale per il nostro Paese e tradursi in una reale azione riformatrice in senso sociale e politico, perchè a seguire Lucignolo finiremo col trasformare l’Italia nel Paese dei balocchi ed è questo che il Governo dopotutto vuole: che diventiamo tutti asini da ammaestrare e calpestare quando non gli serviamo più.

    A questi giovani studenti che da anni non vedevamo così attivi nelle piazze, da docente completamente solidale con loro, mi piacerebbe dare un ultimo consiglio in vista di consolidare la loro azione politica nel tempo: fare opposizione non significa essere contro il potere, ma vuol dire non desiderarlo. Questo significa scostare lo sguardo dal vertice per rivolgerlo alla base. Concretamente significa lasciar perdere i ministeri e orientarsi ai laboratori, perdere di vista il vertice ed espandere la propria azione concretamente sul territorio: non è importante l’obiettivo, ma il percorso. Il che implica anche un cambiamento del modello. Fondare la propria azione politica, a priori, sull’astrazione universale di vicende specifiche e contingenti porta all’inerzia del sistema. Sia da parte di chi piega le norme complessive di una comunità in funzione di interessi particolari, sia da parte di chi riconduce tutte le vicende di una comunità a un modello di interpretazione universale. E’ necessario, invece al contrario, agire dal basso nella costruzione di consenso attraverso processi locali, reticolari e concreti sul territorio per il semplice motivo che i membri di una comunità sono sempre coinvolti localmente e direttamente lì in processi di trasformazione. Lì occorre inserirsi e radicarsi per essere “divenire rivoluzionario”, energia che genera consenso virale non attraverso grandi cambiamenti, ma piccole trasformazioni graduali, condivise e reticolari, con l’impegno di ereditare e partecipare alla costruzione di azione locale che diventi naturalmente prassi sociale. E’ azione che si può generare e deve generarsi attraverso la Rete e gli strumenti che offre, come forza propulsiva dal basso in reazione al sistema verticistico dall’alto. Siamo difronte a un cambiamento cognitivo che va a formare le nuove generazioni e crea sempre di più un divario con le vecchie che oggi gestiscono il potere secondo modelli verticistici e che risultano assolutamente inadeguate a capire la forza propulsiva di un pensiero e un’azione trasversale e reticolare. Lo dimostra l’incapacità dell’Occidente a fronteggiare chi questi sistemi li ha adottati nell’organizzazione di consenso a livello internazionale.
    E’ necessario, quindi, fin d’ora lavorare di più anche nell’educare dal basso alla solidarietà e al pensiero critico le nuove generazioni che dall’anno prossimo cominceranno a frequentare la scuola lobotomizzata che il Governo ha preparato per loro.

    La precarietà politica e lo spettro delle ideologie


    A volte ritornano. Vecchi fantasmi ideologici fanno occasionalmente capolino all’interno del dibattito politico italiano evocati come spettri temibili. È curioso che sia bastato un fatto - “la sciocca e inutile trovata di rilevare le impronte digitali ai bambini rom” (Famiglia Cristiana) - e un affondo di Beppe dal Colle su Famiglia Cristiana per riportare subito a galla la minaccia di un ritorno al fascismo e aprire un nuovo inutile contradditorio capace solo di accendere nuove speranze di rivalsa negli animi dei girotondini.
    Ma è curioso ancor più, in generale, che in questa buia fase storica contraddistinta da politiche senza ideologie, in assenza di un dibattito politico che si sviluppi attorno a ideali e visioni unitarie dal punto di vista storico e culturale, in un periodo in cui la classe politica si costituisce attorno a scelte programmatiche occasionali e in gruppi di potere precari, possano essere ancora le sane vecchie ideologie a fare da ago della bilancia del confronto politico. Magari fosse così! Saluterei beneaugurante il ritorno di un nuovo fascismo o di un nuovo comunismo, se questo significasse comunque il ritorno di un pensiero politico, di un disegno ideale unitario in cui scelte programmatiche e formazioni politiche possono ritrovare una più stabile identità storica e culturale e il ritorno di un dibattito politico incentrato non solo sul “cosa fare”, ma prima di tutto sul “verso dove andare”. Significherebbe il ritorno di una politica che non si fa solo azione, ma che è soprattutto indirizzo di pensiero. Ma purtroppo non è così, ne’ vi sono le condizioni storiche perchè lo sia: la nostra è una classe politica precaria in cui i gruppi si compongono o scompongono, si allontanano o si avvicinano, sulla base di scelte politiche occasionali, definite giorno per giorno, dove il dissenso o il consenso viene costruito a seconda della scelta contingente e non sulla base di una visione ispiratrice di fondo. Questa politica è una politica del fare, ma manca di un reale substrato ideologico che orienti e sostenga il suo agire come è avvenuto in passato. La politica delle ideologie era politica soprattutto di pensiero che gettava uno sguardo verso il futuro, collocandolo all’interno di una visione storica e culturale che collegava la memoria e la tradizione del passato alle attese del presente. La politica è diventata oggi, invece, solo politica della prassi, del presente per il presente. Relegato il dibattito politico, ormai quasi esclusivamente, alla sfera mediatica, anche Il linguaggio della politica ha finito con l’esaurirsi nella quotidianità del presente: un messaggio rapido, evanescente, che svanisce nel momento stesso in cui viene trasmesso e quindi destinato al rapido oblìo. Nessun passato e nessun futuro per un “pensiero” politico frammentato in un confuso minestrone mediatico giornaliero di dichiarazioni, interviste, smentite, invettive e pentimenti, lasciti e ritorni all’ovile. Nessuna direzione, nessun futuro per una politica pragmatica incapace di radicarsi in una visione più ampia di pensiero e, quindi in sostanza, una politica priva di cultura perchè, come dice Johan Huizinga, ogni cultura:
    presuppone il tendere verso una meta. Cultura vuol dire orientamento, e questo orientamento è sempre teso a un ideale, il quale è più che l’ideale di un individuo: è l’ideale di una comunità” (J. Huizinga, La crisi della civiltà, 1935)
    Inutile sorprendersi, quindi, difronte al sonno della coscienza: quale ideale di comunità potrebbe produrre una politica votata al pragmatismo, dove classe politica e cittadini, privati di un’identità culturale, non potranno mai condividere i vincoli normativi definiti da una più ampia prospettiva storica e laica della vita e del mondo?
    E quali prospettive può offrire il pragmatismo politico allo stato di diritto se non piegarne le norme, come di fatto sta facendo, in funzione ogni volta di esigenze funzionali e contingenti?
    Quello che la politica della prassi ha generato è un esasperato moto riformista che sta producendo un sistema frammentario di regole slegate anche da una visione più ampia dello Stato e della democrazia, che dovrebbero invece essere i punti di appoggio per una corretta gestione e organizzazione della cosa pubblica.
    Un controllo della macchina giuridica che rende in questo modo anche più semplice e comunente tollerata la formulazione di leggi ad personam o create in funzione dell’interesse di un gruppo di potere e non certo a beneficio della collettività, come invece vogliono farci credere.
    La salvaguardia della supremazia del diritto e delle libertà del cittadino dovrebbe, al contrario, essere ricercata anch’essa in prospettiva storica, negli ideali e nei principi che hanno ispirato l’evoluzione di un popolo e la nascita dello Stato, un’identità spirituale nata dalla nostra storia e dalla nostra tradizione che troppo superficialmente viene messa alla gogna e piegata al riformismo politico contingente. “La volontà politica” scrive Emanuele Severino “si fonda sulla verità dello Stato”, ma ciò che rimane è solo una “verità” vuota, precaria, privata di sostanza, che vive del momento contingente e incapace di abbracciare il passato e il presente attorno a un’idea e visione di futuro, incapace di inserire il proprio agire in una più ampia concezione della vita e del mondo. Chiamiamola ideologia, fede o causa questa sostanza politica ha rappresentato sempre l’anima dei grandi cambiamenti storici, l’unica capace di tradurre in disegno politico e condurre a unità le aspirazioni di un popolo e l’agire della politica. Una pulsione ideale che sarebbe in grado oggi di non farci vivere nella precarietà di un’estenuante e interminabile attesa di un qualcosa di genericamente nuovo, ma di farci sperare anche in una meta precisa futura sulla base di un disegno storico, culturale e politico più solido e concreto, che non si riduca a un banale e vuoto spot elettorale, come pirtroppo avviene oggi.

    Il sonno della coscienza


    Contrariamente a quanto pensano molti suoi denigratori Berlusconi non è un “buffone”, “un magnaccia”, “uno psiconano” etc. Berlusconi non fa nulla per caso. Gli attacchi alla magistratura propugnati dal premier, il ritorno delle “leggi ad personam” e il pacchetto sicurezza in materia di intercettazioni rimettono in conflitto i poteri dello Stato e sollevano un polverone che riporta in essere il dibattito mediatico, demagogico e populista, che da un decennio a questa parte caratterizza maggiormente l’organizzazione del consenso in Italia e senza distinzioni di sorta. Sia da parte di chi, come Berlusconi, vorrebbe l’invulnerabilità da controlli legali e istituzionali, sia da parte della controinformazione che, pur denunciando sempre - e, sottolineiamo, il più delle volte in maniera assolutamente condivisibile - inciuci e corruzioni di Palazzo, finisce inequivocabilmente con lo scagliare nel pentolone dell’indignazione l’ennesima denuncia contro la casta dei politici. Un bombardamento continuo di fatti, dati processuali e prove a testimonianza del malaffare di Palazzo finalizzato a far leva sul malessere politico dei cittadini. Non da ultimo la pubblicazione recente delle intercettazioni pubblicate da “L’Espresso”.

    Una sorta di eterno, tedioso dejavu che dura ormai da quindici anni, al punto che verrebbe da chiedersi cosa abbia sortito di buono questo genere di dibattito politico se alla fine l’Italia non è un paese più civile e onesto di quanto non lo fosse prima di Tangentopoli, anzi addirittura peggiore.
    Dovremmo forse ringraziare Grillo per il “successo pazzesco” del V-Day o per aver affermato che questi politici “non esistono più”, grazie a 300.000 firme raccolte al primo V-Day, se a distanza di poche settimane dall’evento ben tre milioni di italiani sono andati a dare la loro fiducia al “nuovo” Partito Democratico e successivamente, in aprile, hanno decretato il successo incontrastato di Berlusconi? O dobbiamo forse ringraziare di questo gli attacchi di Travaglio ad “Anno Zero”? Oppure il milione di copie vendute del libro “La Casta” di Stella e Rizzo?

    E qui ritorniamo al punto di partenza: Berlusconi non fa nulla per caso. Anzi, da abile comunicatore e organizzatore di consenso qual è, sa perfettamente che gli attacchi possono finire col rafforzarti e mentre la macchina dell’indignazione, tra invettive e denunce, finisce col lavorare sempre e solo sul versante della ridicolizzazione, dall’altra parte lui gestisce una macchina del consenso molto più ampia, strategica e politica che fa leva su quello che vuole sentirsi dire la maggioranza dei cittadini. Un controllo meticoloso operato sui propri sondaggi riservati, l’arma privilegiata del Silvio nazionale e paradossalmente la più democratica. Due punti percentuali di flessione (dal 65% al 63%) della fiducia dei cittadini nei confronti del premier, infatti, per quanto rappresentino ancora una fiducia incontrastata dell’elettorato, sono bastati al Cavaliere per mettere in atto un abile strategia difensiva nei confronti della magistratura: un duro attacco sferrato direttamente e senza mezzi termini, supportato da un altro tragico dato, ossia il calo di prestigio di cui la magistratura gode presso i cittadini, il 7% in meno rispetto all’anno scorso e complessivamente il 21% del consenso nazionale. Che dire? Il Governo adora l’opposizione!

    E’ troppo facile relegare Berlusconi al ruolo di burattinaio e manipolatore del consenso nazionale. Questo è ciò di cui sono convinti coloro che attaccano continuamente lui e le varie caste di potere e che viziano gli italiani a trasferire tutte le responsabilità di una generale assenza di coscienza civile e politica sui nostri rappresentanti di Governo, invece che su di noi, liberandoci la coscienza in una sorta di quotidiano rito populista di autoassoluzione. E’ ovvio che sia così, non otterrebbero mai consenso se non dicessero anche loro ai cittadini quello che i cittadini vogliono sentirsi dire. Al pari dei politici, sul versante opposto, anche questi finiscono con l’organizzare una macchina della controinformazione - peraltro miliardaria - che cerca di garantirsi la fiducia convincendo gli italiani che sono loro le vittime della casta e non che la casta potrebbe essere anche un prodotto degli italiani. E noi, cittadini, preferiamo lasciarci cullare dall’ azione salvifica che ci arriva da entrambe le parti convinti che la responsabilità non è nostra. D’altronde per continuare a gestire il consenso ed essere lautamente stipendiati, questi devono farci credere che loro sono i nostri salvatori e nulla potremmo gestire senza di loro.

    Ma, come abbiamo visto, Berlusconi mica se li inventa i sondaggi su cui organizza le proprie strategie politiche, anzi, questi alla fine sono proprio lo specchio del nostro stesso modo di pensare e agire. La verità di fondo è che non possiamo lamentarci di ciò che ha prodotto il sonno della nostra coscienza: l’Italia inciuciona e ladra siamo noi. Prima di tutto, noi. Con i nostri 200 miliardi all’anno di evasione fiscale che finiscono con il gravare sul portafoglio dei contribuenti degli altri “ingenui” cittadini onesti, siamo noi i figli di quell’opportunismo cronico che ci consente di tutelare nel nostro piccolo spazio medio-borghese i nostri interessi e i bisogni individuali più effimeri. Siamo noi quelli che incuranti dei doveri che derivano dall’appartenere a una società civile, siamo sempre aperti all’insubordinazione, all’adulazione e all’abuso del potere e alla raccomandazione facile. L’italia corrotta siamo noi.
    La casta politica che tanto deploriamo, così come i Ricucci, i Corona, gli Scaramella e gli altri furbetti del quartierino non sono altro che il nostro specchio e rappresentano la nostra incapacità di costruire dal basso una società civile compatta e una coscienza politica veramente critica che abbatta i muri del nostro individualismo patologico, nemmeno quando ci dichiariamo “contro”, perchè preferiamo colpire Berlusconi come monopolizzatore e manipolatore dell’informazione, piuttosto di colpire l’italietta che si lascia rincoglionire dai vari show televisivi, siano questi talk, reality o a quiz. Questo non è il modello di informazione di Berlusconi, ma è prima di tutto il modello di informazione che abbiamo generato noi. La televisione, come dice Barnes Clive del New York Post “è la prima cultura genuinamente democratica, la prima cultura disponibile a tutti e retta da ciò che la gente vuole. La cosa più terribile è ciò che la gente vuole!”. Nessuno ci ha mai impedito di far crescere lo share di trasmissioni di rilievo culturale più elevato, come ad esempio “La storia siamo noi” di Minoli, facendola emergere dagli abissi nascosti del palinsesto televisivo.

    E’ colpa nostra anche se ci lasciamo riempire quotidianamente la testa da un’informazione che non è più strumento di promozione civile, perchè orientata all’organizzazione del consenso attorno agli interessi individuali degli editori e dei partiti. Questa grande platea di spettatori “catatodici”, in overdose di informazione, siamo noi. Scollati dalla politica del Paese perchè preferiamo illuderci che la colpa sia dei politici e non del nostro mancato impegno civile. Assuefatti all’idea che siamo stupidi e che necessitiamo di una classe politica esperta, preferiamo continuare a delegare e criticare, senza impegnare nemmeno un briciolo di coscienza civile sulla crisi che scorre sotto i nostri piedi e rischia di farci franare. E ogni cinque anni mettiamo in scena un altro tedioso dejavu, quello delle elezioni politiche, un assurdo teatrino dove i leader di partito appaiono in tv per comunicare con la “gente normale” e invitare tutti a votare, perchè “votare è molto importante”. Tutti promettono soluzioni che rimedieranno i guai combinati dal governo precedente e i giornali ci riempiono la testa di congetture, resoconti, sondaggi. Perfino le campagne politiche ci trattano da stupidi, quali siamo, con slogan semplicistici tagliati appositamente sul nostro livello di comprensione: “Città più sicure”, “Meno tasse per tutti”, “Un milione di posti di lavoro”, “Si può fare”, “Un’Italia nuova” etc.
    Poi arrivano le elezioni, cala l’eccitazione mediatica e tutto torna come prima. La coalizione che vince fa quello che vuole e continua a giustificarsi dicendo di essere stata eletta dal popolo. Tanto la memoria del popolo è breve: “in simbiosi con la macchina televisiva vive dell’istante e di lì a poco muore dimenticata”. E via così, nell’illusione mediatica che viviamo in una democrazia e intanto i mali dell’Italia continuano il loro corso incuranti di chi ci sia al governo perchè corruzione, evasione fiscale, abuso di potere, insubordinazione e opportunismo sono parte integrante anche della nostra vita quotidiana: in famiglia, nel quartiere, nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle amministrazioni pubbliche.

    Forse, il riscatto degli italiani, e di conseguenza dell’Italia, dovrebbe ripartire proprio dal territorio. Una riforma del sistema sociale e politico inteso su base locale: un sistema attraverso cui il popolo sia costretto finalmente ad autogovernarsi, riprendendo responsabilmente le redini del proprio ruolo civile e politico. Un sistema decentralizzato che permetta ai cittadini di gestire i propri affari e la politica sul territorio senza affidarsi ad autorità esterne, ponendo l’urgenza e la priorità sulle soluzioni a livello locale. Questo permetterebbe, per esempio, ai cittadini di Vicenza di poter dire con forza “No al Dal Molin” o alla popolazione della Val di Susa di dire “No Tav”, senza che il loro “no” e le esigenze della cittadinanza debbano essere per forza calpestati dagli interessi e le trame politiche di Palazzo. Non sarebbe una novità: qualcosa di simile è avvenuto anche alla fine del Medioevo con la nascita delle Corporazioni delle Arti e dei Mestieri: i popoli si sollevarono in tutta Europa per liberarsi dalla sottomissione dei nobili e fondarono le loro città libere. Uno straordinario movimento popolare che diede vita in Europa a un nuovo ideale di libertà.
    Oggi che l’uomo ha assottigliato enormemente gli spazi di prossimità aprendo le vie di una comunicazione di rete più immediata e diretta, è possibile pensare anche a modelli di partecipazione diretta dei cittadini alla vita politica. Per esempio, attraverso un sistema che riporti il centro del dibattito politico in basso, sul territorio, e che si faccia rete di partecipazione e confronto tra movimenti e associazioni locali. Un sistema che organizzi il consenso sulla base di esigenze concrete: un organismo e una connessione di cellule che pur salvaguardando la propria individualità, si possano aggregare dinamicamente generando soluzioni a livello locale che possono avere ripercussione anche a livello globale.

    Un mondo ideale? Chi lo sa, ma un fatto è certo: è proprio la pulsione ideale in questo momento che ci manca. Una pulsione che ci renderebbe liberi. In realtà, siamo tutti liberi, ma la questione è se abbiamo veramente voglia di esercitare questa libertà.

    Se il libero pensiero viene confinato alla clandestinità: il caso di Carlo Ruta


    Non era bastato chiudere la bocca a Carlo Ruta, noto storico e documentarista della Rete, oscurandone il sito web Accaddeinsicilia.net nel dicembre del 2004. Non è bastata nemmeno la prima condanna pecuniaria a 1200 euro di multa inflitta dal Tribunale di Messina, se addirittura lo stesso procuratore della Repubblica di Ragusa, Agostino Fera, si è esposto subito di persona in una accanita battaglia giudiziaria contro Ruta e i “fatti gravissimi” di cui si sarebbe macchiato, vale a dire la pubblicazione online di un vasto archivio di documenti oggettivi - oggi presenti nel nuovo sito di Ruta www.leinchieste.com - frutto di indagini minuziose dello storico sui rapporti tra mafia, banche e giustizia.
    Fatti e documenti che vedono coinvolto, guarda caso, lo stesso Fera, il quale è arrivato a chiedere e ottenere nei confronti di Ruta addirittura una condanna di primo grado senza precedenti: 8 mesi di carcere per aver pubblicato la testimonianza di un ex-funzionario dell’Amministrazione Provinciale in merito a una storia di tangenti in cui il Procuratore veniva chiamato direttamente in causa.
    E dopo quattro anni di accanimento giudiziario che vedono coinvolti ben tre Palazzi di Giustizia siciliani (Messina, Palermo e Ragusa), sei processi e la richiesta di risarcimenti per decine di migliaia di euro, la nuova beffa giudiziaria è che, sempre a seguito delle denunce del Procuratore Fera, Carlo Ruta viene oggi condannato dal giudice di Modica, Patricia Di Marco, addirittura per “stampa clandestina”. Sentenza a dir poco paradossale per il mondo del web, che rasenta l’incostituzionalità, se consideriamo che Acceddeinsicilia.net, oggi Inchieste.com, è sostanzialmente un semplice sito di documentazione storica che ha sempre svolto regolari inchieste giornalistiche, raccogliendo interviste e testimonianze dirette su cronache e fatti della terra siciliana.
    Niente da stupirsi, quindi, soprattutto se il Procuratore della Repubblica che chiama in giudizio è direttamente chiamato in causa dai fatti raccolti dall’imputato.
    Indipendentemente dalla sentenza, infatti, la realtà di fondo è che il pentolone di acque torbide scoperchiato dalle inchieste di Ruta hanno aperto di fatto un’osservatorio sulla condotta dubbia della Procura ragusana a partire dall’omissione di documenti e l’insabbiamento di fatti relativi all’omicidio di Giovanni Spampinato, giornalista de “L’ora” di Palermo, ucciso a Ragusa il 27 ottobre 1972, e a quello precedente dell’ingegnere dell’Msi Angelo Tumino, che vedono coinvolto direttamente il figlio dell’allora Presidente del Tribunale Saverio Campria, fino ad arrivare alla copertura delle transazioni illecite e dei falsi in bilancio di un istituto di credito che a dispetto del suo anonimato risulta essere la ventesima banca italiana per capitalizzazione: la Banca Agricola Popolare di Ragusa, cresciuta in breve tempo da 30-40 fino a oltre un centinaio di sportelli, banca che controlla i processi finanziari del sud-est siciliano, una delle aree più ricche della regione e che reca forti agganci con la magistratura ragusana.
    Una sentenza censoria quella della magistratura di Modica, che non trova precedenti se non in nazioni a regime dittatoriale o in Cina e che nel silenzio dei media generalisti e della politica e con l’imprimatur della Giustizia va comunque ad aggiungere un altro mattone a quel processo graduale di erosione della libertà di opinione e informazione che, da più di quindici anni, in Italia cerca di ridurre al silenzio ed escludere dal dibattito mediatico le menti più libere e critiche del Paese, relegate sempre più facilmente nell’alveo di una sommaria, presunta faziosità ideologica. Una sentenza che trova terreno fertile nel giustizialismo populista di un paese che confonde la libertà con gli interventi militari a Napoli, con i “vaffa” di Grillo e, proprio in questi giorni, con la proposta di condanna al carcere per quei giornalisti che rivelano o pubblicano le intercettazioni telefoniche.
    Niente da stupirsi, quindi, se lo stesso recupero giudiziale di un reato di “stampa clandestina”, sancito da una vecchia legge del ‘48 e assai anacronistico nell’era della libera circolazione delle informazioni in Rete, oggi acquista invece un senso nell’orientamento più generale di confinare il libero pensiero negli ambiti della clandestinità. Un percorso che la storia del nostro Paese già conosce bene e che, già dovremmo sapere, solo nell’adesione a un pensiero più liberale e illuminato dovrebbe trovare le sue ragioni di riscatto, piuttosto che, al contrario, nella sua censura.

    La verità che non esiste


    In questo clima di compiacente buonismo bipartisan da parte di maggioranza al governo e opposizione, mi sarei aspettato, viste le nuove intenzioni di fondo, che il presidente Schifani, difronte alle osservazioni di Marco Travaglio opponesse non una denuncia, quanto invece un semplice contradditorio, un diritto di replica in merito ai fatti sui quali è stata chiamata in causa la sua credibilità e sui quali nessuno vuole pronunciare un giudizio, ma semplicemente capire. E di canali a disposizione per fare questo ne aveva molti di più di Travaglio. Ma evidentemente, dal momento che il lupo continua a cambiare il pelo, ma mai il vizio, il senatore decide di optare per l’offensiva giudiziale piuttosto che per quel dialogo e quella trasparenza tanto celebrati adesso dal tutta l’enclave politica di ambedue gli schieramenti.

    Sono proprio di ieri le parole di un irriconoscibile Berlusconi, in versione 4.0 statista-moderato, che alla Camera indica una nuova stagione in cui l’opposizione “può esser d’aiuto per fissare i termini della discussione e anche del dissenso” sostenendo che “un confronto di idee anche rigoroso non deve generare nuove risse ma una consultazione alla luce del sole, trasparente, che guardi esclusivamente all’interesse del paese”. L’avremmo desiderato anche per Travaglio e nel rispetto di tutti noi un trattamento simile, se non altro in virtù dei principi costituzionali in cui, al di là dei buonismi, vogliamo riconoscerci veramente e in particolare in riferimento all’articolo 21. E invece al TG1, la risposta di Schifani ci lascia a bocca asciutta con un discorso ad ampio spettro che va nuovamente a riveicolare l’attenzione sulla nuova ventata di positività pianificata al Palazzo:

    “La verità è che qualcuno probabilmente vuol minare il clima di dialogo e di confronto costruttivo che ha caratterizzato questo inizio di legislatura”. E aggiunge: “Nessuno fermerà la mia azione per fare in modo che sui temi della legalità, delle riforme e delle proposte condivise si possano abbattere gli steccati e lavorare insieme. Ce lo chiede il paese, ce lo chiede il capo dello Stato”. Per garantire un clima costruttivo, spiega, bisogna “ripartire da un fatto storico, la reciproca legittimazione delle coalizioni che è avvenuta con l’incontro tra Berlusconi e Veltroni sulla legge elettorale. E poi lavorare, così come lavorerò io sulla maggioranza e sul governo, per fare in modo che in aula le proposte dell’opposizione, quelle compatibili con l’impianto dei loro testi, possano essere condivise ed eventualmente approvate”.

    E così tutto viene rimandato alle aule giudiziarie, lontano da quell’arena mediatica all’interno della quale si mette realmente a rischio il consenso degli elettori, e Schifani lo sa bene. Talmente lontano che ne puoi uscire anche senza che la gente si ricordi che ci sei stato dentro, se non ci fossero giornalisti come Travaglio, Stella, Rizzo, Abbate, Gomez e pochi altri che ogni tanto ce lo ricordano coi loro libri. Il dato scritto, fissato indelebilmente sulla carta rimane. L’informazione televisiva, invece, vive dell’istante e muore di lì a poco dimenticata. La memoria dell’italiano medio, in simbiosi con la macchina televisiva, pure. Un gioco, quest’ultimo, che ben si presta al controllo del consenso popolare da parte dei poteri politici, proprio adesso che, dismesse improvvisamente le vesti della bagarre politica, deve indossare di contro quelle di un paese che “guarda al domani con ottimismo” e al dialogo in difesa degli interessi della nazione.
    Il paradosso di questo teatro mediatico è la presunzione di veridicità, ma è un paradosso in cui l’italiano medio cade spesso e volentieri, senza riflettere se la stessa classe politica che in soli quindici anni ha portato il Paese alla deriva, tessendo una trama estesa di conflitti di interessi personali a scapito dei diritti dei cittadini e di una crisi generalizzata di valori, relegando la cultura al suo fantasma televisivo, sia di punto in bianco in grado di parlare concretamente di rinascita solo in virtù di un presunto dialogo in odore di inciucio.
    A questo, quindi, servono i giornalisti come Travaglio: a risvegliare la nostra memoria e la nostra coscienza anche andando controcorrente se è vero, come dice Orwell, che  “se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire” (G. Orwell, La fattoria degli animali) e con il rischio di essere pure denunciati solo per aver espresso la tua opinione. Dice Sabelli Fioretti:

    “Se Marco Travaglio fosse nato negli Stati Uniti, e avesse fatto il giornalista da quelle parti, avrebbe vinto il premio Pulitzer e avrebbe conquistato le copertine di Time e di Newsweek. Invece purtroppo per lui (ma per nostra fortuna) vive in Italia e lotta insieme a noi. Marco è il giornalista più odiato e più amato d’Italia. E’ un fenomeno editoriale che ha conquistato il successo nell’ostracismo generale, senza che praticamente nessuno recensisse i suoi libri.”

    Tuttavia, c’è anche un rovescio della medaglia in relazione alle argomentazioni di Travaglio, perchè se dal Palazzo la ricerca di verità ci viene offuscata da una presunta veridicità mediatica, dall’altro il rischio è che questa finisca con l’indossare invece le vesti della verità assoluta in virtù di dati oggettivi. Travaglio, infatti, pone sempre i fatti a difesa dei propri resoconti, tanto che proprio in relazione alla denuncia di Schifani afferma:

    “Se mi dimostrano che ho raccontato delle palle, allora chiederò scusa. Ma mi chiedo se prima di me abbiano detto palle Gomez e Abbate che già un anno fa avevano detto che Schifani aveva vicinanza quantomeno sospetta con la mafia […] Facciano tutti quello che vogliono, tanto ora lo so che denunceranno la Rai per la mia partecipazione a Che tempo che fa e che così non potrò più andare ad Anno Zero. Ma io sono un giornalista e quello che mi tocca fare è raccontare la verità” (Corriere della Sera, 13/05/2008)

    Ma quale verità? Il compito del giornalista non è quello di raccontare la verità, perchè non esiste una verità assoluta neanche in presenza di fatti oggettivi. Compito del giornalista è, casomai, quello di ricercare la verità. I singoli fatti in sè, per il fatto di essere reali, non costituiscono la verità. La verità nasce piuttosto dalla lettura che il giornalista fa di quei fatti, dal modo in cui li mette in relazione e anche in questo caso essa non si costituisce come una verità oggettiva, trappola in cui cade spesso la dialettica di Travaglio, ma solo uno dei percorsi possibili. E, per quanto anche i giudici abbiano il compito di emettere una sentenza in virtù di un probabile resoconto dei fatti, nemmeno in quel caso si tratta di una verità oggettiva, ma di un’interpretazione e ne abbiamo avuto un esempio lampante proprio nel discutibile caso della vicenda Allievi-Smith, qui trattata approfonditamente.
    La verità rimarrà quindi sempre e solo frutto della nostra indagine, la “nostra verità”, pur rimanendo sempre fermi e inamovibili il sacrosanto diritto e la piena libertà di raccontarla, senza minacce o censure imposte dall’alto. Diversamente il rischio è quello di ingabbiare la visione della realtà all’interno della propria dialettica, in presunzione di credibilità, atteggiamento  che apre spazi a ironie e provocazioni gratuite o a mostri ideologici pericolosi che odorano di giustizialismo e populismo - vedi ad esempio Grillo - e rischiano di allontanare il resoconto di Travaglio da quell’aura di autorevolezza e credibilità che ben si associa dal punto di vista formale all’aplomb sapiente con cui svolge le sue argomentazioni.

    Detto questo, rimane difficile essere Travaglio quando devi dire cose che disturbano, e devono disturbare quest’aria romantica di tolleranza bipartisan che ci hanno confezionato dal Palazzo, ma per citare ancora una volta Orwell, che aveva visto lontano, “la libertà intellettuale è una tradizione profondamente radicata, senza la quale è improbabile che esisterebbe la nostra cultura specificatamente occidentale. È una tradizione alla quale molti dei nostri intellettuali stanno visibilmente voltando le spalle” (G. Orwell, La fattoria degli animali).
    Se dobbiamo ancora qualcosa alla chiarezza e alla ricerca della verità dei fatti, in questo Paese dove la libertà di stampa è scesa al 40° posto dopo Cile e Corea del Sud, questo lo dobbiamo comunque solo a Travaglio e a quei giornalisti che hanno deciso di non voltare le spalle alla loro coscienza critica.

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    Travaglio a “Che tempo che fa” (10 maggio 2008)
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    Ugo Guidolin

    Docente di "Teoria e tecniche dei nuovi media" all'interno del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione dell'Università degli Studi di Padova. Svolge attività di consulenza per la progettazione e lo sviluppo dei nuovi media. Tra le sue pubblicazioni: "Pensare digitale" (McGraw-Hill, Milano, 2005).