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Giuseppe Guidolin

Paraguay, la primavera del Vescovo dei poveri


La sera del 20 aprile la gente in tripudio si è riversata sulle le strade di Asuncion, capitale del Paraguay, per festeggiare l’elezione di Fernando Lugo, primo vescovo liberamente eletto a capo di uno stato moderno. Lugo ha vinto con il 40.8% dei suffragi, interrompendo l’egemonia del Partito Colorado che durava da più di 60 anni

In un paese dove la povertà colpisce più della metà della popolazione, Fernando Lugo ha dichiarato di non sentirsi “nè di destra, nè di sinistra”, affermando che il suo impegno per i poveri deriva esclusivamente da una scelta pastorale e non ideologica. Appena eletto si è rivolto a tutti i cittadini invitandoli a “costruire insieme un orizzonte migliore per il Paese”, indipendentemente dal loro credo politico.

“Il trionfo è del popolo paraguayano - ha dichiarato Lugo - che ha avuto fiducia nel cambiamento e oggi lo ha fatto diventare realtà. Oggi siamo entrati nella storia del paese. A partire da subito, le cose cambieranno per il meglio. Voi siete gli eroi di questo risultato… Il nostro Paese ha dimostrato oggi un gran civismo perchè stiamo ottenendo quel cambiamento che ci proponevamo dal principio di questa campagna elettorale”

Monsignor Lugo, 57 anni, proviene da una famiglia contadina. Durante la dittatura del generale Alfredo Stroessner suo padre viene arrestato e torturato e tre dei suoi fratelli sono espulsi dal paese e costretti all’esilio. Ordinato sacerdote nel 1977 si reca per alcuni anni missionario in Ecuador. Rientrato in Paraguay è costretto ad andarsene, tra il 1983 e il 1987, per aver preso posizione contro il governo a favore dei più poveri. Dal 1994 si dedica alla diocesi di San Pedro, una delle più misere del Paese, e fonda il Movimento Popolare Tekojoja (”Uguaglianza” in guarani, lingua ufficiale insieme allo spagnolo) a difesa dei contadini senza terra. Nel 2006, dopo aver organizzato una manifestazione contro il Presidente Nicador Duarte, decide di entrare direttamente in politica e di rinunciare al suo magistero, venendo per questo sospeso ‘a divinis’ dal Vaticano. Oggi è il leader di una coalizione eterogenea composta dall’Alleanza Patriottica per il Cambiamento (APC), che raccoglie partiti e movimenti di sinistra del mondo contadino e sindacale, e dal Partito Liberale Radicale Autentico (PLRA), di impronta più moderata ma riformista e avversario storico del Partito Colorado.

Il Paraguay raggiunge così il resto dei governi dell’America Latina (fatta eccezione per Perù e Colombia), dove i movimenti sociali hanno giocato un ruolo fondamentale nello spingere alla vittoria i candidati progressisti. Cade soprattutto un’altra delle roccaforti latino-americane alleate della Casa Bianca. Un Paese economicamente depresso che cercherà ora di rialzarsi e di sostenersi sulle proprie gambe. Tra i punti centrali del programma di governo di Lugo emergono in particolare la sovranità energetica, la lotta alla corruzione e la riforma agraria, priorità che lo avvicinano molto alle posizioni politiche dell’attuale presidente brasiliano Luis Ignacio Lula da Silva. Due temi-chiave e delicati della sua presidenza saranno i rapporti con gli Stati Uniti in merito alla base militare di Mariscal Estigarribia (a soli 200 km da Bolivia e Argentina, di cui Bush si sta servendo nel tentativo di tenere sotto controllo il Cono Sur) e soprattutto le relazioni con gli altri governi progressisti della regione. In campagna elettorale egli ha chiesto una revisione dei trattati sulle centrali idroelettriche di Yacyreta (con l’Argentina) e di Itaipu (con il Brasile). Firmato negli anni ‘70 dal dittatore Stroessner e dal suo omologo brasiliano Médici, quest’ultimo accordo prevede che il Brasile possa sfruttare gran parte dell’energia prodotta dalla centrale idroelettrica (di proprietà di entrambi i paesi). Attualmente il Paraguay può utilizzare solo il 15% dell’energia generata e deve vendere la sua eccedenza al Brasile, ad un prezzo molto inferiore a quello di mercato. Questo tema è stato al centro della campagna elettorale di Lugo, tesa a recuperare ad ogni costo la sovranità del Paraguay, le cui risorse sono state svendute durante i lunghi anni di potere del Partido Colorado e in particolare sotto la presidenza uscente di Nicanor Duarte. Lugo è riuscito a strappare a Lula la promessa di revisione dei negoziati, anche se il presidente del gigante sudamericano ha già fatto sapere di voler mantenere invariati i termini del contratto.

Governare, per l’ex vescovo, non sarà comunque un compito facile. Trova di fronte a sè un paese in condizioni disastrose, economicamente allo sfascio, con una diaspora di almeno due milioni di emigrati contro i sei milioni che sono rimasti in patria, con indici di corruzione altissimi, infestato da mafia, narcotraffico e contrabbando.Circa la metà dei terreni sono proprietà di imprese straniere, con monocolture che danneggiano i contadini e provocano danni ambientali. Secondo i dati del Cipae (Comité de Iglesias para Ayudas de Emergencias) il 20% della popolazione detiene il 60% delle ricchezze del paese, circa 400 mila famiglie sono sprovviste di terra da coltivare, la disoccupazione raggiunge oltre il 22% e il tasso di mortalità infantile è in continuo aumento. Il nuovo Presidente dovrà cambiare radicalmente la struttura di potere da sempre legata ai Colorados e dovrà saper tenere a bada una coalizione di forze fin troppo variegata, dalla sinistra ai cristiano-democratici ai liberali.

Lugo è inoltre considerato un prete ’scomodo’, per via della suo appoggio alla Teologia della Liberazione, sempre osteggiata dalla chiesa ufficiale, che fonde cristianesimo e attivismo politico in favore degli oppressi e dei poveri del pianeta, un vescovo-presidente che sta mettendo in forte imbarazzo le alte gerarchie ecclesiastiche. Il Diritto canonico, tra l’altro, proibisce a sacerdoti e vescovi di assumere cariche politiche, a meno di una speciale dispensa, che in questo caso non è mai stata concessa. Tuttavia prevede pure che l’Ordine sacro non si possa più cancellare. Una situazione che rimane tuttora irrisolta e contradditoria. Ma lui, già sospeso a divinis, non sembra scomporsi più di tanto. “Non mi preoccupo - ha affermato - uno rimane per tutta la vita un uomo di chiesa, mi preparo a servire l’intero paese”. La sua elezione mette comunque in luce un’evidente e sostanziale divergenza di vedute e prospettive. Da una parte c’è il Vaticano, con papa Benedetto XVI saldamente schierato a difesa della vita e dei valori tradizionali della famiglia. Impegno che passa attraverso dichiarazioni, richiami continui e sollecitazioni pubbliche a politici e governanti, ma che parallelamente trascura e disattende sempre più, nonostante le dichiarazioni di principio, la piena e concreta attuazione dei principi della Dottrina sociale della Chiesa. Dall’altra parte c’è un presidente-vescovo, eletto con grande clamore ed entusiasmo, che proprio del progresso sociale e della lotta alla povertà fa la sua bandiera, prendendo i documenti della dottrina sociale e ponendoli in modo chiaro ed esplicito al centro della sua campagna ed azione politica di governo. Il Paraguay, con i suoi dirompenti mutamenti politici, offre per questo al mondo una semplice ma preziosa lezione: etica pubblica ed etica privata devono procedere di pari passo, nella consapevolezza che il benessere e la qualità della vita non possono restare appannaggio esclusivo di pochi privilegiati, ma divenire patrimonio comune e condiviso, accessibile a tutti.

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Tibet, i fuochi sotto la neve


Le proteste scoppiate più di un mese fa a Lhasa, in Tibet, in occasione dell’anniversario della rivolta anticinese del 10 marzo 1959, hanno innescato una vera e propria sommossa popolare che ha suscitato grande scalpore e catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale

Indipendenza per il Tibet, courtesy by Asianews.it

Le strade della capitale tibetana si sono trasformate in teatro di violenti scontri tra centinaia di manifestanti, monaci buddisti, cittadini comuni, e la polizia militare cinese. L’azione di protesta si è espressa in modo molto duro e determinato e la repressione che ne è seguita da parte governativa si è dimostrata altrettanto decisa e dagli esiti tuttora incerti. I manifestanti hanno preso a sassate gli agenti che hanno risposto con lanci di lacrimogeni, mentre alcuni autobus e diverse auto della polizia sono stati bruciati. Il mercato di Chomsigkang, ricco di negozi cinesi, è stato dato alle fiamme. Le truppe cinesi hanno chiuso e circondato tre monasteri della città, Drepung, Sera e Ganden, e diversi monaci sono stati arrestati. Il 14 marzo le proteste si sono fatte più violente, alcuni dimostranti hanno assalito e incendiato vari esercizi commerciali cinesi, aggredendo persone di altri gruppi etnici. Il governo di Pechino ha intimato ai manifestanti di arrendersi entro la mezzanotte del 17 marzo, promettendo un trattamento di riguardo a tutti coloro che accettassero di rispettare l’ultimatum. Secondo il Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia (TCHRD) di Dharamsala, in India, la polizia avrebbe condotto retate casa per casa, arrestando centinaia di giovani tibetani, poi fatti sfilare, ammanettati, per le principali strade della città, mentre le proteste si sarebbero successivamente estese anche fuori Lhasa, attorno ai monasteri dei centri minori del Tibet, coinvolgendo settori più ampi della popolazione. Ancora oggi non si ha una stima esatta dei morti e feriti sul campo che, nonostante le smentite ufficiali del governo cinese, probabilmente ammontano a centinaia. Tra i morti, oltre ai manifestanti, ci sarebbero anche numerosi gestori dei negozi incendiati. Il Dalai Lama, in una dichiarazione fatta a Dharamsala in India, ha chiesto immediatamente alla Cina di rinunciare all’uso della forza e invocato un’inchiesta internazionale super-partes per far luce sugli avvenimenti, affermando di essere “profondamente preoccupato” per la situazione di instabilità in cui è precipitato il paese.

“Queste proteste - ha sottolineato la guida spirituale tibetana - sono una manifestazione del radicato risentimento del popolo tibetano sotto l’attuale governo. Mi appello ai dirigenti cinesi perché smettano di usare la forza e affrontino tale risentimento attraverso il dialogo con il popolo tibetano. Come ho sempre detto, l’unità e la stabilità ottenuti dalla violenza bruta possono al massimo essere una soluzione temporanea. E’ irrealistico aspettarsi unità e stabilità sotto un simile governo se questo non contribuirà a trovare una soluzione pacifica e durevole”

Dopo le accuse rivolte dal premier cinese Wen Jiabao al Dalai Lama, ritenuto da Pechino l’artefice della protesta che ha causato un numero imprecisato di morti, l’anziano leader religioso ha paventato l’ipotesi di dimettersi. Secondo Jiabao, le manifestazioni di Lhasa sarebbero infatti state organizzate ”per boicottare i Giochi Olimpici di Pechino”. Il Dalai Lama, guida spirituale e politica del popolo tibetano, insignita del premio Nobel per la Pace nel 1989 e in esilio in India dal 1959, si è detto pronto a ritirarsi se in Tibet ci saranno nuove violenze e replicando alle accuse di Jintao, che lo accusava di millantare una lotta pacifica puntando in effetti all’indipendenza del Tibet, ha continuato a sostenere che comunque ”l’indipendenza non è un reale obiettivo”. Nel frattempo crescono e si intensificano in tutto il mondo la disapprovazione, la rabbia e lo sdegno nei confronti della cruenta e intollerante reazione del regime cinese agli eventi accaduti, come dimostrano i continui ‘assalti’ di dimostranti e contestatori alla torcia olimpica in viaggio verso Pechino e le persistenti minacce di boicottaggio ai Giochi avanzate da diversi Paesi ed esponenti della Comunità internazionale.

Come sempre le notizie e le voci continuano a susseguirsi e a giungere a noi in modo confuso e contraddittorio, dovendo filtrare attraverso le maglie della pesantissima censura imposta dal governo. Risulta comunque abbastanza chiaro come la rivolta sia stata condotta non solo contro i cinesi, ma anche contro una classe dirigente locale abilmente impegnata a sfruttare a proprio vantaggio i benefici indotti dalla industrializzazione e modernizzazione forzata del paese operate in questi anni dal regime di Pechino. Un’azione intensa e massiccia, sostenuta da ingenti costi finanziari, dettata più che altro dalla particolare collocazione strategica del paese e dal bisogno urgente dei cinesi di poter disporre delle preziose e abbondanti risorse presenti nel suo sottosuolo (minerali e metalli pregiati). Si comprende quindi come la lotta in atto non sia semplicemente uno scontro tra dittatura e democrazia, per la salvaguardia dei diritti umani e civili, ma anche l’epilogo tragico di una grave squilibrio sociale che si è aperto in seno alla società tibetana, in delicato bilico tra modernità e tradizione.

Quel che è certo è che negli ultimi anni la durezza di Pechino nell’affrontare le rivolte popolari si è notevolmente inasprita. Così come in Tibet si spara ad altezza d’uomo, per le strade dello Xingjiang, la regione ai confini con l’Afghanistan dove a ribellarsi è la popolazione musulmana, la folla che protesta viene circondata, inzuppata con gli idranti e lasciata congelare in strada in modo da poter attribuire i decessi alle rigide temperature, che qui possono arrivare fino a 15 gradi sottozero. Mentre la Cina viene paradossalmente depennata dalla lista nera dei paesi che violano gravemente i diritti umani. Come attentamente osservato da alcuni commentatori ci si dovrebbe d’altra parte chiedere se i monaci e il popolo tibetano, contrariamente agli esuli cresciuti e vissuti lontano dalla madrepatria, siano ancora oggi, come generalmente si reputa, stretti cultori e seguaci dei dettami e delle pratiche “nonviolente” perseguite dal Dalai Lama. Si ha infatti l’impressione che si sia creato un certo scollamento tra il movimento di protesta formatosi all’interno del Paese e la sua leadership spirituale e politica. La sorprendente, seppur circoscritta, furia devastatrice dell’insurrezione di marzo sembrerebbe avvallare e confermare questo dubbio. La nonviolenza non va sicuramente mitizzata: Gandhi stesso ne comprendeva talvolta i limiti, tuttavia il ricorso alla violenza implica uno scrupolo non solo di tipo morale, ma anche e soprattutto pragmatico, occorre cioè che si dimostri uno strumento di azione efficace, con qualche probabilità di successo. Ma quali speranze avrebbe il popolo tibetano di uscire vittorioso da un conflitto violento con le armate cinesi ? La ovvia e scontata risposta a questa domanda rende ancora oggi la posizione del Dalai Lama sostanzialmente preferibile e auspicabile. Nonviolenza, affermazione della propria identità e consapevolezza di sé. Sembra una strada difficile da percorrere per i tibetani in uno momento critico come questo. L’azione e la pratica nonviolenta richiedono infatti pazienza, determinazione, coerenza per tramutare e risolvere il conflitto, ovvero per trasformare attori, strutture, culture. Non ci sono facili e sicure scorciatoie al suo successo. E questa è una trasformazione che investe non solo il Tibet, ma anche un paese di oltre un miliardo di persone, che sta progressivamente uscendo da una passato politico ed economico complesso. Si tratta di un percorso indubbiamente lungo, impervio e contradditorio, ma forse irrinunciabile, oggi più che mai necessario e indispensabile. Come ha giustamente rilevato Enzo Bianchi su “La Stampa” del 23 marzo scorso:

“ Un popolo pacifico, con una propria lingua e cultura - intesa come modo di porsi di fronte agli eventi della vita quotidiana e alle attese ideali - con una religione intrinsecamente nonviolenta, subisce da decenni aggressioni di ogni tipo, le più pericolose delle quali sono quelli interiori e morali … c’è, io credo, un’affermazione forte di una vita «altrimenti», di una diversità che non accetta di scomparire. È proprio questa vita tenacemente differente che ha sussulti periodici di riaffermazione, sussulti che non tengono conto di strategie o tempistiche «ragionevoli», ma che sono come l’incontenibile ricerca della boccata di ossigeno di chi è costretto a vivere in apnea … ed è in questa prospettiva che mi paiono drammaticamente preoccupanti le notizie sulle violenze compiute non tanto dai monaci quanto da giovani tibetani nei giorni scorsi. Temo sia una crepa pericolosa nella cultura tibetana della nonviolenza, un sintomo di una certa presa che la violenza quotidianamente istillata in maniera più o meno esplicita comincia ad avere anche in un popolo ad essa fondamentalmente alieno. Dobbiamo temere il possibile degenerare della «forza» della nonviolenza in azioni violente: sarebbe davvero un tragico salto di qualità del «genocidio culturale» denunciato dal Dalai Lama”

Sta anche a noi come occidentali favorire questa transizione. Poiché forse non vedremo mai un Tibet libero e autodeterminato prima di una Cina politicamente democratica, occorre spingere Pechino verso questa direzione, favorendo un naturale, graduale e positivo cambiamento delle relazioni interne che consideri come presupposto fondamentale dei rapporti la crescita e il progresso nel rispetto dei diritti umani.

Cenni storici

    Il Tibet, nazione indipendente con una storia che risale al 127 a.C., venne invaso nel 1950 dalla Repubblica Popolare Cinese. L’occupazione del Paese fu un atto illegale di aggressione e una grave violazione delle leggi internazionali. Il Dalai Lama, capo di stato e guida spirituale del Tibet, un fermo apostolo della nonviolenza, tentò per 8 anni di coesistere pacificamente con i nuovi occupanti, ma la sistematica conquista del territorio del Tibet da parte della Cina provocò ripetuti atti di repressione. Il 10 marzo del 1959, la resistenza tibetana culminò in una insurrezione nazionale contro il potere cinese. L’esercito di Liberazione Cinese schiacciò la protesta, uccidendo in quella occasione più di 87.000 tibetani nel solo Tibet centrale. Sua Santità il Dalai Lama, i membri del suo governo e circa 80.000 tibetani fuggirono dal Paese cercando asilo politico in India, Nepal e Bhutan. Oggi vi sono piu di 120.000 tibetani in esilio, inclusi gli oltre 5.000 che vivono al di fuori del subcontinente indiano. Per sfuggire alle persecuzioni cinesi continuano a giungere dal Tibet moltissimi rifugiati. Le Nazioni Unite hanno approvato nel 1959, 1961 e 1965 tre risoluzioni che hanno espresso seria preoccupazione per la violazione dei diritti umani invocando: «la cessazione di pratiche che privano il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani e libertà, incluso il proprio diritto all’autodeterminazione»

    In seguito all’occupazione cinese:

    • Un milione e duecentomila tibetani (un quinto della popolazione) sono morti
    • Migliaia di prigionieri religiosi e politici vengono detenuti in prigioni e in campi di lavoro forzato, dove la tortura è pratica comune.
    • Le donne tibetane sono soggette a sterilizzazione forzata e a procurati aborti.
    • Le cure mediche non sono accessibili a tutti e le strutture migliori sono riservate agli individui di nazionalità cinese.
    • L’istruzione riservata ai bambini cinesi è nettamente superiore a quella prevista per i tibetani. Il 70% dei posti nelle strutture educative superiori è destinato ai Cinesi.
    • Il Paese, un tempo pacifico stato cuscinetto tra l’India e la Cina, è stato trasformato in una vasta base militare, che ospita non meno di 500.000 soldati cinesi, e un quarto della forza missilistica nucleare cinese, valutata complessivamente in 550 testate nucleari.
    • Più di seimila monasteri, templi ed edifici storici sono stati razziati e rasi al suolo, le loro antiche e preziose opere d’arte e letterarie sono stati distrutte o vendute
    • Nel paese è proibito I’insegnamento e lo studio del Buddhismo. L’odierna e apparente libertà religiosa è stata promossa unicamente per fini di propaganda e per il turismo.
    • I monaci e le monache continuano a essere espulsi dai monasteri.
    • Le risorse naturali del Tibet e la sua fragile ecologia stanno per essere irrimediabilmente distrutte. Gli animali selvatici sono stati praticamente sterminati, le foreste abbattute e il terreno e stato impoverito ed eroso.
    • Sin dall’invasione il Tibet storico è stato diviso. Le province tibetane dell’Amdo, e gran parte del Kham, sono state incorporate nelle province cinesi di Qinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan.
    • Nel 1960 la Commissione di Giustizia Internazionale ha rilevato in Tibet sia atti di genocidio sia l’aperta violazione di sedici articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
    • L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato tre Risoluzioni di Condanna alla Cina, per ‘violazioni dei fondamentali diritti umani del popolo tibetano’ e ha invitato la Cina a rispettare i diritti del popolo tibetano, incluso il proprio diritto all’autodeterminazione.
    • La 20esima sessione della Sotto-Commissione delle Nazioni Unite ha adottato la Risoluzione 1991/L, 19, denominata ‘La situazione in Tibet’, il 25 agosto 1991, a Ginevra, dopo aver ricevuto ripetuti resoconti delle grossolane violazioni dei diritti umani in Tibet. La Sotto-Commissione ha dichiarato la sua “preoccupazione per le continue violazioni dei fondamentali diritti umani e libertà che mettono in pericolo la particolare identità culturale, religiosa e nazionale del popolo tibetano”. Le autorità cinesi in Tibet praticano apertamente e ufficialmente la discriminazione e la segregazione
    • Il Tibet è controllato strettamente dal partito e dall’esercito Comunista Cinese. Pechino nomina tutti i funzionari superiori del governo e del partito, la maggior parte dei quali non parla tibetano.
    • I tibetani, nonostante il rischio di torture, di imprigionamento e di esecuzioni capitali, non hanno mai accettato l’occupazione cinese del loro paese mettendo in atto, fino ad oggi, una resistenza rigidamente nonviolenta e pacifica ma molto determinata. Dal settembre 1987, in tutto il Tibet si sono verificate piu di 100 dimostrazioni contro il dominio cinese, che hanno avuto come risultato piu di 450 morti e la carcerazione di migliaia di tibetani, eseguita senza un regolare procedimento

    Breve cronistoria

      • 19 aprile Le autorità cinesi hanno riferito che, a breve, i monasteri buddhisti della capitale tibetana Lhasa riapriranno alle funzioni religiose. A seguito degli incidenti scoppiati in Tibet a marzo, i monasteri erano stati chiusi, e i monaci costretti a seguire un programma di “educazione patriottica”. Nei prossimi mesi il Tibet verrà riaperto anche ai turisti
      • 20 aprile Le manifestazioni patriottiche e anti-occidentali, tenutesi nelle città cinesi di Pechino, Qingdao, Wuhan, Hefei e Kunming, si sono allargate a Jinan, Harbin e Xi’an, dove circa mille persone si sono radunate davanti al locale Carrefour cantando slogan contro l’indipendenza del Tibet. Il governo di Pechino, che vuole evitare che le manifestazioni degenerino, ha fatto appello alla popolazione, chiedendo che il patriottismo sia espresso in maniera “calma” e “razionale”. Nelle scorse settimane, gli organizzatori avevano invitato al boicottaggio dei prodotti francesi per le manifestazioni pro-tibetane che avevano caratterizzato il passaggio della fiaccola olimpica a Parigi.
      • 22 aprile La Cina considera “una grossolana interferenza” nei suoi affari interni il conferimento della cittadinanza onoraria di Parigi al Dalai Lama, fatto che “reca un grave danno” alle relazioni tra i due Paesi. Lo afferma un comunicato diffuso dal ministero degli esteri cinese. Il conferimento della cittadinanza al leader spirituale tibetano in esilio, considerato un secessionista dal governo di Pechino, è stato deciso dal consiglio municipale di Parigi, nel pieno di una crisi nelle relazioni tra i due Paesi innescata dalle manifestazioni di protesta che si sono svolte il 7 aprile scorso durante il passaggio a Parigi della fiaccola olimpica.
      • 23 aprile La Cina cambierà i suoi programmi di trasmissione per la copertura dell’ascesa della torcia olimpica sul monte Everest, concedendo meno tempo ai giornalisti stranieri, adducendo come motivo il fatto che le previsioni meteorologiche non sono buone e il tempo avverso renderebbe difficili le riprese. Il programma previsto 3 mesi fa per i giornalisti stranieri subirà quindi alcune variazioni, tra cui la cancellazione della cerimonia alla base della vetta più alta del mondo. Così facendo però, la stampa estera potrà passare solo 10 giorni nel Tibet, dimezzando il soggiorno inizialmente previsto. Funzionari governativi cinesi negano che i cambiamenti siano legati alle recenti proteste anti-Cina che hanno interessato la regione tibetana.
      • 25 aprile Il governo cinese incontrerà prossimamente un rappresentante del Dalai Lama: lo riferisce l’agenzia di stampa Xinhua.
      • 26 aprile Il governo di Pechino, preoccupato per le potenziali minacce terroristiche incombenti sui Giochi Olimpici, riceverà e incontrerà alcuni emissari del Dalai Lama per avviare un “dialogo serio” sulle questione tibetana
      • 29 aprile Diciassette persone, tra cui sei monaci, hanno ricevuto condanne che vanno da tre anni di prigione fino all’ergastolo per quanto commesso durante le violenze a Lhasa. A riferirlo è l’agenzia ufficiale cinese Xinhua, senza aggiungere ulteriori dettagli. Si tratta delle prime condanne inflitte a seguito degli scontri avvenuti nella capitale tibetana.

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        Birmania, la rivolta di un popolo in preghiera


        I tragici avvenimenti accaduti alla fine di settembre in Myanmar (ex Birmania) e sfociati nella dura e spietata repressione della protesta nonviolenta dei monaci buddisti da parte del regime militare che da più di 40 anni opprime il paese impongono alcune riflessioni.

        La cronaca degli eventi recenti è ormai tristemente nota. Dopo diversi giorni di protesta pacifica con numeri da capogiro (400.000 persone tra Monaci e gente comune), l’esercito ha represso la rivolta nel sangue sparando sui manifestanti e producendo decine di morti. Secondo fonti accreditate molti tra i monaci arrestati stanno per essere deportati in lager o tradotti in duri campi di lavoro speciali situati nei pressi della nuova capitale Naypyidaw, artificiosamente voluta dalla giunta militare. Eventi eclatanti e sconvolgenti che hanno riportato alla mente le gravi vicende dell’estate del 1988 quando decine di migliaia di persone scesero in piazza per protestare contro 26 anni di governo militare e contro la sua politica economica. In quell’occasione l’esercito reagì con estrema violenza aprendo il fuoco in più occasioni sulla folla inerme. Tra i caduti durante le dimostrazioni e quelli prelevati dalle loro abitazioni e uccisi nei giorni seguenti, i morti furono circa 3000. (more…)

        Giuseppe Guidolin