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Giangi Milesi

Myanmar, paese dimenticato


Era necessaria l’inaspettata rivolta pacifica dei monaci per portare finalmente l’attenzione dei media e della comunità internazionale questo paese dimenticato.
Eppure in Myanmar - nuovo nome della Birmania dal 1989 per volontà della giunta militare - c’è una grave emergenza sanitaria paragonabile ad alcune aree dell’Africa Subsahariana a causa di mancanza di servizi, povertà, arretratezza economico-culturale, disinformazione.
La malaria è la principale causa di morte, in particolare nelle zone rurali, in cui si registra oltre il 70% dei casi. La maggioranza degli abitanti delle aree rurali appartiene a gruppi di minoranze etniche che risiedono in villaggi collinari dove durante le ore notturne l’insidiosa zanzara anofele entra in azione. Qui la mancanza di conoscenze sanitarie, le scarse condizioni igieniche, la diffusione della malaria e la povertà causano nel 70% delle donne anemia, e questo è causa di complicazioni molto serie nel caso delle donne gravide. Particolarmente allarmante è inoltre il tasso di mortalità infantile e quello dei bambini al di sotto dei cinque anni di età.
Problemi che affliggono la popolazione birmana che purtroppo non appaiono mai sulle prime pagine dei quotidiani, affollate esclusivamente dagli aspetti politici della crisi birmana che prima che politica è soprattutto una grande emergenza umanitaria di enormi dimensioni.
Cesvi, prima organizzazione italiana ad operare in Myanmar, dal 2001 è impegnata in prima linea con un programma di lotta alla malaria e alla malnutrizione infantile, emergenze che in questo Paese raggiungono livelli pesantissimi, tra i più alti di tutto il Sud-est asiatico.
Abbiamo iniziato nella zona di Mandalay e dal 2004 siamo attivi anche al nord-est del Paese, nel Northen Shan State.
In queste aree, il fatto che le zanzare stiano sviluppando una resistenza agli insetticidi, associato all’aumento del fenomeno migratorio di individui che spesso non hanno sviluppato l’immunità alla malattia, ne stanno aumentando la trasmissibilità e fanno temere il pericolo dell’esplosione di epidemie.
Il nostro intervento ha lo scopo di dimezzare il tasso di mortalità per malaria nelle zone rurali più remote distribuendo zanzariere impregnate di insetticida naturale secondo un protocollo che abbiamo già positivamente sperimentato in altre aree endemiche del Sud-est asiatico e africane.
Il nostro lavoro raggiunge oltre 72 mila persone in 150 villaggi appartenenti a 5 diverse “province” (township). Cinque team composti da un medico, un infermiere, un microscopista e un assistente sanitari, tutti locali, svolgono interventi medici in cliniche rurali posizionate vicini a vie di comunicazione e mercati o comunque facilmente raggiungibili mentre una clinica mobile raggiunge le popolazioni dei villaggi più remoti.
Il nostro obiettivo è offrire a tutti l’accesso alla diagnosi e al trattamento della malaria e a diffondere una maggiore consapevolezza circa le caratteristiche della malattia, la sua diffusione e le modalità di prevenzione. Molti credono che la malaria sia provocata dagli spiriti e si lascia curare con forme di medicina locale a base di erbe, assolutamente inefficaci.
Per questo all’intervento sanitario viene sempre affiancata un’intensa attività di sensibilizzazione attraverso incontri di formazione sull’uso delle zanzariere impregnate e i modi per fronteggiare la malnutrizione e denutrizione infantile.
Perché combattere una malattia vuol dire prima di tutto esserne consapevoli e conoscere le cause e modi di prevenirla.
La partecipazione della popolazione è sempre maggiore a dimostrazione che il nostro intervento funziona. Oggi l’80% della popolazione conosce appieno le cause della malaria e i metodi per prevenirla, inoltre la morbilità dei bambini con meno di 9 anni è scesa dal 25 all’8,6%. Ciò significa che abbiamo ridotto il livello di endemicità della malaria del 75%.
Il nostro intervento ha mostrato che la malaria può essere controllata, prevenuta e trattata nelle zone rurali prima che le persone infette si rechino nelle strutture sanitarie in città, proprio perché la risposta concreta sta nell’intervento diretto nelle campagne.
Ora sta per partire un nuovo progetto di sicurezza alimentare ma il nostro “sogno nel cassetto” è allargare l’intervento anche alle altre due grandi piaghe che affliggono il Paese: la tubercolosi e l’Aids.

Giangi Milesi

Presidente del Cesvi, associazione indipendente italiana per la cooperazione e lo sviluppo internazionale. Già consulente aziendale di marketing communication, negli anni Novanta ha iniziato a lavorare come volontario del Cesvi ideando e dirigendo numerose iniziative di relazioni pubbliche e lanciando le campagne di "pubblicità positiva": Per un mondo a colori (Canale 5, 1992), SOS Nord Corea (campagna di raccolta fondi ospitata da tutte le reti televisive e i network radiofonici, 1997/98); Il pianeta casa comune (campagna educational sulla globalizzazione, patrocinata da Pubblicità Progresso e ospitata da Rai, Mediaset, quotidiani, periodici e affissioni, 1999/2001). Socio professionista della Federazione Relazioni Pubbliche, è iscritto all'Ordine dei Giornalisti come pubblicista ed è consigliere nazionale dell'Associazione Italiana Fundraiser.