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Andrea Nicastro

Killer e giustizia


Chi di noi non ha mai pensato di assoldare un killer per far fuori qualcuno? Non fate i puri, sicuramente sarà capitato anche a voi: un amante traditore, un capo insopportabile, un vicino antipatico. “Paghiamo un killer per farlo fuori!” è una battuta diffusa negli ambienti lavorativi, nei confronti di dirigenti poco amati. E si sa, dietro le battute c’è sempre un fondo di verità.
Non lo facciamo perché non è sicuro. Non viviamo nella Chicago di Al Capone e sappiamo benissimo che, se catturato, il killer farebbe il nostro nome in qualità di mandante. Sappiate però che se volete uccidere qualcuno sicuri di non essere condannati, un metodo c’è: causate un incidente stradale. Non si tratta di istigazione alla malavita, ma di una riflessione sulla giustizia dei nostri tempi.
Ho perso un amico. Un uomo ha lanciato la sua auto come un proiettile e ha colpito in pieno Alessio e la sua meravigliosa famiglia. Quest’uomo, che ha trasformato l’autostrada in un’arma, guidava in stato di ebbrezza. Già altre volte era stato fermato con un tasso alcolemico troppo elevato e dopo tre giorni dalla tragedia era già agli arresti domiciliari. Si sa come vanno le cose: ci sarà un processo e, se pure ci sarà una condanna, sarà breve. Presto quell’uomo potrà tornare a guidare. E a bere.
Chi ha vissuto queste esperienze sa che cosa si prova in queste occasioni. Io ho dovuto fronteggiare la rabbia dolorosa della sorella di Alessio e ho cercato di raccoglierla con tutto il mio affetto. E a chi, con amore, raccoglieva il mio dolore, ho dovuto ricordare il significato profondo di civiltà. Da molti, con sgomento, ho sentito dire che, se fosse capitato a loro, si sarebbero fatti giustizia da soli. Invocando, in taluni casi, la pena di morte. Ho dovuto richiamare le più profonde radici illuministe della nostra cultura, fare appello ai pensieri fondatori della civiltà moderna, quelli di Voltaire, Jean-Jacques Rousseau, Cesare Beccaria per affrontare i sentimenti e le opinioni che mi travolgevano.
Non voglio vedere morto quell’uomo. Non darebbe consolazione e non restituirebbe alla vita Alessio, Silvia e Nikolas. Sapere però che non tornerà più a guidare, che non ci sarà più la possibilità, almeno da parte sua, di replicare quel che ha fatto, darebbe conforto. Avere giustizia è l’esigenza che nasce sia per la memoria di chi non c’è più, sia per riuscire ad andare avanti. La mancanza di giustizia può avere conseguenze spaventose, portando alla deriva quelli che sono i fondamentali della nostra civiltà moderna. La ragione ha tramutato un naturale moto dell’animo, il desiderio di giustizia, in una forma più evoluta, creando il sistema di legalità. E’ importante che questa legalità sia salvaguardata, altrimenti saranno minate le radici del vivere sociale. La sfiducia nella giustizia riporta a galla gli istinti più primitivi, la legge del taglione, azzera secoli di faticosa costruzione di un vivere più civile, più evoluto e fa nascere desideri di vendetta grossolani.
Non voglio vendere la mia civiltà per una vendetta che non darà consolazione. Vorrei però che questa civiltà, che è il bene più prezioso che l’uomo ha conquistato nella sua storia, fosse tutelata e portata avanti. Con i dovuti atti di giustizia.

L’articolo fa riferimento al tragico incidente in cui ha perso la vita Alessio Peci e la sua famiglia: Padova. Esce dal carcere l’ubriaco che
ha distrutto la famiglia in autostrada
| Gazzettino (26 aprile 2010)

I sentimenti dei bambini in affidamento


Mi chiamo Luisa, sono una bambina bionda di otto anni, e ho avuto la sfortuna di nascere in una famiglia che non mi ha curata. Peggio, ha abusato di me. Mesi e anni di carenza d’amore. Di tristezza abbandonica. Tanta trascuratezza e dolore che, alla fine, i servizi sociali, su parere del Tribunale per i Minori, m hanno portata via dalla mia casa – temporaneamente – per mettermi in comunità, dove il cibo c’è e il vestiario è pulito. Ma dove a tre anni non puoi non sentirti sola. Sono passati mesi ed anni. La solitudine è diventata una corazza di sfiducia. “Se la mamma non mi ha voluto bene, se mi ha abbandonato, di chi altri mi potrò fidare?”.
Immaginate che una coppia gentile al vostro quinto compleanno sia venuta a prendervi, e da allora si prenda cura di voi. Una coppia “affidataria”: così vi hanno detto. Conserverete il vostro cognome. Loro vi vorranno bene “a tempo”, per legge. Perché prima o poi tornerete a casa dai vostri veri genitori. Voi li sfidate, li mettete alla prova, fate i capricci. Non ci si può fidare, dopo essere stati soli così tanto. Ma lei, quella che farebbe la mamma, ma solo per un po’, vi piace. E’ simpatica, fa delle ricette stranissime. E poi le storie che vi racconta alla sera, prima di dormire, non ve le ha mai raccontate nessuno. Non glielo dite, ma siete orgogliosi di camminare per la strada tenendole la mano. E lui, quello che farebbe il papà e vi insegna ogni cosa, è buonissimo (lo sentite a pelle) e ride con gli occhi. Insieme a Natale vi hanno fatto il regalo più bello del mondo: siete andati al canile, per scegliere un cagnolino solo che cercasse anche lui una famiglia. E voi lo sapete bene, cosa vuol dire sentirsi abbandonati. Quel bastardino zoppo vi ha preso il cuore.”Questo”, avete detto. E “Tavor” è diventato il vostro compagno di giochi preferito. Sono passati tre anni. Quella è la mamma che volete, quello il papà di cui, adesso, vi fidate, perché vi capisce, senza tanto parlare, ancor più della mamma. E Tavor è il cane della vostra famiglia e capisce più di tutti. A scuola siete la prima della classe, le maestre sono contente. Ma un brutto giorno, la mammastra piange. E il babbastro ha gli occhi rossi e non ha coraggio di guardarvi. Purtroppo, vi dicono, non possiamo più stare con te. L’affido è finito, sei stata dichiarata “adottabile”. Un’altra famiglia ti vorrà bene. “Ma io voglio stare qua, con voi!”. Niente da fare. Tornano quelli dei servizi sociali e ti portano nella nuova famiglia. Nessuno ti ha chiesto: “Tu, dove vuoi stare? Dove ti senti a casa? Dove hai trovato due genitori buoni?”.
E Tavor, nemmeno il mio cagnolino è potuto venire con me. Ho urlato, pianto. “Si calmerà” sentivo dire. Il mondo è nero adesso, nero. Come mi sento? Abbandonato, orfano per legge. Perché la mia mammastra e il babbastro non mi hanno difeso? Perché non mi hanno tenuto? E allora li odio…
In realtà, noi due, genitori affidatari, siamo disperati quanto te, Principessa Luisa. Abbiamo fatto di tutto, ma non c’è stato verso. Per legge, i genitori affidatari non possono adottare in via definitiva il bambino che sia stato dichiarato adottabile. Lo sapevamo prima che era un amore a termine. Per legge. Ma tu, bambina mia, non sai che esiste questa legge. Per te c’è un’unica disperazione: anche noi ti abbiamo abbandonato.
Amici miei, questa è una storia paradigmatica, come centinaia di altre, purtroppo. I genitori affidatari non possono adottare, se non in casi particolarissimi. Se ritenete, che il diritto di un bambino, dichiarato adottabile, debba salvaguardare in prima linea l’affetto, l’amore, la tenerezza, che nel frattempo si sono creati con la coppia affidataria, considerate la petizione al Parlamento che propone di aggiungere un piccolo inciso in calce all’articolo 4, comma 5, della Legge 149 del 2001, sull’affido:”Qualora l’affidamento di un minore si risolva in un’adozione a causa del mancato recupero della famiglia d’origine, vanno protetti, salvo particolari e motivate eccezioni, i rapporti che nel frattempo si siano costituiti”. Per farlo, su Internet andate sul sito: www.lagabbianella.org. Io ho firmato. L’opposto dell’amore non è l’odio. E’ l’indifferenza. Immaginate di essere quella bambina.