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Aspettando un premier 2.0


Sembra poco credibile, dopo la tempesta mediatica del V-day, ma probabilmente la polemica Grillo politico–Grillo antipolitico manca ancora di una modesta, ma ulteriore chiave di lettura.

Se l’aspetto più interessante, almeno in questa sede, non è tanto Grillo ma l’effetto dirompente della rete sulla politica, quello che non si riesce ancora a formulare un modello in cui la rete possa governare al posto della politica come oggi noi la intendiamo.

In questi giorni abbiamo sotto gli occhi la dimostrazione che la rete è uno strumento impareggiabile per arrivare a quell’obiettivo che movimenti politici dalla Lega a Forza Italia sono riusciti a cogliere solo dopo anni di sforzi: muovere le masse.
Anche con Grillo – se sia più politico o più comico non ha molta rilevanza – il punto di partenza è l’attacco al sistema di potere imperante.

Anche per Grillo, come per chi l’ha preceduto, sta arrivando o arriverà il momento di passare alla fase costruens. L’avventura del comico genovese può ora contare su un invito a creare liste civiche alle prossime elezioni amministrative, ma lo scorso anno prevedeva già le primarie dei cittadini, attraverso la costruzione di un programma condiviso: un grande successo di comunicazione online un misero fallimento politico.

L’arma in più di Grillo è dunque la rete, che smaschera il limiti del sistema attuale, ma non riesce ancora a sostituirlo con qualcosa di nuovo e forse migliore.

Il sistema è ormai inadeguato. L’individuo è inadeguato. È quello che il sociologo americano Alvin Toffler nel lontano 1970 chiamava Future Shock. Non siamo più in grado di affrontare la complessità di quello che ormai è diventato il nostro presente: non ne abbiamo il tempo né le competenze.
E la rete così idilliacamente vicina alla democrazia ateniese, non sa dare ancora una risposta. L’intelligenza collettiva può creare delle linee guida condivise, può creare programmi politci, wikiprogrammi, che nascano da contributi diversi obiettivi diversi, valori diversi per coagularsi attorno a un interesse collettivo che non coincide necessariamente con l’interesse di qualcuno individualmente.

È qui che emerge l’inadeguatezza della rete per fare politica. La politica così come strutturata oggi, è fatta da persone, individui, non da intelligenze collettive.
Anche nella concretizzazione più semplice del fare politica, gli enti locali, è la forza della persona a rendere efficiente il sistema decisionale. Il comune funziona, se l’individuo, il sindaco può decidere autonomamente, con una maggioranza forte e compatta. È la logica della riforma della legge elettorale per gli enti locali, del maggioritario, dell’elezione diretta del sindaco, del governatore della regione e quella tanto agognata del premier.

Per far funzionare la macchina da John Stuart Mill in avanti si scommette tutto sul concetto di rappresentanza. Ma dietro i paludamenti democratici dell’elezione diretta del leader si nasconde la rinuncia a decidere nel proprio futuro e del proprio presente, in cambio di una scelta periodica del decisore. Il sindaco, il governatore, il premier hanno un tempo limitato per stare al governo. Prima o poi dovranno affrontare le urne, è vero, ma nel frattempo potranno decidere liberamente indipendentemente dal programma che ci si è dati, per quanto valido e condiviso esso sia.

Da qui la sostanziale inutilità del programma dell’Ulivo, del contratto con gli italiani di Berlusconi o anche delle primarie dei cittadini di Grillo. Inutili sul versante decisionale anche se con una forte valenza di marketing poliitico o marketing elettorale, come per il decalogo berlusconiano. Non a caso quello più efficace dal punto di vista comunicativo è proprio quest’ultimo, quello che più si allontana da una elaborazione collettiva.

Il sistema parlamentare è un ibrido: scommette tutto sulle scelte collettive di un numero limitato di intelligenze rappresentative. Manca, però, della massa critica per funzionare. Paradossalmente perché funzioni veramente in modo collettivo il sistema ha bisogno di risorse potenzialmente infinite, con buona pace di Sergio Rizzo, di Gian Antonio Stella e dei fustigatori casta politica. Nella direzione inversa meno sono i decisori, più facilmente funziona il sistema, con buona pace di giacobini e socialisti (intesi in senso storico).

Con pochi parlamentari – e nell’ottica della rete un migliaio di politici sono un nulla – non potranno mai fondere in modo omogeneo, se non occasionalmente, i propri interessi e i propri valori. Il risultato è il sostanziale blocco parlamentare che stiamo vivendo in questi giorni. Tra il decisionismo del leader che ispira la casa delle libertà e il sostanziale caos democratico che pervade l’attuale maggioranza di governo, c’è la simil-democrazia di un nascente partito democratico, in cui il popolo del centro sinistra è chiamato a ratificare plebiscitariamente il candidato designato dalle vecchie segreterie.

Bloccati in questa empasse, non ci resta che aspettare l’avvento di un wikipolitico, di un presidente del consiglio 2.0, in grado di rinunciare alla propria individualità per seguire le indicazioni della rete. La classica testa di legno dietro la quale non si cela questa volta una lobby, ma una collettività molto più estesa, quasi universale. Sostanzialmente, per ora, un’utopia tecnologica e umanistica.
Non c’è poi da illudersi, anche se questo fosse possibile, la rete seppur democratica non significa libertà assoluta. La rete, ogni rete, ha le sue leggi che sono matematiche, ormai codificate e conosciute a partire dai ponti di Königsberg di Eulero o più recentemente da quel Collective dynamics of small-world networks pubblicato nel 1998 da Watts e Strogatz su Nature.

La rete vive di emozione ed empatia e come il successo di Beppe Grilllo sta dimostrando è possibile influenzare, incanalare e costruire il consenso.

Per chi conosce e sa usare queste leggi, la rete non si può controllare, ma si può gestire (forse il termine management è meno prosaico) e sempre di più ne sono consapevoli i centri di potere tradizionali. Lo dimostrano gli scandali estivi che hanno coinvolto la Cia e il Vaticano: pare siano state modificate alcune voci di wikipedia, dalla prima aggiungendo sarcastici commenti sul presidente dell’Iran, Mahmoud Ahmadinejad, dal secondo modificando imbarazzanti particolari su Gerry Adams, il capo del partito cattolico nord irlandese Sinn Fein.

Santa rete, ora pro nobis.

La politica del Web


Gli effetti del V-Day sono stati una sequela di accese critiche a favore o contro il comico genovese e le sue “sparate” e in molti dei sani vecchia media generalisti tradizionali si sono prodigati vestiti di novità attraverso i loro blog a insegnarci “cosa” o “cosa non è il web” e se l’uso che ne fa Grillo sia adeguato ai loro schemi mentali in merito o meno.

Quello che non muta è però il metro cognitivo attraverso il quale giudichiamo il web e operiamo attraverso il web.
Parlando proprio a proposito del blog di Beppe Grillo, Nicola Bruno sul Blog di Panorama ritraduce efficacemente questa sorta di ri-mediazione in atto:

“…il fenomeno Grillo fa storia a sé. E non perché si tratti di qualcosa di innovativo e rivoluzionario, come lo stesso Grillo vuol fare intendere. Semmai è vero proprio il contrario: dietro la facciata scintillante di Internet, troviamo una miscela esplosiva di modalità interattive vecchie e nuove, al tempo stesso aperte e chiuse. Non è comunicazione di massa, ma neanche questo gran salto verso il futuro. […] Piuttosto, la costruzione di un brand eccezionale, dove la pur giusta indignazione e denuncia sociale convive con le logiche dello star-system e del marketing più aggressivo: libri e dvd da comprare online, il magazine personale, spot, inni e finanche un logo per le liste civiche”

Certo, l’incongruenza salta agli occhi, mentre leggiamo queste righe, circondate sul blog di Panorama da una nutrita serie di banner e offerte commerciali. In questo il nuovo blog di Panorama non è certo diverso dal “brand ben costruito” di Grillo né meno connivente con le logiche dello star-system. Ma non lo sono nemmeno il blog de l’Espresso o i blog offerti sulla rete da altri organi di informazione generalista. Anzi, verrebbe da chiedersi sostanzialmente in che misura questi ultimi differiscono - dal punto di vista del linguaggio - dai rispettivi portali tradizionali di notizie online salvo l’aggiunta in calce ad ogni articolo di un timido link alla partecipazione personale del lettore (”Che ne pensi?”) o qualche sondaggio. Il problema di fondo è che si vuole far calzare il modello della comunicazione sul web (molti-a-molti) il modello informativo che risponde alle logiche dei mass media (uno-a-molti).
E’ un problema di riorganizzazione mentale: si tratta di entrare nella logica che colui che fino a oggi abbiamo considerato un lettore sta diventando l’attore principale del processo informativo, il responsabile del proprio palinsesto cognitivo, il regista e l’organizzatore dei contenuti di cui fruisce, in pratica: un “produttore” di informazione oltre che un “consumatore”.

A titolo esemplificativo, ricordo che durante una lezione all’Università di Padova, Davide Casaleggio, che fa parte di Casaleggio Associati - la società che gestisce per conto di Grillo i contenuti del suo blog - chiamato a presentare proprio un case study sul sito web del comico, sottolineò con una punta di orgoglio la media di seimila commenti al giorno che arrivavano e venivano pubblicati sul blog, allorchè uno studente alzò immediatamente la mano e chiese come fosse possibile gestire una quantità così enorme di commenti senza che buona parte di questi rischiassero di diventare rumore di fondo, overload informativo e quindi sostanzialmente spam sulla rete. Una risposta esauriente non ci fu e lo studente si rimise a sedere poco convinto. L’orgoglio del relatore, in realtà, tradì la realtà sostanziale del problema, dal momento che la logica del web non risponde più ai criteri quantitativi delle emittenti generaliste sempre tese a promuovere un’azione di massa, bensì a promuovere l’azione ristretta del singolo. Ma l’azione ristretta è una rivoluzione antropologica di lungo corso, oggi difficile da accettare consapevolmente perchè si oppone alla pretesa di pochi di rappresentare una globalità. Il valore dell’azione ristretta sta nel fatto che “parla a tutti perchè non pretende di parlare di tutti” (Miguel Benasayag, Contro il niente, Feltrinelli, Milano, 2005).
Il web è luogo di esperienza e abilità, dove vengono ridefiniti volta per volta i linguaggi e gli equilibri secondo principi di associazione che rispecchiano più le logiche dei sistemi auto-organizzanti (dal basso verso l’alto) che non quelle gerarchiche (dall’alto verso il basso).
Una logica di sciame, per così dire, alla maniera delle colonie di insetti, in cui le scelte operative e sociali del singolo non fanno riferimento a una direttiva che viene dall’alto, ma alla situazione contingente: pensa e agisce localmente, ma l’azione collettiva produce comportamento globale.
Una forma straordinaria di organizzazione distribuita è rappresentata dai movimenti di protesta cosiddetti no-global: piccoli gruppi indipendenti generatisi sulla base di affinità di pensiero in merito a cause specifiche - antinucleare, ambiente, problemi del lavoro - che si radunano di tanto in tanto, per così dire, in gran consiglio e ogni gruppo elegge un proprio membro a rappresentanza dei suoi interessi. Non esiste un capo assoluto.
Non è un caso che l’immagine che ci è stata restituita dalle proteste di questi movimenti non è la stessa che ci ha restituito il V-Day o altre tradizionali proteste di piazza. Non c’è un protagonista che declama dal palco e una folla uniforme protesa e osannante, ma tanti gruppi eterogenei che si esprimono individualmente anche secondo modalità creative diverse: sit-in, performance artistiche, travestimenti… .
Secondo Naomi Klein il movimento No-Global

“è un modello di attivismo che rispecchia i percorsi organici, decentralizzati ed interconnessi di Internet: Internet è diventata un soggetto vivente […] le tecnologie della comunicazione stanno plasmando il movimento nella sua stessa immagine e ragnatela. […] I gruppi rimangono autonomi ma il loro coordinamento internazionale è agile e per i loro bersagli spesso ciò è devastante […] Una volta nel circuito, nessuno deve rinunciare alla propria individualità in favore di una struttura più ampia: come con tutte le cose on-line, siamo liberi di entrare ed uscire, prendere quello che vogliamo e cancellare quel che non ci interessa, al pari di Internet le reti sia di organizzazioni non governative che di reti di affinità sono sistemi espandibili all’infinito” (Naomi Klein, Recinti e finestre, Baldini e Castoldi)

Tuttavia, questa forma di intelligenza collettiva può originarsi solo sulla base di pochi, basilari principi comuni istituiti dagli stessi gruppi. I movimenti antiglobalizzazione hanno appena cominciato a istituire delle regole per far dialogare le proprie cellule e nel web le piattaforme sociali cominciano a costituirsi attorno a regole condivise di comportamento e partecipazione.

In conclusione, l’accentramento che Grillo opera attraverso il suo blog attorno al culto della propria personalità, ponendo sotto un unico emblema le proprie cellule, i Meetup, e richiamandole all’azione istituendo un bollino di garanzia, pone sostanzialmente Grillo al di fuori delle logiche auto-organizzanti del web e lo restituisce, in buona parte, a quelle verticistiche della comunicazione di massa. E questo anche se usa Internet, di cui si ritiene un valido promotore, perchè non è solo una questione di tecnologie da utilizzare, ma anche di modelli mentali.
E lo stesso potremmo dire dei blog, come quello di Panorama, citati all’inizio: è necessario che chi vuol fare informazione diventi promotore di una costante rielaborazione e selezione delle risorse culturali, il garante della validità e rilevanza delle informazioni, l’artefice di nuove forme di distribuzione e gestione della conoscenza, di nuove pratiche comunicative e nuovi linguaggi che facciano della cultura uno spazio di elaborazione del sapere collettivo e non una mera trasmissione verticale, assoluta e lineare dell’ informazione. In parole povere, non si tratta più di fornire informazione, ma di offrire strumenti agli utenti affinchè se la possano costruire da soli. Il resto è pensiero collettivo.

The V-Day After: Grillo politico o antipolitico?


L’exploit di Beppe Grillo col V-Day, e tutto ciò che ne è seguito danno voce al malessere democratico dell’uomo comune secondo orientamenti ideologici che cercano di dare un senso all’insoddisfazione generale, ma che rischiano invece di ingabbiarlo nei soliti schemi demagogici del populismo e dell’antipolitica. E se invece il V-Day s’inserisse all’interno di un reale cambiamento politico in atto?

Il crescente sentimento di sfiducia e malcontento espresso dall’uomo comune nei confronti dell’attuale sistema politico italiano sta assumendo forme sempre più orientate all’astio e al rigetto perenne di ciò che viene già da tempo comunemente definito un “teatrino politico”.
Il V-Day, l’ultimo exploit di Beppe Grillo, e tutto ciò che ne è seguito - le nuove iniziative intraprese i giorni successivi dal comico attraverso il suo blog e i fiumi di parole e dichiarazioni che media e personaggi politici hanno riversato sull’evento - si inseriscono in questo corso facendo appello al risentimento comune secondo orientamenti ideologici che cercano di dare un senso all’insoddisfazione generale e rischiano però di ingabbiarlo nei soliti schemi demagogici del populismo e dell’antipolitica.
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