La politica del Web




Gli effetti del V-Day sono stati una sequela di accese critiche a favore o contro il comico genovese e le sue “sparate” e in molti dei sani vecchia media generalisti tradizionali si sono prodigati vestiti di novità attraverso i loro blog a insegnarci “cosa” o “cosa non è il web” e se l’uso che ne fa Grillo sia adeguato ai loro schemi mentali in merito o meno.

Quello che non muta è però il metro cognitivo attraverso il quale giudichiamo il web e operiamo attraverso il web.
Parlando proprio a proposito del blog di Beppe Grillo, Nicola Bruno sul Blog di Panorama ritraduce efficacemente questa sorta di ri-mediazione in atto:

“…il fenomeno Grillo fa storia a sé. E non perché si tratti di qualcosa di innovativo e rivoluzionario, come lo stesso Grillo vuol fare intendere. Semmai è vero proprio il contrario: dietro la facciata scintillante di Internet, troviamo una miscela esplosiva di modalità interattive vecchie e nuove, al tempo stesso aperte e chiuse. Non è comunicazione di massa, ma neanche questo gran salto verso il futuro. […] Piuttosto, la costruzione di un brand eccezionale, dove la pur giusta indignazione e denuncia sociale convive con le logiche dello star-system e del marketing più aggressivo: libri e dvd da comprare online, il magazine personale, spot, inni e finanche un logo per le liste civiche”

Certo, l’incongruenza salta agli occhi, mentre leggiamo queste righe, circondate sul blog di Panorama da una nutrita serie di banner e offerte commerciali. In questo il nuovo blog di Panorama non è certo diverso dal “brand ben costruito” di Grillo né meno connivente con le logiche dello star-system. Ma non lo sono nemmeno il blog de l’Espresso o i blog offerti sulla rete da altri organi di informazione generalista. Anzi, verrebbe da chiedersi sostanzialmente in che misura questi ultimi differiscono - dal punto di vista del linguaggio - dai rispettivi portali tradizionali di notizie online salvo l’aggiunta in calce ad ogni articolo di un timido link alla partecipazione personale del lettore (”Che ne pensi?”) o qualche sondaggio. Il problema di fondo è che si vuole far calzare il modello della comunicazione sul web (molti-a-molti) il modello informativo che risponde alle logiche dei mass media (uno-a-molti).
E’ un problema di riorganizzazione mentale: si tratta di entrare nella logica che colui che fino a oggi abbiamo considerato un lettore sta diventando l’attore principale del processo informativo, il responsabile del proprio palinsesto cognitivo, il regista e l’organizzatore dei contenuti di cui fruisce, in pratica: un “produttore” di informazione oltre che un “consumatore”.

A titolo esemplificativo, ricordo che durante una lezione all’Università di Padova, Davide Casaleggio, che fa parte di Casaleggio Associati - la società che gestisce per conto di Grillo i contenuti del suo blog - chiamato a presentare proprio un case study sul sito web del comico, sottolineò con una punta di orgoglio la media di seimila commenti al giorno che arrivavano e venivano pubblicati sul blog, allorchè uno studente alzò immediatamente la mano e chiese come fosse possibile gestire una quantità così enorme di commenti senza che buona parte di questi rischiassero di diventare rumore di fondo, overload informativo e quindi sostanzialmente spam sulla rete. Una risposta esauriente non ci fu e lo studente si rimise a sedere poco convinto. L’orgoglio del relatore, in realtà, tradì la realtà sostanziale del problema, dal momento che la logica del web non risponde più ai criteri quantitativi delle emittenti generaliste sempre tese a promuovere un’azione di massa, bensì a promuovere l’azione ristretta del singolo. Ma l’azione ristretta è una rivoluzione antropologica di lungo corso, oggi difficile da accettare consapevolmente perchè si oppone alla pretesa di pochi di rappresentare una globalità. Il valore dell’azione ristretta sta nel fatto che “parla a tutti perchè non pretende di parlare di tutti” (Miguel Benasayag, Contro il niente, Feltrinelli, Milano, 2005).
Il web è luogo di esperienza e abilità, dove vengono ridefiniti volta per volta i linguaggi e gli equilibri secondo principi di associazione che rispecchiano più le logiche dei sistemi auto-organizzanti (dal basso verso l’alto) che non quelle gerarchiche (dall’alto verso il basso).
Una logica di sciame, per così dire, alla maniera delle colonie di insetti, in cui le scelte operative e sociali del singolo non fanno riferimento a una direttiva che viene dall’alto, ma alla situazione contingente: pensa e agisce localmente, ma l’azione collettiva produce comportamento globale.
Una forma straordinaria di organizzazione distribuita è rappresentata dai movimenti di protesta cosiddetti no-global: piccoli gruppi indipendenti generatisi sulla base di affinità di pensiero in merito a cause specifiche - antinucleare, ambiente, problemi del lavoro - che si radunano di tanto in tanto, per così dire, in gran consiglio e ogni gruppo elegge un proprio membro a rappresentanza dei suoi interessi. Non esiste un capo assoluto.
Non è un caso che l’immagine che ci è stata restituita dalle proteste di questi movimenti non è la stessa che ci ha restituito il V-Day o altre tradizionali proteste di piazza. Non c’è un protagonista che declama dal palco e una folla uniforme protesa e osannante, ma tanti gruppi eterogenei che si esprimono individualmente anche secondo modalità creative diverse: sit-in, performance artistiche, travestimenti… .
Secondo Naomi Klein il movimento No-Global

“è un modello di attivismo che rispecchia i percorsi organici, decentralizzati ed interconnessi di Internet: Internet è diventata un soggetto vivente […] le tecnologie della comunicazione stanno plasmando il movimento nella sua stessa immagine e ragnatela. […] I gruppi rimangono autonomi ma il loro coordinamento internazionale è agile e per i loro bersagli spesso ciò è devastante […] Una volta nel circuito, nessuno deve rinunciare alla propria individualità in favore di una struttura più ampia: come con tutte le cose on-line, siamo liberi di entrare ed uscire, prendere quello che vogliamo e cancellare quel che non ci interessa, al pari di Internet le reti sia di organizzazioni non governative che di reti di affinità sono sistemi espandibili all’infinito” (Naomi Klein, Recinti e finestre, Baldini e Castoldi)

Tuttavia, questa forma di intelligenza collettiva può originarsi solo sulla base di pochi, basilari principi comuni istituiti dagli stessi gruppi. I movimenti antiglobalizzazione hanno appena cominciato a istituire delle regole per far dialogare le proprie cellule e nel web le piattaforme sociali cominciano a costituirsi attorno a regole condivise di comportamento e partecipazione.

In conclusione, l’accentramento che Grillo opera attraverso il suo blog attorno al culto della propria personalità, ponendo sotto un unico emblema le proprie cellule, i Meetup, e richiamandole all’azione istituendo un bollino di garanzia, pone sostanzialmente Grillo al di fuori delle logiche auto-organizzanti del web e lo restituisce, in buona parte, a quelle verticistiche della comunicazione di massa. E questo anche se usa Internet, di cui si ritiene un valido promotore, perchè non è solo una questione di tecnologie da utilizzare, ma anche di modelli mentali.
E lo stesso potremmo dire dei blog, come quello di Panorama, citati all’inizio: è necessario che chi vuol fare informazione diventi promotore di una costante rielaborazione e selezione delle risorse culturali, il garante della validità e rilevanza delle informazioni, l’artefice di nuove forme di distribuzione e gestione della conoscenza, di nuove pratiche comunicative e nuovi linguaggi che facciano della cultura uno spazio di elaborazione del sapere collettivo e non una mera trasmissione verticale, assoluta e lineare dell’ informazione. In parole povere, non si tratta più di fornire informazione, ma di offrire strumenti agli utenti affinchè se la possano costruire da soli. Il resto è pensiero collettivo.



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Commenti dei lettori

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    Articolo molto interessante. Proababilmente si ricorda di me, mi sono laureato con lei con una tesi sulle communities online nel 2006. Al momento scrivo da Helsinki, dove adesso studio, e ho intenzione di scrivere una tesi sul Web 2.0. Tutta la discussione sul fenomeno Grillo è davvero interessante dal punto di vista “dell’eveluzione del mezzo”. Magari mi riservo qualche commento extra per un orario più decente ;)

    Caro Professore,
    mi permetto l’appellativo perché sembra che lei sia, per l’appunto, un Professore.

    Interessanti tesi; sto seguendo il dibattito su internet e i nuovi modelli cognitivi un po’ da fuori, sa.. ho ormai una certa età.

    Veda, nell’ultimo capoverso del suo articolo lei mette in file concetti altissimi, me lo consenta, come informazione, cultura, linguaggi, conoscenza.

    La sua tesi di fondo mi sembra sia: internet prende l’informazione così come nota in epoca di mass media e la parcellizza, moltiplica, replica e riorganizza in palinsesti personalizzati di fruitori-elaboratori.

    Vede però, ora io le scrivo e il mio commento andrà sotto il suo articolo. ‘Sotto’ è un ordine, da sopra a sotto, verticale. Per definizione è gerarchico, non crede? Allora se internet è una ‘tavola rotonda’ non sarebbe meglio procedere orizzontalmente, oppure circolarmente?

    Oltre a una considerazione direi quasi estetica vorrei che lei mi aiutasse a figurarmi un’altra e più importante dimensione della questione: ma quando lei dice che “chi vuole fare informazione diventi promotore […], garante […], artefice [..]” non sta parlando precisamente della figura professionale del giornalista?

    La saluto e, mi auguro, la aspetto.
    GP

    Caro GP, ritengo che le piattaforme di condivisione della conoscenza oggi offerte dal web siano ancora grezze. Questo è naturale, perchè vengono concepite e ingabbiate dal nostro modo di comunicare e dalle nostre mappe mentali: da secoli siamo abituati a organizzare e ordinare sempre il nostro pensiero in tassonomie predefinite, ordini sequenziali, lettere e numeri, date e territori. Anche una dimensione del non-luogo come il web finisce per essere così riorganizzata dall’uomo secondo gli stessi criteri spazio-temporali. Ciononostante sarebbe arduo pensare fin da subito a una svolta cognitiva in senso opposto: nessun mezzo di comunicazione che abbia esteso l’apparato cognitivo dell’uomo può considerarsi sopraffatto da un sistema successivo, quanto casomai ri-mediato e in tal senso il concetto di tavola rotonda dovrà comunque prescindere dal fatto che la scrittura è per sua struttura sequenziale. Ciò su cui la Redazione sta attualmente lavorando a livello strutturale è di inserire dei criteri trasversali di organizzazione dei commenti organizzandoli in thread e permettendo alla comunità di far scendere o salire un thread sulla base del rating.
    Ma veniamo alla seconda tua domanda. Certo che sì, mi riferisco alla figura professionale del giornalista. Temo che i giornalisti oggi non abbiano la percezione della trasformazione in atto, che non abbiano capito che la loro professione per come è concepita oggi potrebbe essere destinata a consumarsi. E non tanto perchè l’informazione stampata e tutti i mass media non costituiscono più la maggiore fonte di informazione o perchè l’informazione stampata sarà sempre in differita rispetto a quella “in tempo reale” della Rete. Non è nemmeno la gratuità dell’informazione il fattore discriminante, anzi un sondaggio dell’European Journaism Observatory dimostra che l’utenza sarebbe ben disposta a a pagare per avere accesso ai contenuti online, se questi offrono informazioni e servizi ad alto valore aggiunto che non riuscirebbero a raggiungere diversamente. Ne sono la dimostrazione il successo delle offerte on demand dei fornitori di servizi per la telefonia mobile e l’incredibile successo del sistema di distribuzione della musica online di Apple, in grado di far fronte senza problemi anche alle insidie del famigerato spettro della pirateria musicale (un settore quello della musica che ha sempre anticipato i tempi). Anche la pubblicità tradizionale che sostiene l’industria editoriale, è da tempo in crisi, ma colossi d’oltreoceano come Google e Yahoo ci hanno dimostrato che il loro fatturato pubblicitario cresce e a livelli invidiabili.
    Se andiamo a cercare i motivi del successo di queste operazioni scopriremo una realtà di fondo: tutte queste operazioni sono state centrate sui requisiti e le esigenze del singolo, non di una massa. E’ il singolo che seleziona l’informazione ed è direttamente responsabile del suo processo informativo. Google non esercita alcuna persuasione pubblicitaria, ma fa più fatturato di tutti gli altri siti che mettono banner a destra e a manca. Google lavora sulle scelte del singolo, s’inserisce sulle sue specifiche esigenze cercando di fornirgli informazioni utili. A titolo esemplificativo, se devo recarmi in un luogo e ne cerco l’indirizzo su Google Maps, il servizio mi restituisce anche la mappa dei negozi, degli hotel e la loro posizione nella zona. E’ un’informazione pubblicitaria mirata sulle scelte dell’utente finale che non percepisce la presenza del negozio o dell’hotel come intrusiva, ma come servizio utile. Il National Geographic ha intravisto subito l’occasione di promuoversi sulle mappe di Google distribuendo il proprio marchio nelle aree geografiche su cui può offrire delle informazioni utili.
    Qui si capovolge il modello di mercato dell’informazione così come lo abbiamo sempre concepito: un concetto di distribuzione che si trasforma in comunicazione e un consumo che diventa utilizzo on demand - non necessariamente gratuito - di beni e servizi.
    Da qui dobbiamo partire per cominciare a ripensare a un nuovo giornalismo. Il giornalista non solo deve continuare a essere l’attore di una costante rielaborazione e selezione delle risorse culturali, il garante della validità e rilevanza delle informazioni (ruolo molto importante in epoca di information overload), ma anche l’artefice di nuove pratiche comunicative, strumenti e linguaggi che rendano il giornalismo del domani uno spazio di elaborazione orizzontale e non verticale del sapere.

    Grande Ugo, gran bell’articolo. A proposito di intelligenza collettiva, consiglio “Preda” di Michael Crichton… è “solo” un romanzo ma la teoria che sta alla base è spiegata molto bene.
    Ciao

    Eh, Professore, lei ha passione, si legge.
    Certo, mi cita a sostegno delle sue argomentazioni cose che un po’ mi sfuggono, un po’ mi inquietano, un po’ mi irritano. Ma queste sono altri pensieri.. privacy (sa che c’è una parola italiana per esprimere il concetto?!…), pubblicità…
    Restiamo sull’interessante ruolo del giornalista.
    Confermo: se nel Tg della sera potessi vedere i soli servizi di Ennio Remondino e Vincenzo Mollica ne sarei lieto.
    Ma ampliando lo sguardo dal sè al sociale, mi sembra di capire che lei dica: i principi del giornalismo restano gli stessi, il modo di lavorare resta lo stesso, cambia la distribuzione del prodotto culturale “articolo”…
    Cioé io vado su Google, sulle mappe, mi cerco Londra e trovo un un pezzo dell’esperta di Musei che mi descrive l’ultima mostra al British Museum..
    Ho fatto il primo esempio che mi è saltato alla mente, ma in realtà diventa difficile per me ricomporre un’informazione distribuita con i temi del fruitore. Cioè io cerco Londra sulle mappe di Google, mi appare un video-report su.. su.. sul disagio sociale e i comportamenti antisociali, pare emergenza latente in Inghilterra… ma a me non interessa!
    La questione: come faccio a incrociare un giornalista così come ce lo siamo raccontato, gli ambienti della rete così come accennati da lei e i miei interessi? Dove si incontrano? Non è che questo processo lo organizzano i grandi editori? E allora siamo da capo.
    La aspetto.