L’Italia, gli immigrati e il complesso europeo: calpestare i diritti umani per sentirsi più forti
In un rapporto di 25 pagine sulle politiche migratorie in Europa, apparso a metà aprile, il Commissario europeo e comunitario per i diritti umani Thomas Hammarberg ha espresso, con una certa ricorrenza quello che compare come un “DEEP CONCERN”, ovvero come una profonda preoccupazione per quella che ha definito la “criminalizzazione sistematica degli immigrati”, un tema sul quale da almeno dieci anni insistono anche ricerche sociologiche italiane, da Dal Lago a Palidda, al mio “Farsi passare per italiani”.
In particolare, il commissario si è dichiarato “decisamente contrario ai rimpatri forzati verso Paesi con precedenti di tortura provati e di lunga durata, anche se le espulsioni avvengono sulla base di rassicurazioni diplomatiche”, come nel caso di alcuni tunisini che avevano fatto appello alla Corte europea per i diritti dell’uomo dimostrando le persecuzioni a cui erano sfuggiti, ma che sono stati, senza troppe perdite di tempo, drasticamente rimandati in patria dallo Stato italiano, prima che la Corte avesse tempo per emettere un giudizio. Qualcosa di molto simile a quanto accadde alle decne di migliaia di albanesi ammassate a Bari in un campo di calcio e che nel 1992 furono rimandati a casa sotto la falsa indicazione di un viaggio notturno verso altre destinazioni italiane. O come accaduto, di recente, ad Ancona e Venezia a due minori non accompagnati, i quali, al dilà dello status di rifugiato, avrebbero avuto diritto anche come immigrati irregolari di essere affidati ad una struttura adeguata sino alla maggiore età.
Perché è grave quanto è successo qualche giorno fa a Lampedusa con il rimpatrio forzato dei 227 immigrati in partenza della Libia? Per due motivi, essenzialmente: il primo ha a che vedere con l’arrivo e il secondo con la partenza. Per quanto riguarda l’approdo a Lampedusa, secondo quanto dicono le diverse convenzioni dell’ONU e della Comunità Europea che il nostro ordinamento ha recepito e secondo quanto dice la nostra Costituzione, prima di procedere a qualsiasi tipo di espulsione, il Ministero dell’Interno avrebbe dovuto dare la possibilità a tutti di esprimere una eventuale richiesta di asilo. Cosa è successo, lo spiega bene Christopher Hein, Direttore del Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati: «Generalmente tra i disperati che arrivano a Lampedusa quelli che chiedono diritto d’asilo sono il 70% ma di questi solo la metà ottiene lo status di rifugiato. Gli egiziani o i maghrebini, per esempio, difficilmente lo chiedono. Del resto difficilmente lo otterrebbero. Gli stessi cinesi non lo chiedono mai. Ora, poiché tra i passeggeri di quella nave riportati in Libia non c’erano maghrebini, egiziani o cinesi, è presumibile che almeno il 70% avrebbe chiesto asilo. E di questi, con ogni probabilità, la metà ne aveva diritto. Il che significa che l’Italia ha respinto almeno un centinaio di persone alle quali la nostra Costituzione garantiva il soccorso» (Corriere della Sera, 9/5/09).
Il secondo grave motivo ha a che fare con l’approdo. Rispedire in Libia, terra di transito, degli immigrati soggetti o meno a persecuzione politica significa infatti non restare neutrali nei loro confronti, ma piuttosto barattere il carico solidale dell’accoglienza con un destino di torture, molestie e violenze di ogni tipo per le povere vittime del traffico migratorio. Come afferma in una interrogazione parlamentare, riportata da Gian Antonio Stella sul Corriere, il prefetto Mario Mori,è questa la sorte che tocca agli irregolari in Libia: «I clandestini vengono accalappiati come cani, messi su furgoncini pick-up e liberati in centri di accoglienza dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi…». Nello stesso articolo di Stella, apparso oggi, vengono riportare le esperienze di due donne che hanno avuto la sventura di finire nell’abisso spettrale delle prigioni libiche per immigrati: “Ero in prigione con un’amica eritrea incinta, la rabbia le aveva deformato il viso. Il marito cercava di difenderla perché il poliziotto le premeva la pancia col bastone dicendole: ‘Hai in pancia un ebreo, andate in Italia e poi in Israele per combattere gli arabi’». Un’altra donna: «Preferivamo morire piuttosto che doverci togliere la croce al collo. Piangevamo, se questa era la volontà di Dio l’accettavamo, ma la croce non la volevamo togliere. Cristiani siamo e cristiani rimarremo. E loro ci sbattevano contro il muro. Mentre gli uomini venivano picchiati noi urlavamo. Gli uomini venivano frustati sotto la pianta dei piedi fino a perdere i sensi».
Come afferma Gabriele Del Grande nel suo libro “Mamadou va a morire”, nel quale riporta la sua esperienza da giornalista mimetizzatosi come clandestino, con le politiche di respingimento non si fa altro che “esternalizzare” il controllo delle migrazioni irregolari, demandando ad altre nazioni, dove i diritti umani praticamente non esistono, la reclusione e tutti gli altri tipi di provvedimenti restrittivi immaginabili nei loro confronti. Questo vuol dire, quindi, in pratica, che anche le carceri, le esecuzioni, le torture degli stati africani vengono a fare implicitamente parte del controllo pubblico italiano delle migrazioni irregolari.
La cosa più agghiacciante di tutte, però, personalmente, è stato il discorso pronunciato da Maroni alla festa della polizia, discorso nel quale il Ministro dell’Interno, nel quale si è preoccupato di sottolineare che: «La vita delle persone che disperatamente cercano di sottrarsi alla miseria o alla guerra viene per noi prima di ogni altra considerazione e questo principio ha sempre ispirato l’attività di search and rescue che le forze di Polizia e la Marina Militare svolgono nel Mediterraneo, spesso anche in acque non di competenza italiana».
La festa della Polizia, ieri, non si è svolta a Roma, ma nel mondo della televisione. E, come stiamo capendo sempre meglio da un pò di tempo a questa parte, fra la definizione della situazione di vita che ha la gente nella sua esperienza quotidiana e quella che hanno i politici in televisione lo scollamento è sempre più evidente. Nessuno dimenticherà quando a cavallo di dicembre\gennaio, prima che gli effetti della crisi si facessero sentire i più, il governo si era preoccupato di affermare che non ci sarà nessuna crisi, c’è solo una situazione di stallo, e che se i consumi calano è solo colpa del “pessimismo” di alcune forze politiche di minoranza. Anche il discorso di Maroni, va in tale senso: solo in uno Stato in cui la fiducia in quello che dicono i politici in tv da parte del loro elettorato è quasi totale e il confronto giornalistico è praticamente nullo (vedi la colf Bruno Vespa) è stato possibile sostenere una posizione così palesemente ipocrita. Sì, perché nel mediterrano sono morte 20.000 persone dirette verso l’Italia, 70 volte i morti del terremoto in Abruzzo ed è difficile non sentirsene corresponsabili. Ed è difficile anche affermare che il governo si preoccupi delle “vite” degli irregolari, se circa una settimana fa sono stati negati per ben 5 giorni i soccorsi sanitari ad una imbarcazione sulla quale 143 persone quasi disidratate ed in gravi condizioni, erano ferme in mare, con a bordo il cadavere di una donna incinta che non era sopravvissuta alla traversata. Gli occhiali rossi di Maroni hanno qualcosa di demoniaco, spero che almeno qualche cattolico se ne accorga e senta sulla coscienza il peso delle morti e delle sofferenze causate dalla classe politica che ha scelto.
Un’ultima considerazione, questa volta di taglio comunicativo. Ascoltando Cota e gli altri suoi replicanti leghisti giustificare le scelte di Maroni, in questi giorni, ho riascoltato un refrain che torna almeno dal primo governo Berlusconi, quando come presidente della Camera c’era una morigerata di Dio onorevole poi passata ad uno stile latex-sadomaso Irene Pivetti, la quale in una interrogazione parlamentare disse: “Ributtateli in mare”. Il ritornello è questo: “Le nostre politiche sono giuste perché lo fa anche l’Europa”. Come dimostra la citazione di Hammerberg che apre questo articolo, certamente alla base delle ultime affermazioni, ci sono anche bugie. Ma qualche volta è vero. Il destino degli undocumented è terribile in molte altre Nazioni di Europa. A mio avviso, in Italia questa rigidità non è neutra ma deriva da un complesso di inferiorità: la nostra nazione ha iniziato infatti ad essere più dura nei confronti degli immigrati, come spiega bene in un articolo Perlmutter, solo quando negli anni ‘90 doveva affermarsi come una nazione che meritava di “entrare in Europa”. E questo complesso, chiaramente, ce lo portiamo ancora appresso. Di più, un pò in tutto l’occidente, si è iniziato a diffondere questo strano gioco a somma negativa: se lo fanno gli altri, lo possiamo fare anche noi. E’ un pò come se i politici nazionali si rivolgessero alla maestra europea giustificandosi dicendo: “l’ha fatto anche il mio vicino di banco!”. Ma qualcuno si è accorto dei paradossi logici di questa affermazione? Se in America si mangiano hamburger e hot dog, la sanità non è garantita ai meno abbienti e la popolazione afroamericana giovane in carcere è superiore al 20% è giusto che succeda anche in Italia? E non sarebbe piuttosto auspicabile per una politica di sviluppo, fare il contrario, ovvero guardare a quanto di buono si fa altrove? Se in tutta Europa, tranne Grecia, Italia e Portogallo, ci sono forme diverse di riconoscimento delle unioni di fatto, perché ciò non dovrebbe avvenire anche dalle nostri parti? Se in Germania e in Scandinavia ci sono aiuti importanti alle madri sole, perché non dovrebbe avvenire anche in Italia? Se in Inghilterra gli aiuti alla disoccupazione riguardano anche gli immigrati che hanno perso un posto di lavoro, perché questo non dovrebbe avvenire anche in Italia? Probabilmente, perché non porterebbe abbastanza voti, sbattere il mostro in prima pagina, rende di più. E costa meno. Almeno sul breve termine.


