Silvio, rispondi!
L’ultimo rapporto redatto da Freedom of Press, pone l’Italia al 73° posto nella classifica mondiale dei paesi in cui viene rispettata la libertà di informazione, all’ultimo posto se la confrontiamo solo con i Paesi dell’area Europea. In particolare la ricerca americana sottolinea il ruolo del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. “Il suo ritorno nel 2008 al posto di premier ha risvegliato i timori sulla concentrazione di mezzi di comunicazione pubblici e privati sotto una sola guida” spiega Karin Karlekar, la ricercatrice che ha guidato lo studio “La concentrazione della proprieta’ dei media e’ il motivo principale del nostro voto e il problema principale dell’Italia, da questo punto di vista, e’ rappresentato dalla figura del Premier”. Secondo Karlekar resta una questione urgente per l’Italia “affrontare il nodo della concentrazione dei media nelle mani di un solo magnate: e’ un caso unico al mondo”.
Non è un caso, infatti - notizia anche questa censurata in buona parte dai media nazionali - che i GroenLinks, il partito olandese dei verdi, stia valutando l’ipotesi di denunciare l’Italia e Silvio Berlsuconi al Parlamento Europeo. Judith Sargentini, capolista dei GroenLinks, ha infatti dichiarato: “La convenzione degli stati europei stabilisce che ciascuno degli stati europei abbia la libertà di stampa. Come gruppo dei verdi nell’Europarlamento dobbiamo considerare un’azione legale verso l’Italia. Così come perseguiamo Bulgaria e Romania per le cose che non vanno bene, dobbiamo allora perseguire anche l’Italia”. Il quotidiano olandese Algemeen Dagblad ha scritto inoltre che «Il premier Silvio Berlusconi controlla sia le emittenti pubbliche che le emittenti private e impedisce da qualche tempo a giornalisti critici di accedere alle sue conferenze stampa».
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L’Italia è paradossalmente l’unico Paese “civile” al mondo dove un Presidente del Consiglio si confeziona delle leggi ad hoc (vedi la legge sulle intercettazioni) per mettere il bavaglio alla libertà di stampa. Un Paese dove chi chiede spiegazioni, invece che risposte, ottiene denunce. Dove giornalisti e artisti coraggiosi, per aver espresso la loro opinione contro un Presidente del Consiglio vengono epurati dai canali di informazione nazionali: da Montanelli a Biagi, fino ad arrivare alle odierne denunce a Repubblica, L’Unità e il recente caso Boffo, direttore dell’Avvenire.
È un Paese dove il trailer di un film come “Videocracy”, che ha ricevuto proprio in questi giorni un’ovazione alla Mostra del Cinema di Venezia, viene censurato sui maggiori canali nazionali (ossia, Rai e Mediaset), sulla base dell’assenza di una presunta par-condicio, peraltro extraelettorale. In realtà la scusa adottata dalla Rai cela, e assai malamente, un dictat censorio voluto dal Premier per cercare di insabbiare i contenuti sconvenienti trattati dal film, che racconta proprio come Berlusconi da tre decenni detenga il controllo e il dominio dell’informazione e dell’immagine in Italia, e come il suo personalissimo paradigma culturale televisivo sia diventato anche il paradigma del dibattito politico italiano. “La censura indica il livello di tensione che c’è in Italia per qualsiasi cosa vada in televisione” ha detto il regista Erik Gandini “In Italia quello che non c’è in televisione, non esiste. Ero rimasto sconcertato dallo stile orwelliano della lettera Rai, ma il giorno dopo c’è stata una grande esplosione di interesse in Internet e le richieste della stampa della pellicola sono raddoppiate”.
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E questo rivela quello l’altro lato della medaglia. L’opinione pubblica, infatti, ora lo sta giudicando proprio sulla base degli stessi valori sui quali lo stesso Berlusconi ha voluto indirizzare l’organizzazione mediatica del consenso negli ultimi 30 anni, che ora anche la Chiesa gli condanna. Berlusconi, in pratica, non si può lamentare degli effetti boomerang di un Noemigate e delle testimonianze e intercettazioni delle escort a Villa Certosa o Palazzo Grazioli dopo un trentennio di cultura televisiva maturata sull’oggettivizzazione del privato e la negazione del pudore e della privacy in funzione degli interessi dello show business prima e della politica poi.
In secondo luogo, qui non c’è nulla in realtà di privato: lui è un personaggio pubblico, anzi è “il” personaggio pubblico! In Gran Bretagna e negli Stati Uniti si dimettono di fronte a sospetti assai più blandi di quelli per cui è accusato lui. Il Presidente del Consiglio rappresenta i cittadini italiani e come tale deve rendere conto loro del suo operato e delle sue scelte morali, in questo momento adombrati in realtà da molteplici dubbi, anche nei confronti della comunità internazionale che ci osserva. Le domande poste al Presidente del Consiglio da Repubblica, infatti, sono domande lecite, che hanno suscitato interesse non solo in Italia ma nella stampa di tutto il mondo. Tuttavia, le domande, precise e circostanziate, invece che semplici risposte hanno ricevuto addirittura una citazione in giudizio.
Occultare, censurare, insabbiare sono politiche tese a nascondere solo scheletri negli armadi. Basterebbe poco, altrimenti, per smontarle: non cercare di zittire chi le fa, ma semplicemente rispondere! Ma il problema di fondo, dietro alle domande rivolte al Premier che possono stare in equilibrio sul confine sottile tra sfera pubblica e privata - perchè questo è purtroppo il terreno di confronto entro il quale si può ancora accendere un dibattito in Italia dopo 30 anni di cultura televisiva berlusconiana - quindi è che il nostro Premier, non rispondendo, ci sta mentendo. E su quante altre cose che riguardano il Paese, allora, può avere già mentito?
Per questo condividiamo qui il video delle dieci domande di Repubblica e invitiamo tutti ad aderire alla causa: “Silvio rispondi!… Altrimenti denunciaci tutti!” aperta su Facebook.

